Amazzonia: i Guardiani della Foresta lottano, e muoiono, per tutti noi

Fisso la foto di Paulo Paulino Guajajara scattata qualche mese fa, al termine di una spedizione notturna con i guardiani Guajajara alla ricerca dei trafficanti di legno. Mi avevano invitato a unirmi a loro come attivista e ricercatrice di Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni che da anni sostiene il lavoro dei Guardiani e li aiuta a diffondere la loro voce nel mondo.

Dopo avervi fatto due buchi per gli occhi, Paulino usava il mio cappellino come passamontagna per coprirsi il volto e non essere riconosciuto dai taglialegna. Diceva che avrebbe potuto salvargli la vita. Ma quando il pericolo passava, tornava a scoprire il suo sorriso contagioso.

Indossava il mio cappellino anche quel drammatico 1° novembre. Ma questa volta non è servito a proteggerlo. Lui e l’amico Tainaky Tenetehar non si sentivano in pericolo perché stavano semplicemente andando a caccia. Non stavano pattugliando l’area alla ricerca dei trafficanti di legno, come facevano nelle missioni per proteggere la propria terra e i vicini Awà incontattati. Tainaky è riuscito miracolosamente a sopravvivere all’attacco, anche se è stato gravemente ferito. Ma per Paulino non c’è stato nulla da fare e io continuo a fissare la fotografia, con dolore e sgomento.

Era aprile e la tensione tra chi voleva distruggere la foresta e chi la voleva proteggere era allarmante. I taglialegna avevano già assassinato tre guardiani. E arrivavano puntualmente nuove minacce di morte.

Quel giorno la rabbia e l’urgenza erano palpabili. Non potevamo aspettare il mattino perché i taglialegna erano lì intorno. E così siamo partiti di notte. “Ci stanno osservando”, hanno sussurrato i Guardiani dell’Amazzonia mentre percorrevamo chilometri al buio nella foresta verso un centro di disboscamento illegale. “Ma noi stiamo osservando loro e questa è la nostra foresta. La conosciamo perfettamente. Li prenderemo!”.

Man mano che avanzavamo incontravamo macchie di foresta appena distrutte. Decine di alberi giacevano come cadaveri, pronti per il mercato nero. Paulino era preoccupato. “Mi fa impazzire vedere tutto questo! Questa gente pensa di poter venire qui, nella nostra casa e servirsi liberamente della nostra foresta? No. Non glielo permetteremo. Noi non facciamo irruzione nelle loro case e non le derubiamo, giusto? Mi ribolle il sangue. Sono tanto arrabbiato.”

Abbiamo allestito il campo dove si incrociavano due sentieri di disboscamento. Per terra c’erano rametti spezzati poche ore prima. I trafficanti di legno erano vicini. Abbiamo dormito intorno a un piccolo fuoco e al tramonto siamo ripartiti. Ci stavamo avvicinando: le tracce degli invasori erano frequenti. Alcune ore più tardi, finalmente, abbiamo individuato la base. Avanzavamo con cautela, ma non c’era più nessuno. I taglialegna erano fuggiti in fretta e furia. E così i Guardiani hanno dato fuoco al campo. Con ogni probabilità gli invasori erano stati informati dalle loro spie. Consapevoli dell’efficacia delle operazioni dei Guardiani, che spesso riescono a cacciare i taglialegna e a bruciare le attrezzature, avevano preferito fuggire e abbandonare i preziosi tronchi.

Quella notte ci trovavamo nel cuore di Arariboia, nel Nordest dell’Amazzonia. Guardando le immagini satellitari si resta impressionati dal contrasto dei colori lungo i suoi confini: è un’isola verde in mezzo a un mare di devastazione. Ma questa non è una sorpresa: i popoli indigeni si prendono cura della propria terra meglio di chiunque altro.

I Guardiani rispettano e proteggono la foresta come parte integrante della loro vita, perché dà cibo, protezione, medicine. È il loro tutto. “Noi popoli indigeni conosciamo la nostra foresta meglio di chiunque altro. Combatteremo fino a che avremo vita”, diceva Tainaky. “Non abbiamo altra scelta”.

Brasile: l’attacco di Bolsonaro e la reazione dei popoli indigeni

Paulino ha pagato con la vita l’impegno per salvare la foresta. Arariboia viene distrutta a una velocità allarmante. Gli Awá rischiano l’estinzione e le parole razziste del presidente Bolsonaro, insieme alle sue proposte genocide di rubare terra indigena, incoraggiano i trafficanti di legno. Da quando Bolsonaro si è insediato, il numero di invasioni di territori indigeni e di attacchi alle comunità è schizzato alle stelle. “Il Presidente ha chiarito che non proteggerà neanche un millimetro in più di terra indigena. Vogliono ucciderci tutti e prendersi la nostra terra”, mi spiegava Tainaky.

La presidenza di Bolsonaro ha aumentato l’attenzione sulla foresta: ma se da un lato sono aumentati gli occhi di coloro che la vogliono depredare, dall’altra sono cresciuti anche quelli di chi la vuole proteggere. Per il futuro di Arariboia e di altre terre indigene – i luoghi a maggiore biodiversità sulla terra e àncora di salvezza per tutti noi – dobbiamo continuare a mantenere i nostri occhi sulla foresta e a sostenere gli occhi indigeni nella foresta.

Dobbiamo onorare la vita di Paulino e di altri come lui che non sapranno mai quanto gli siamo grati, così come noi non capiremo mai quanto gli dobbiamo davvero. In prima linea nella lotta per i popoli indigeni, la natura e l’umanità ci sono loro. Ma a noi resta il compito importante di unirci a loro e restare al loro fianco per dire #StopBrazilsGenocide.

di Sarah Shenker, SURVIVAL INTERNATIONAL per IL FATTO QUOTIDIANO

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