ABITI SPORCHI DI SANGUE

Era il 24 aprile del 2013. Un rombo assordante scosse Dacca, capitale del Bangladesh seminando terrore in tanti suoi quartieri. Era crollato il Rana Plaza, un enorme palazzo, un formicaio in cui vivevano e lavoravano in più di 3000, povera gente, soprattutto giovani donne, in decine di fabbriche tessili, in un frastuono tanto assordante da sembrare un girone infernale. Ci furono 1.129 vittime. E vennero tirati fuori dalle macerie 2. 515 feriti in condizioni a dir poco pietose. Una strage. Annunciata.
Era da giorni che quell’edificio “ si lamentava”. Spaventosi brontolii. Orrende ferite si erano aperte su tante delle sue mura. La banca e i negozi, che erano al piano inferiore, per prudenza, avevano deciso di chiudere in attesa di aver informazioni certe su quanto stava accadendo. Alle lavoratrici tessili, invece, fu ordinato di tornare al lavoro. Lo fecero, con il cuore in gola per la paura. Disobbedire significava perdere il posto e il loro povero salario che comunque era meglio della miseria dei tantissimi che neanche quello avevano. Poche ore dopo, ci fu il crollo.
Lo hanno definito il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia, così come il più letale cedimento strutturale accidentale nella storia umana moderna. Ma non è vero. Assolutamente. Quello del Rana Plaza non fu un incidente. Quel palazzo non poteva ospitare quelle fabbriche. Di “incidenti” come quello ce ne erano stati nell’industria tessile del Bangladesh. In scala più ridotta, ma tanti. E tutti avevano un’unica motivazione. Gli imprenditori del tessile per abbassare i costi, non solo pagavano salari di fame e non pagavano gli straordinari, ma utilizzavano qualsiasi topaia per le loro produzioni. La corruzione endemica nel loro paese li favoriva. Le politiche del governo li appoggiavano. Il Bangladesh, noto al mondo per la sua spaventosa miseria e le sue alluvioni assassine non voleva perdere la manna dal cielo che erano i subappalti della moda mondiale. Quelle commesse rappresentano un mare di soldi e milioni di posti di lavoro. Per non perderli, i costi dovevano essere all’osso. Una catena di responsabilità lunga con in cima i grandi gruppi della moda mondiale che avevano moltiplicato all’infinito i propri profitti chiudendo nei loro paesi d’origine, buttando sul lastrico centinaia di migliaia di famiglie occidentali, e avevano scommesso sulla miseria del sudest asiatico, Bangladesh in testa.
Tra le macerie del Rana Plaza, otto piani di cui 4 costruiti abusivamente, emergono prodotti e ordini che fanno riferimento a grandi aziende della moda come Adler Modemärkte, Auchan, Ascena Retail, Benetton, Bonmarché, Camaïeu, C&A, Cato Fashions, Cropp (LPP), El Corte Inglés, Grabalok, Gueldenpfennig, Inditex, Joe Fresh, Kik, Loblaws, Mango, Manifattura Corona, Mascot, Matalan, NKD, Premier Clothing, Primark, Sons and Daughters (Kids for Fashion), Texman (PVT), The Children’s Place (TCP), Walmart e YesZee.

Se il crollo fosse accaduto nei loro paesi di origine, queste aziende avrebbero risposto penalmente dell’accaduto. La giustizia non è ( ancora ) di questo mondo e nessuno di questi marchi ha pagato per le sue ovvie responsabilità in quell’immane tragedia. I loro consigli di amministrazione non sapevano…mai avrebbero immaginato che si lavorasse in certe condizioni. In tanti giurarono che da tempo non lavoravano con le aziende bengalesi coinvolte nel crollo. Cinismo allo stato puro. Il Rana Plaza era l’emblema delle condizioni di lavoro nel tessile del Bangladesh e tutti i grandi marchi della moda low cost occidentale se ne servivano e sapevano. I loro profitti erano costruiti sullo sfriuttamento più disumano.
Si è dovuto lottare, e tanto, perché le famiglie delle vittime venissero risarcite. Cifre irrisorie rispetto alle vite perse, ma che in tanti contestarono. Da allora grandi campagne internazionali di boicottaggio hanno costretto i marchi della moda a investire in sicurezza sui posti di lavoro. Il salario minimo che era di circa 30 euro è ora arrivato a 50. Piccoli passi avanti, ma c’è da fare ancora molto, moltissimo. Tanta parte dei feriti del Rana Plaza è finita in miseria. I risarcimenti sono stata poca cosa rispetto ai danni permanenti subiti. I salari devono crescere in maniera più consistente. Per sopravvivere le lavoratrici bengalesi devono accettare di fare una quantità enorme di straordinari. Sfruttamento puro. La paura di perdere il lavoro, l’ostracismo contro l’iscrizione ai sindacati, mantiene ampie zone d’ombra sulle reali condizioni della produzione tessile in Bangladesh. Se qualcosa è migliorata nelle aziende più grandi ( e più visibili) nelle migliaia e migliaia di botteghe cui viene subappaltata tanta parte della produzione le condizioni di lavoro restano spaventose.
In questi giorni ci si batte per nuovi accordi che modifichino alcune di queste realtà. Sosteniamoli appoggiando le campagne di Abiti Puliti e usando i nostri poteri di consumatori critici. http://www.abitipuliti.org
La prima delle campagne, però, resta quella che, contemporaneamente, permetta libertà sindacale alle lavoratrici bengalesi e imponga ai grandi marchi della moda, nei loro paesi di origine, comportamenti ovunque rispettosi del principio che i diritti umani sono universali e che lo sfruttamento è crimine odioso.

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