0 Negro, da millenni bestiame umano

Piangi, fratello Negro amatissimo

0 Negro, da millenni bestiame umano,

le tue ceneri continuano a spargersi in tutte le latitudini

e tu continui a costruire cappelle funerarie

dove i carnefici dormono il loro sonno eterno.

Inseguiti e braccati, scacciati dai propri villaggi,

sconfitti in battaglie dove la legge del più forte,

– in quei secoli barbarici di rapimenti e carneficine –

significava per te la schiavitù o la morte,

ti eri rifugiato nelle profonde foreste

dove l’altra morte incombeva sotto la maschera impaziente

per le zanne del felino, o nella morsa immonda

e fredda del serpente, schiacciandoti poco a poco.

E poi venne il Bianco, più sornione, più scaltro e avido

che scambiava il tuo oro con della paccottiglia,

violentando le tue donne, ubriacando i tuoi guerrieri,

ammassando nei tuoi vascelli i tuoi figli e le tue figlie.

Il tam-tam mormorava di villaggio in villaggio

portando in lontananza il dolore, seminando lo smarrimento,

raccontando la grande partenza verso fiumi lontani

dove il cotone è Dio e il dollaro Re

condannato al lavoro forzato, come una bestia da soma

dall’alba al tramonto sotto un sole infuocato.

Per farti dimenticare che eri un uomo

ti fu insegnato a cantare le lodi di Dio.

E questi diversi canti, ritmando il tuo calvario,

ti davano la speranza in un mondo migliore…

Ma nel tuo cuore di creatura umana chiedevi solo

il tuo diritto alla vita e la tua parte di felicità.

Seduto intorno al fuoco, gli occhi pieni di sogni e di angoscia

cantando le melopee che raccontano la tua malinconia

talvolta anche gioioso, appena cresceva la forza

tu danzavi, folle, nell’umidità della sera.

Ed è là che nacque, magnifica

sensuale e virile come una voce di bronzo

scaturita dal tuo dolore, la tua musica potente,

il jazz, oggi ammirato in tutto il mondo

strappando il rispetto dell’uomo bianco,

dicendogli con chiarezza che d’ora in poi

questo paese non è più suo, come ai vecchi tempi.

Così tu hai permesso ai tuoi fratelli di razza

di sollevare la testa e guardare in faccia

l’avvenire felice che promette la liberazione.

Le rive del grande fiume, piene di promesse

sono ormai tue.

Questa terra e tutte le sue ricchezze

sono d’ora in poi tue.

E là in alto, un sole di fuoco in un cielo senza colore,

con il suo calore soffocherà la tua pena

i suoi raggi brucianti asciugheranno per sempre

le lacrime che hanno pianto i tuoi antenati,

martirizzati dai loro padroni tirannici,

da questo sole che tu ami sempre.

E tu farai del Congo, una nazione libera e felice,

al centro di questa grandiosa Africa Nera.

 

Patrice Lumumba, in occasione della proclamazione dell’indipendenza dello Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo

 

rubrica a cura di Rosella De Troia

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