Aiutiamoli a casa loro: l’eterno scandalo del gas e del petrolio della Nigeria

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Nel 1994 il governo nigeriano lanciò il progetto Bonny Island Liquefied Natural Gas (LNG), ossia la costruzione di un impianto di estrazione del gas naturale che viene poi raffreddato e trasformato in forma liquida per lo stoccaggio e la spedizione all’estero. Bonny Island è un’isola a sud dello stato di Rivers, non lontana da Port Harcourt, centro dell’industria estrattiva nigeriana, e per la sua posizione geografica è ambita dalle compagnie del settore.

La Nigeria LNG è la compagnia locale produttrice di gas naturale liquefatto, dunque cuore pulsante del progetto, a cui le imprese internazionali si rivolgono quando vogliono parteciparvi.

Lo scandalo internazionale che dal 1994 si è trascinato per circa vent’anni ha coinvolto diverse società di costruzioni tra America, Europa e Asia, e tutt’oggi rimane un lapalissiano esempio di come corruzione, flusso di capitali illeciti ed evasione fiscale si muovano in parallelo, per poi incrociarsi.

Al centro della vicenda ci sono la Halliburton, multinazionale americana tra i maggiori fornitori mondiali di prodotti e servizi per l’industria energetica, e la TSKJ, consorzio formato anche da una filiale della Halliburton, la KBR.

Nello stesso 1994 quattro società di ingegneristica che operano nel mercato degli idrocarburi formano la TSKJ, con sede a Madeira, arcipelago di isole portoghesi disseminate nell’Oceano Atlantico e noto paradiso fiscale. Le quattro società in questione sono: la britannica M.W.Kellogg, che l’anno successivo diventa Kellogg Brown & Root (KBR), la francese Technip, l’ex Snamprogetti, impresa italiana di proprietà dell’ENI (divenuta in seguito Saipem) leader nella costruzione di raffinerie, oleodotti e gasdotti, e la Japan Gasoline Corporation (JGC).

La TSKJ presenta un’offerta da 2 miliardi di dollari alla Nigeria LNG per garantirsi il contratto di appalto da 6 miliardi di dollari per la costruzione dell’impianto a Bonny Island e per la sua eventuale espansione.

L’offerta non viene subito accettata, perciò i manager del consorzio, e in particolare uno dei dirigenti dell’ex M.W.Kellogg, Wojciech Chodan, cominciano a pianificare pressioni sul governo nigeriano. Chodan incontra un avvocato londinese, Jeffrey Tesler, conosciuto per i suoi rapporti con politici e alti funzionari nigeriani, e discute con quest’ultimo di un flusso di mazzette da circa 40 milioni di dollari, da destinare al generale e dittatore Sani Abacha.

Tesler è il proprietario e il responsabile dello studio Tri-Star con sede a Gibilterra, ufficio verso cui dirottava denaro sporco che sarebbe poi stato versato sui conti correnti dei cittadini nigeriani da corrompere. Tesler viene quindi assunto dalla TSKJ come consulente e, in quanto intermediario tra il consorzio e il governo nigeriano, e ricompensato, insieme con la Tri-Star, con milioni di dollari.

Nell’estate del 1995 Dick Cheney viene nominato CEO della Halliburton e ricopre tale ruolo fino al 2000, anno prima della sua nomina a vicepresidente degli Stati Uniti (2001-2009) sotto l’amministrazione di George W. Bush.

Albert Jack Stanley viene invece chiamato a dirigere la KBR e nel dicembre dello stesso anno la TSKJ si aggiudica il contratto da 6 miliardi di dollari.

Nel 2003 partono le indagini in Francia sui pagamenti sospetti effettuati dalla TSKJ. Queste indagini si amplieranno, coinvolgendo investigatori e corti britanniche, statunitensi, nigeriane e infine anche italiane.

Anche il quotidiano francese Le Monde e l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), tramite il loro lavoro di inchiesta, hanno reso più chiaro il quadro dello scandalo, scoprendo che molti dei conti correnti su cui Tesler trasferiva denaro per conto della TSKJ, erano stati aperti presso la HSBC Private Bank a Ginevra, in Svizzera. I conti non erano intestati solo a Tesler ma anche a membri della sua famiglia e a noti personaggi nigeriani.

L’ammontare delle tangenti pagate per ottenere l’appalto, sarebbe stato pari a 182 milioni di dollari e tra i destinatari delle tangenti emergono i nomi di Dan Etete, ministro federale del petrolio dal 1995 al 1998, coinvolto in seguito anche in altre due inchieste aperte dalla magistratura nigeriana e italiana per il maxi scandalo corruzione legato alla concessione, a Shell ed ENI, del blocco petrolifero offshore OPL245 di Malabu Oil & Gas Ltd, pagato, nel 2011, 1.3 miliardi di dollari.

Oltre a Etete altri nomi di rilievo dell’inchiesta Halliburton sono quello dell’ex presidente Olusegun Obasanjo, che avrebbe ricevuto 23 milioni di dollari, di Abdulsalami Abubakar, presidente della Nigeria per un solo anno (dal 1998 al 1999), dell’ex generale ed ex governatore dello stato di Bauchi, Chris Abutu Garuba, e di Andrew Agom. Agom è stato uno dei membri del Consiglio di amministrazione del People’s Democratic Party, al tempo partito di governo, a cui sarebbero stati indirizzati almeno 1 milione di dollari.

Dal 2004 al 2007 si sono succedute una serie di separazioni importanti: la Halliburton licenzia Stanley e Chodan, ai quali Tesler avrebbe versato rispettivamente 5 milioni e 1 milione di dollari; la TSKJ poco dopo interrompe le relazioni con Tesler e con la Tri-Star, e infine la KBR si separa dalla compagnia madre Halliburton.

Negli anni successivi Stanley si è dichiarato colpevole di corruzione davanti al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, affermando anche la colpevolezza di Cheney perché le tangenti per conto della TSKJ erano state pagate proprio nel periodo in cui lui era Amministratore Delegato della Halliburton. Così, Stanley viene condannato a due anni e mezzo di carcere nel 2012, Cheney viene scagionato dopo un accordo di circa 35 milioni di dollari con il governo nigeriano, mentre a Tesler viene inflitta la pena di ventuno mesi di reclusione e la confisca di 149 milioni di dollari dai suoi conti svizzeri. Nel 2010, dopo KBR e Technip, anche ENI patteggia davanti ai giudici statunitensi che comminano all’azienda a una multa complessiva di 365 milioni di dollari.

Nel frattempo, i membri della TSKJ sono stati obbligati a pagare sanzioni milionarie al governo nigeriano, sebbene nel 2011 la EFCC (Economic and Financial Crime Commission) abbia segnalato la scomparsa dei 32,5 milioni che la Halliburton avrebbe dovuto versare sul conto del governo federale.

In questo calderone di mazzette e di capitali deviati in vari paradisi fiscali, la sottrazione di fondi attraverso una sistematica evasione fiscale è un ingrediente fondamentale per la riuscita di un “ghiotto affare”.

La stessa Halliburton ha rivelato alla Security and Exchange Commission degli Stati Uniti di aver licenziato alcuni dei suoi dipendenti perché avevano corrotto con una somma pari a 2,4 milioni di dollari un cittadino nigeriano dipendente di un’agenzia tributaria locale, per assicurare all’impresa un trattamento fiscale favorevole.

Inoltre, nel 2008, gli investigatori nigeriani avevano riferito in parlamento che il paese stava perdendo miliardi di dollari, non solo a causa delle tangenti e di contratti iniqui, ma anche per la sottovalutazione delle esportazioni di gas. In quegli anni infatti, il prezzo medio di mercato di gas esportato era di 8 dollari per mm BTU, e c’era chi era disposto a pagarlo anche il triplo. Tuttavia, i consulenti delle compagnie coinvolte nel progetto del gas avevano negoziato contratti con la Nigeria per vendere il prodotto a non più di 3 dollari per mm BTU.

Nel 2013 anche il Tribunale di Milano ha espresso le sue condanne, giungendo a una conclusione del caso, almeno in Italia. All’attuale Saipem è stata inflitta una multa di 600 mila euro e confiscati 24,5 milioni di euro perché riconosciuta colpevole di illecito amministrativo, al termine di un processo per corruzione internazionale.

Oggi, a Milano e ad Abuja, ENI è ancora sotto inchiesta, insieme a Shell, per un’altra maxitangente, quella da 1,3 milioni di dollari, per la concessione del blocco OPL245. 

Anna Lo Schiavo per NIGRIZIA

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