A 30 ANNI DALLA SUA MORTE, NESSUNA GIUSTIZIA PER TORTORA

Ha Ragione Silvia Tortora.
A 30 anni dalla morte del suo papà, la giustizia italiana non è cambiata. E’ anzi peggiorata. Farraginosa, lenta, dura con i deboli, attenta ai diritti dei più forti. E tutto questo in una società, non solo quella italiana, sempre più ingiusta e in guerra dichiarata contro le sue parti più deboli.
Inoltre non si è fatta giustizia sulle assurde torture imposte al cittadino Enzo Tortora. Sì, perché far finire in galera un innocente è torturalo.
E’ bene ricordare i fatti.
Quando i magistrati napoletani presentarono all’Arma dei Carabinieri l’elenco degli ordini di cattura da eseguire, quest’ultima fece presente le sue obiezioni a un provvedimento cautelare tanto grave ma basato su prove di modesta e dubbia natura.
Tutto si basava sulle dichiarazioni di due pentiti. Giovanni Pandico e Pasquale Barra.
Il primo era notoriamente un mitomane. Negli anni si era spacciato prima come pentito del terrorismo rosso, poi di quello fascista. Più volte in carcere aveva provato a infangare gli agenti di custodia che non cedevano ai suoi voleri.
Il secondo, arrestato a Lecce, comincia lì a collaborare. Racconta di tutto. Mai di Tortora. Lo farà solo dopo il suo arrivo alla caserma dei carabinieri Pastrengo di Napoli dove incontra Giovanni Pandico.
I magistrati, che avrebbero dovuto approfondire, fare cioè il loro lavoro, vollero comunque l’arresto di Tortora.
Cercarono poi altre prove. In tutte le carceri italiane fu caccia a nuovi collaboratori di giustizia che fossero pronti ad accusare il presentatore televisivo. Accusare Tortora divenne una condizione premiale per tanti farabutti. Piuttosto che stare in cella, inventarono di tutto e godettero del regime folle di favori loro riservato in alcuni commissariati e caserme.
All’epoca li incontrai quasi tutti. Uno scopino, cioè uno che si occupava di pulire i bagni in un carcere, era divenuto testimone coccolato e superprotetto di presunti incontri di Tortora con la sorella di Raffaele Cutolo, il boss della nuova Camorra Organizzata.
Un giovane pappone raccontò che addirittura lui, a soli 18 anni, consegnava chili di cocaina a Tortora e era testimone di sue trame con il Supersismi e il banchiere Roberto Calvi.
Un altro mi confessò di aver accusato Tortora purché gli venisse concesso il permesso di visitare la tomba di suo padre ucciso per ritorsione. “ Sa dottore…io chiedevo il permesso e il giudice mi chiedeva cosa sapessi del presentatore. Risposi che non sapevo niente e lo pregai di andare sulla tomba di papà. Quello, niente. Non mi diceva né di si né di no. Insisteva su quel tipo della televisione. Alla fine, capii l’antifona e dissi che ero pronto ad accusarlo”.
Il ridicolo, poi, fu raggiunto con la storia dell’agendina di un capo camorra in cui sarebbe stato presente il numero di telefono del protagonista di Portobello.
Ero solo un giovane cronista ma mi bastò un’occhiata per notare che la grafia sull’agendina era chiaramente femminile. Non poteva appartenere a Giuseppe Puca, un omaccione. In più bastava comporre il numero che vi era scritto e avrebbe risposto tal Enzo Tortona, rappresentante della Cimbali, macchine per il caffè, per la provincia di Caserta. Tortona, e non Tortora, era amico di un’avvenente commessa casertana. Costei era stata abbordata da Giuseppe Puca che le si era presentato come facoltoso imprenditore e le aveva promesso un lavoro migliore. La ragazza era andata a casa di Puca ed era lì presente nel momento della sua cattura. L’agendina era sua…
Nessuno ha pagato per tanta ingiustizia. Nessuno!
E nessuno ha spiegato perché, nel mentre di una feroce guerra di camorra, lo stato sia intervenuto duramente solo su una delle due parti in conflitto favorendo, così, l’altra.
L’altra, guarda caso, era la camorra storica napoletana, da sempre in affari con Cosa Nostra siciliana e gran serbatoio di voti e di favori alle allora elites politiche dominanti

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1 Response

  1. Antonio ha detto:

    Un documentario trasmesso di recente in tv ha messo in luce anche le molte lacune dell’impianto accusatorio nel processo per l’omicidio di Sara Scazzi ad Avetrana. Lì non solo la magistratura inquirente, ma anche la P.G. e alcuni abitanti del paese hanno contribuito a scrivere una pagina di ingiustizia. Perché non si rende giustizia alle vittime trovando dei semplici capri espiatori…

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