Amarsi al tempo del coronavirus

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Da quando si è parlato di affetti, la mia quindicenne non fa altro che chiedermi se la sua storia d’amore, iniziata qualche mese prima del coronavirus, può essere considerata una relazione stabile.

Non lo so, le ho detto, perché le relazioni stabili, a volte, non lo sono per niente o lo sono così tanto che non ti permettono di respirare, ma, soprattutto, perché non ci ho capito niente della fase 2.

😳

Tra la mia regione, la Liguria, che ha dato direttive anche per passeggiate a cavallo e pesca sportiva lungo fiumi e foci di fiumi e il premier, che l’altra sera ha parlato di congiunti, ero in confusione e come dall’inizio della pandemia non ho risposte certe ( non che io le abbia mai avute!)

Comunque, la mia quindicenne ha iniziato a guardare se il nostro municipio e quello del ragazzino ( 1,90 e 46 di piede), erano vicini, se potevano incontrarsi al confine, se, se, se.

Ogni sera, da quando è iniziata questa segregazione forzata e necessaria, lei si chiude in camera e parla al telefono con lui.

Hanno un sacco di cose da dirsi, fanno giochi con le parole, trova il significato di…niente divano letto diviso con me per una commedia romantica e un po’ mi dispiace. Prendo atto che quel tempo è quasi a termine ma quando passo per andare a dormire li sento ancora chiacchierare e provo un’infinità tenerezza.

La girl piccola non è mai uscita una sola volta in questi mesi. E, ovviamente, i due non si sono mai visti.

Ora, che pensavano ad un possibile avvicinamento, cercano disperatamente di capire quando e come.

Hanno immaginato fughe, io porto il gatto dal veterinario, tu esci con il cane e ci incontriamo. Ma, alla fine, ha prevalso il buon senso o le regole a cui tutti, in famiglia, cerchiamo di sottostare.

😂

In questi giorni di fase 2 si aggira in cerca di risposte, sembra un animale in gabbia. Chiede a chiunque: nonna, zia, amici, se possono vedersi. Se non vivessimo all’altezza cantine chiederebbe persino al vicino di sotto.

E me lo sono chiesta anch’io da quando è uscita ‘sta roba del congiunto, me, me lo sono chiesta perché credo di avere una relazione più o meno stabile ma non sono sposata, non sono niente.

Posso uscire con le mie figlie, a cui, da adolescenti sane, non frega nulla di farsi una passeggiata né di fare sport ( che tra l’altro non faccio) con me, ma con il mio compagno no.

Poi il premier ha precisato: affetti, relazione stabili, non necessariamente consanguinei. Per fortuna, ho pensato, perché, non può chiudersi sempre e ancora dentro a quel contesto famigliare etero che non è garanzia di niente, a volte, nemmeno di salvezza.

Comunque, l’altra sera, la quindicenne ha chiesto persino al mio compagno “Secondo te possiamo vederci?”.

Dopo, lo ha chiesto ai suoi figli, prima all’uno e poi all’altra. E, quest’ultima le ha mandato sul gruppo del cane (che è condiviso) da questa famiglia allargata, la definizione di Congiunto.

Sono giorni che in casa nostra non fanno altro che arrivare messaggi per questa giovane coppia che è in attesa di una risposta.

Potete vedervi lì o forse laggiù. Potete incontravi in cima al monte, sotto alle collina, in equilibrio su un cavallo. Qualcuno ha suggerito: compratevi una canna da pesca e andate alla foce di un fiume.

Potete uscire dal vostro municipio, oppure no, trovate un confine, state ad un metro di distanza, forse ce la farete.

Stasera, mentre scrivevo è arrivata in cucina, cappuccio della felpa in testa e mi ha detto: “Allora, possiamo vederci?”.

“Sua madre cosa dice?” le ho chiesto visto che ero in alto mare!
La quindicenne ha domandato in video chiamata all’affetto che chiedesse.

“Sua madre dice che dobbiamo ancora aspettare, cercare di capire, vedremo” mi ha detto la piccola.

“Sono d’accordo con lei” le ho risposto. Ed è bello essere d’accordo con un’altra madre anche se non ci siamo mai parlate. 

La girl è tornata in camera, rassegnata. Li sento chiacchierare, adesso lei ride, chissà cosa si dicono, cosa progettano.

Aspettano. Rispettano, di questo ne sono sicura.

Ho visto un sacco di gente in giro in questi giorni mentre portavo fuori Alaska e un po’ mi sono spaventata. 

Perché, in questo momento, penso che abbiamo ancora bisogno di regole per stare bene tutti.

Non so quale sia la scelta giusta, navigo a vista, ma credo sia importante non pensare solo a noi, al nostro benessere, insegnare la legalità e il suo senso, e sentirci parte di qualcosa di più grande.

Qualcuno mi ha suggerito -per quanto riguarda me e il mio compagno- se ci fermano di dichiarare che abbiamo lo stesso domicilio. Non ci penso nemmeno, come non mi piace chi non fa gli scontrini e chi fa il nero, credendo di fottere il sistema e si giustifica dicendo che altrimenti non sopravvivrebbe. Oppure le coppie sposate che hanno residenze diverse, anche se vivono sotto lo stesso tetto, per avere il posto all’asilo nido o cose così. Non mi piace. Certe furbizie le vivo sulla mia pelle essendo una madre separata. Fottere il sistema, vuol dire fottere qualcun altro. 

Il sistema non si fotte, si cerca di cambiarlo. 

Le regole possono non piacerci e, a volte, sono fatte per essere trasgredite, ma non sulla pelle degli altri. 

Quello che mi colpisce è quanto, alla fine, questi ragazzi siano stati e siano migliori di quello che li abbiamo sempre immaginati e soprattutto descritti.

Forse, la prossima volta che un “profeta” andrà in televisione o farà comizi su qualche palco, dicendone di cotte e di crude su queste nuove generazioni e porta la bandiera del “ai nostri tempi”, dovremmo ricordarcelo.

Quello che mi colpisce è quanto l’amore sia stabile dentro la sua instabilità. Così come la vita, le profezie e l’incoerenze di cui siamo fatti noi adulti. 

Penny ( Cinzia Pennati, SOSDONNE )

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