La vera invasione: In Sud Sudan stanno sparendo le foreste di legname pregiato venduto in cambio di armi

Le piantagioni di legno pregiato in Sud Sudan, in particolare di teak, rischiano di scomparire, con un danno ecologico ed economico incalcolabile per il paese. La minaccia di esaurimento delle piantagioni, che caratterizzano molte zone del Sud Sudan, in particolare nelle regioni dell’Equatoria e del Bahr el Gazal, è denunciata dalle comunità locali e dalle organizzazioni della società civile che si occupano di ambiente.

Queste piantagioni, tra le più vaste dell’Africa, risalgono in molti casi ai primi decenni del secolo scorso e ricoprono migliaia di ettari di terreno. Probabilmente ancora nessuno sa con precisione quanti. Gli ultimi dati reperibili risalgono al 2006 e parlano di circa 8.000 ettari di colture mappate fino a quel momento, appena dopo la pace del 2005 che mise fine alla ventennale guerra civile tra il Sudan meridionale e il governo centrale di Khartoum. Ma all’epoca le rilevazioni in aree dove pure le piantagioni sono molto estese – come quelle attorno a Wau, nel Bahr el Gazal, e nella catena dei monti Imatong, al confine con l’Uganda – non erano ancora cominciate.

Le piantagioni di legno pregiato furono frutto di investimenti coloniali. Il teak, infatti, non è originario dell’Africa ma fu importato dall’India e dal sudest asiatico in molte regioni del continente, tra cui la zona equatoriale del Sudan. Gli investitori hanno potuto però beneficiarne ben poco, dal momento che la maggior parte diventarono sfruttabili solo negli anni a cavallo dell’indipendenza del paese, nel 1956; l’albero del teak impiega infatti dai 20 ai 25 anni per dare un legno maturo e commercialmente pregiato. Ma avrebbero potuto essere un’importante fonte di valuta per il governo sudanese prima e per quello sud sudanese poi – dopo l’indipendenza da Khartoum raggiunta nel 2011 -, abbastanza da differenziare in modo significativo le entrate del bilancio del paese, basate quasi esclusivamente sulla vendita del petrolio.

Secondo stime del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) risalenti al 2007, la vendita di legname pregiato avrebbe potuto rendere 50 milioni di dollari all’anno al governo di Juba, se le risorse forestali fossero state gestiste in modo sostenibile e trasparente. Invece, secondo i recenti dati forniti dal ministero sud sudanese per l’Ambiente e le foreste, hanno reso annualmente appena tra l’1 e i 2 milioni di dollari.

Lo sfruttamento del legno pregiato sud sudanese è infatti quasi completamente non regolamentato e spesso del tutto illegale, da sempre gestito in gran parte dai vari signori della guerra per sostenere i conflitti che hanno devastato il paese fin dall’indipendenza. Rapporti di organizzazioni internazionali lo attestano chiaramente.

In un documento del 2007, Small arms survey riporta testimonianze su come l’esercito dell’Uganda abbia tagliato e trasportato illegalmente oltreconfine alberi di teak durante le operazioni per combattere il gruppo terroristico ugandese Lord resistance army in territorio sud sudanese. David Deng, direttore della South Sudan law society, in una ricerca per Norvegian people’s aid, riporta la illuminante dichiarazione di un parlamentare del Splm – fronte di liberazione, diventato partito di governo in Sud Sudan – su come è stata finanziata la più che ventennale guerra civile contro il governo centrale di Khartoum: “Per il Nord c’era il petrolio insanguinato… Per noi (del Sud) c’era il teak insanguinato”.

Le piantagioni di teak hanno finanziato anche la guerra civile scoppiata alla metà di dicembre del 2013, e non ancora conclusa sul terreno, nonostante la firma di accordi di pace nel settembre dell’anno scorso. Lo scorso novembre il settimanale regionale The East African scriveva che Frank Matata, governatore dello stato di Yei, Equatoria Centrale, per il maggior gruppo di opposizione, l’Splm-Io guidato da Riek Machar, era stato sollevato dall’incarico perché ritenuto responsabile di traffico illegale di teak.

Infatti, era stato segretamente registrato da un giornalista keniano, John Allan Namu, autore del documentario “The axe forgets, the tree remembers” (La scure dimentica, l’albero ricorda) mentre chiedeva una tangente di 30mila dollari per sé e per alcuni funzionari ugandesi che avrebbero dovuto facilitare il viaggio di due container carichi di tronchi di teak.

Certamente non è l’unico colpevole, anzi forse la ragione del suo siluramento è stata più quella di essersi fatto scoprire e di trattenere una parte dell’illecito guadagno, piuttosto che per il traffico di legname. Nel vicino Kenya infatti, non è difficile trovare testimonianze che affermano che il commercio del legname pregiato sud sudanese è nelle mani dei comandanti militari delle diverse fazioni in lotta.

L’organizzazione Open global rights un anno fa ha pubblicato sul suo sito web un articolo dal titolo: “Illegal logging fuels conflict and violence against women in South Sudan” (In Sud Sudan, il taglio illegale di legname fomenta il conflitto e la violenza contro le donne). Vi si dice che la gestione illegale delle risorse forestali fomenta il conflitto, anche nel senso che le zone dove sono più abbondanti sono anche quelle dove gli scontri sono stati e continuano ad essere più accesi, come del resto quelle dove si trovano i pozzi di petrolio. Probabilmente non è un caso che ancora in questi giorni, mesi dopo la firma degli accordi di pace, nella zona di Yei, ricca di piantagioni di teak, ancora si combatte violentemente.

Un rapporto pubblicato nel 2017 dal Consiglio di sicurezza dell’Onu descrive l’economia sud sudanese come un’economia di guerra in cui “l’estrazione delle risorse (petrolio, oro e teak, tra le altre) è condotta in contemporanea all’avanzamento delle operazioni militari e per l’arricchimento delle élite”. È anche facile capire perché le donne portino il peso maggiore della situazione, essendo quelle che delle risorse forestali maggiormente si occupano, seppur solo per il loro uso quotidiano.

Nell’articolo di Open global rights si fa l’esempio della contea agricola di Magwi, nell’Equatoria Orientale, in cui si produce legno pregiato (teak, mogano e l’albero del karité) completamente destabilizzata dal conflitto per assicurarsi il controllo del territorio e delle sue risorse. Ricerche di organizzazioni della società civile locale provano che lo sfruttamento illegale delle risorse forestali, e l’impatto negativo sulle donne, è aumentato in modo significativo dopo il novembre del 2016, periodo in cui la guerra civile sud sudanese, combattuta fino ad allora nelle regioni settentrionali, si era estesa alla regione meridionale dell’Equatoria.

Sta di fatto che l’esperto Abdalla Gafaar, in uno scritto per African Forest Forum, afferma che le piantagioni dell’Equatoria Centrale e del Bahr el Gazal sono in uno stato di degrado tale che la miglior opzione sarebbe quella di disboscare e ripiantarle da capo. Sicché una risorsa di grande valore potrebbe forse ritornare economicamente produttiva per il paese solo tra un quarto di secolo.

 

Bruna Sironi per NIGRIZIA

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