Accoglienza migranti: grazie a Salvini, 50.000 giovani rischiano di perdere il lavoro

Valeria Cattaneo, 35 anni di Brescia, è preoccupata. Tra poche settimane sarà licenziata. Alcuni suoi colleghi sono già a casa. «Ho paura – spiega Valeria – per le spese mensili che faticherò a sostenere, ma c’è anche amarezza nel vedere svilito il lavoro su cui in tanti abbiamo investito ». Dopo una laurea in Lingua, la futura disoccupata ha conseguito un master in didattica, frequentato corsi di aggiornamento e addirittura scritto dei testi sul tema. Da tre anni insegna italiano ai profughi accolti nel Bresciano. Oggi la sua cooperativa è scesa da 180 ospiti in diversi sedi a una quarantina («Non sono né scomparsi, né rimpatriati», precisa). A breve è prevista una nuova riduzione, per questo ha perso il posto. La nuova sicurezza in salsa gialloverde, quella prevista dalla legge 132 voluta da Salvini, passa anche da qui: il licenziamento di tanti operatori. Sono 50mila quelli a rischio in tutta Italia, secondo la Funzione Pubblica-Cgil; a questi vanno aggiunti i lavoratori assunti in altro modo, come i 75 lasciati a casa dopo la chiusura del centro di via Corelli a Milano, che erano impiegati con il contratto del commercio. Una forza lavoro a maggioranza femminile e prevalentemente giovane.

Spiega Maurizio Bove, responsabile Immigrazione della Cisl: «La nuova legge colpisce migliaia di giovani professionisti: insegnanti, psicologi, mediatori culturali, tutti con lauree e master specifici. Con le loro competenze e la loro passione, queste persone stavano provando ad andare oltre l’approccio emergenziale che finora ha caratterizzato l’accoglienza, ma oggi si trovano all’improvviso espulsi dal mercato: non si tratta di mettere fine alla ‘mangiatoia’, ma di tagliare fondi ad un nuovo settore che poteva caratterizzarsi come un’eccellenza».

Un altro esempio viene proprio dal secondo impiego di Valeria: oltre all’insegnamento dell’italiano nei centri, ha lavorato a Labour Int, un progetto pilota che vedeva insieme aziende, il Comune di Milano e la Cisl per l’inserimento lavorativo dei profughi. «Di 40 che hanno fatto il tirocinio, 25 sono stati assunti con contratti fino a tre anni». Ora quel modello non sarà più replicabile, una collega di Valeria, Maddalena Camera, che ha 32 anni, è rimasta a casa. Gli stessi richiedenti asilo, con le nuove norme volute da Salvini, rischiano di rimanere senza permesso di soggiorno, perdendo il contratto che hanno già firmato.

Non scompariranno, finiranno nell’irregolarità e quindi nel lavoro nero. Eppure, tagliare le ore di italiano e i progetti di inserimento lavorativo, ridurre il numero di psicologi che aiutano gruppi di adolescenti che hanno visto morire un compagno di viaggio, è coerente con la filosofia della legge ‘sicurezza’. Basta leggere i bandi che le Prefetture stanno emanando per la gestione dei centri nel 2019: a Milano è stato pubblicato a inizio febbraio, a Monza più di recente, in tutta Italia la linea è quella dettata da Roma. Secondo Valerio Pedroni, dei Padri Somaschi, «la linea del governo produce due danni: l’abbandono delle persone nei centri, sempre più parcheggiate e spinte a buttare via il tempo senza fare niente, neanche imparare l’italiano, e il taglio di posti di lavoro». Pedroni è responsabile per l’area migranti del Cnca Lombardia, il coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza guidato da don Armando Zappolini. «In Lombardia gestiamo circa 2mila posti letto, ma a queste condizioni metà rischiano di non venire rinnovati». Almeno altri cento lavoratori resteranno a casa.

Stefano Pasta per Avvenire

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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