Aiutiamoli a casa loro: fondi europei al lavoro forzato in Eritrea

Nel corso dell’ultimo anno il regime eritreo è uscito dall’isolamento internazionale e si è rafforzato all’interno. È probabilmente questa la miglior sintesi dei cambiamenti portati dalla pace con Addis Abeba voluta fermamente dal primo ministro etiopico Abiy Ahmed – di cui si festeggia il primo anno di governo in questi giorni – e all’inizio subìta con un certo fastidio da Asmara.

In pochi mesi però, la pace si è rivelata un buon investimento. L’Eritrea ha incassato un ottimo profitto, passando dall’essere poco meno di un paese canaglia, soggetto a sanzioni dell’Onu – revocate solo di recente – che per anni ne ha monitorato in particolare i rapporti con gli islamisti somali, a paese corteggiato e finanziato dalla comunità internazionale, senza aver cambiato nulla nella sua politica interna, che rimane quella che l’aveva fatto giudicare degno di essere iscritto nel club degli stati più repressivi del mondo, paragonato generalmente alla Corea del Nord.

Fondi di emergenza per l’Africa

Lo provano una serie di episodi che hanno fatto molto discutere. L’ultimo riguarda l’Unione europea che ha concesso ad Asmara 20 milioni di euro per la manutenzione di strade in cui saranno impiegati anche i giovani in servizio nazionale di leva, una pratica che in diversi documenti dell’Onu viene definita come “lavoro forzato” o anche “lavoro schiavo”.

Lo denuncia in questi giorni la Fondazione per i diritti umani degli eritrei (Foundation human rights for eritreans – Fhre), organizzazione della diaspora basata in Olanda. Lo stanziamento grava sui fondi di emergenza per l’Africa (Emergency trust fund for Africa – Etfa), che dovrebbero avere lo scopo, tra gli altri, di fermare le migrazioni ampliando le possibilità di lavoro nel continente.

Nella lettera che la Fhre ha inviato alla Commissione europea, tramite uno studio legale olandese, si citano stralci dell’accordo in cui si dice chiaramente che il lavoro sarà portato avanti dalle “tre maggiori ditte del settore nel paese”, ben sapendo che sono direttamente o indirettamente riconducibili al partito unico, il Pfdj, e costituiscono attività di sostegno economico al regime.

Nell’accordo si legge inoltre che “la forza lavoro impiegata sarà anche quella dei giovani in servizio nazionale”. Cioè che, consapevolmente, la Commissione finanzierà attività che sostengono un regime, fino a ieri definito tra i peggiori del mondo, e il lavoro forzato, fino a ieri stigmatizzato e riconosciuto come la maggior causa del flusso migratorio di giovani eritrei verso l’Europa. Quello che l’Etfa si propone di fermare.

L’unica preoccupazione espressa nel contratto, riguarda la qualità del lavoro, a causa della poca preparazione della manodopera assegnata. Nulla si dice sulla violazione dei diritti umani di persone trattenute senza paga a tempo indeterminato in un servizio nazionale che, per legge, dovrebbe durare 18 mesi.

Nella lettera si osserva infine che è la prima volta da molti anni che i fondi europei per l’Eritrea vengono stanziati direttamente al governo e dunque si configurano come un supporto diretto al regime. Lo stesso regime che la commissione d’inchiesta dell’Onu sulla situazione dei diritti umani, nel 2016, ha trovato colpevole di “violazioni dei diritti umani diffuse e gravi… incluso il lavoro forzato” che si configurano come crimini contro l’umanità. Tanto da proporre addirittura di denunciare i leader eritrei, il presidente Isaias Afeworki in testa, alla Corte penale internazionale.

Riconoscimenti immeritati

Ma prima di questo gravissimo fatto, che ci interessa personalmente come cittadini europei che pagano le tasse, l’Eritrea aveva già avuto altri riconoscimenti. Dal 12 ottobre scorso è uno dei 47 membri del Consiglio per i diritti umani dell’Onu, che ha sede a Ginevra. Il seggio non ha comunque evitato al paese la raccomandazione di investigare sulla fine dei numerosi detenuti senza processo – alcuni dal settembre del 2001 -, sulle torture diffuse, sulle sparizioni e ancora sul lavoro non pagato dei giovani in servizio nazionale a tempo indeterminato. Le raccomandazioni sono state diffuse alla fine di marzo, durante l’ultima sessione della Commissione, riunita a Ginevra.

Infine l’Eritrea, il paese che ha espulso più migranti di qualsiasi altro nella regione, per quest’anno presiede il comitato direttivo del ‘Processo di Khartoum’, organismo istituito per la gestione dei flussi migratori dal Corno e dall’Africa orientale sulla rotta del Mediterraneo centrale, quella che arriva sulle nostre coste, passando dal Sudan e dalla Libia. Il passaggio di consegne è avvenuto all’inizio di marzo ad Asmara.

Val la pena ricordare che il regime eritreo, o almeno alcuni alti gradi del suo esercito, sono da tempo sospettati di essere tra gli organizzatori e i beneficiari dei flussi migratori irregolari eritrei e forse anche del traffico di esseri umani.

Nell’ultimo periodo Asmara ha ottenuto certamente risultati diplomatici rilevanti, non tanto per le migliorate capacità di mediazione dei suoi leader, che rimangono quelli di sempre, formatisi nelle asprezze di una guerra di liberazione durata trent’anni, ma piuttosto per la spregiudicatezza della comunità internazionale, e dell’Unione Europea in particolare, in questi anni di perdita veloce e pericolosa dei valori fondanti del diritto internazionale ancora vigente.

Bruna Sironi per Nigrizia

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