Amnesty: Libia, per i migranti è l’inferno in terra

Tradotto in italiano il report di Amnesty International del dicembre scorso: “Libia: un oscuro intreccio di collusione. Abusi su rifugiati e migranti diretti in Europa”

C’era un sacco di polizia ad aspettarci. Ci hanno portato a Zawiya, un centro ufficiale. Sono rimasto lì tre mesi e poi ho pagato 500 dinari libici e mi hanno lasciato andare. La polizia mi ha dato il numero di un gambiano e mi ha detto di chiamarlo se volevo pagare per andarmene (sapevano infatti che non avevo soldi) e che lui mi avrebbe aiutato. Anche con gli altri che erano stati arrestati assieme a me hanno fatto la stessa cosa. Quando eravamo nel centro, non ci davano da mangiare e mi hanno picchiato con un tubo di gomma perché volevano soldi in cambio del mio rilascio”.

“Bakary”, gambiano, intercettato in mare dalla Guardia costiera libica e poi detenuto in un centro a Zawiya, dicembre 2016.

La sintesi del rapporto

Negli ultimi anni, centinaia di migliaia di rifugiati e migranti hanno affrontato il difficile viaggio attraverso l’Africa alla volta della Libia. Alcuni avevano sin dal principio l’intenzione di rimanere lì, mentre per altri il sogno era quello di raggiungere l’Europa. Quasi mezzo milione di persone ha affrontato questa traversata negli ultimi tre anni e oltre 10.000 persone sono morte provandoci. Altre cinquecentomila persone, o forse più, sono al momento bloccate in Libia. Amnesty Internationalha investigato i terribili abusi che essi subiscono e la complessa rete di responsabilità che sta alla base delle loro traversie.

Rifugiati e migranti vengono sottoposti regolarmente a violazioni dei diritti umani commesse da pubblici ufficiali e forze di sicurezza libiche e ad abusi consumati da gruppi armati e bande criminali, i quali spesso cooperano gli uni con gli altri con un reciproco vantaggio economico. Rifugiati e migranti subiscono torture, maltrattamenti e detenzione arbitraria in condizioni disastrose, estorsioni, lavori forzati e perfino uccisioni da parte di funzionari, miliziani e trafficanti libici. In un paese in preda all’anarchia, i rifugiati e i migranti sono diventati una risorsa da sfruttare – una merce attorno alla quale si è sviluppato un intero settore economico, come messo in luce dallo sconvolgente video che è stato reso pubblico nel novembre 2017 in cui alcuni migranti vengono messi in vendita.

La ricerca di Amnesty International non solo dimostra come funzionari corrotti e trafficanti senza scrupoli abbiano trattato orribilmente donne, uomini e bambini, ma mette in luce anche le responsabilità dell’Europa. Rivela come l’Unione europea e i suoi stati membri – e, in particolare, l’Italia – abbiano perseguito il proprio obiettivo di limitare del flusso di rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo senza pensare o curarsi delle conseguenze per coloro che, per via di queste scelte, sono rimasti intrappolati in Libia.

Gli stati membri dell’Unione europea hanno stipulato una serie di accordi di collaborazione con autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani – in particolare, la Guardia costiera libica e il Dipartimento per il contrasto alla migrazione (DCIM) del ministero dell’Interno – allo scopo di aumentare le capacità di tali autorità di contrastare i trafficanti, eseguire operazioni di ricerca e soccorso e prevenire le partenze irregolari. Tale politica ha funzionato: il numero di arrivi in Italia è calato del 67 per cento fra luglio e novembre 2017 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e le morti in mare sono diminuite in maniera proporzionale. Tuttavia, i paesi dell’Unione europea non possono fingere orrore o indignazione quando viene messo in luce il costo umano di tali accordi.

I funzionari dell’Unione europea e italiani non possono dichiarare credibilmente di non essere a conoscenza delle gravi violazioni commesse da alcuni dei funzionari di detenzione e degli agenti della Guardia costiera libica con cui collaborano in maniera tanto assidua. Né possono dichiarare con alcuna credibilità di aver insistito per ottenere meccanismi e garanzie per la protezione dei diritti fondamentali da parte dei loro corrispettivi libici poiché, in realtà, ciò non è avvenuto. Pertanto, sono complici di tali abusi e hanno violato i propri obblighi in materia di diritti umani.

Le conclusioni di Amnesty International si basano su colloqui condotti con settantadue rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel luglio 2017 in Italia e in Tunisia e su incontri e scambi con funzionari libici – fra cui il portavoce ufficiale della Marina libica, rappresentanti di governi e istituzioni dell’Unione europea, rappresentanti dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e dell’Unhcr (l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite) e, altre agenzie delle Nazioni Unite, oltre a organizzazioni non governative (Ong) che operano in Libia, nel Mediterraneo centrale e in Italia.

Oltre agli incontri e ai colloqui, Amnesty International ha preso in esame rapporti, dichiarazioni e altri documenti rilevanti emessi da organismi delle Nazioni Unite – in particolare dall’Oim, dall’Unhcr, dalla Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsimil), dall’Ufficio dell’alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migranti, dal Relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e dal Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria – e anche da enti dell’Unione europea (compresa la Commissione europea, il Consiglio europeo e il Parlamento europeo), dal governo italiano e da Ong internazionali, oltre ad altre dichiarazioni rilasciate durante incontri intergovernativi informali e a informazioni diffuse da media e piattaforme di social media online.

LA SITUAZIONE IN LIBIA

I rifugiati e i migranti in Libia sono esposti a spaventose violazioni dei diritti umani in un paese in cui le istituzioni sono state indebolite da anni di conflitto e divisione politica. Amnesty International ha ampiamente documentato la situazione di rifugiati e migranti in Libia negli ultimi anni, anche tramite la raccolta di centinaia di testimonianze di persone che sono state in Libia e hanno descritto con dettagli raccapriccianti gli abusi a cui sono state sottoposte o hanno assistito.

L’Oim ha calcolato in 416.556 le presenze di migranti in Libia alla fine di settembre 2017. Tuttavia, è probabile che il numero effettivo sia maggiore. Secondo l’Oim, oltre il 60 per cento dei migranti in Libia proviene dall’Africa subsahariana, il 32 per cento da altri paesi nordafricani e circa il 7 per cento da paesi asiatici e mediorientali. Il numero di coloro che hanno bisogno di protezione internazionale è difficile da stimare, ma l’Unhcr ha dichiarato che nel novembre 2017 c’erano 44.306 persone registrate in Libia come rifugiati o richiedenti asilo. Il numero effettivo è probabilmente molto più alto, ma a causa del limitato raggio di azione dell’agenzia in Libia non c’è modo di saperlo con certezza.

Per il diritto libico l’ingresso e il soggiorno irregolari nel territorio nazionale nonché l’uscita irregolare dallo stesso sono crimini punibili con pene detentive, multe e deportazione. Sebbene il diritto di asilo sia previsto nell’Articolo 10 della Dichiarazione costituzionale del 2011, le autorità non hanno riconosciuto tale diritto nella normativa nazionale né hanno definito un sistema preposto a garantirlo. La Libia è parte della Convenzione dell’organizzazione dell’unità africana che regola gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa del 1969, ma viola i suoi obblighi ai sensi della Convenzione in quanto non riconosce il diritto di asilo e non offre la protezione necessaria a coloro che sono in fuga da persecuzioni. La Libia ha ripetutamente rifiutato di firmare la Convenzione sullo status dei rifugiati del 1951e di formalizzare la presenza dell’Unhcr.

La criminalizzazione dell’ingresso, del soggiorno e dell’uscita irregolari, assieme all’assenza di qualsiasi normativa o infrastruttura pratica per la protezione dei richiedenti asilo e delle vittime della tratta di persone, ha fatto sì che la detenzione in massa, arbitraria e a tempo indeterminato sia diventata il principale sistema di gestione della migrazione nel paese. Tale sistema, che si presta perfettamente a favorire la corruzione, ha aperto la strada a spaventose violazioni nei luoghi di detenzione dove i rifugiati e i migranti sono alla mercé di autorità, milizie e gruppi armati che spesso collaborano strettamente con i trafficanti allo scopo di ottenere un vantaggio economico. La mancanza di qualsiasi controllo giudiziale sul processo di detenzione e la quasi totale impunità dei funzionari coinvolti ha facilitato l’istituzionalizzazione della tortura e di maltrattamenti di altro tipo nei centri di detenzione.

Si stima che fino a 20.000 rifugiati e migranti siano al momento imprigionati in centri di detenzione gestiti dal DCIM, una divisione del ministero dell’Interno creata nel 2012 allo scopo di contrastare i flussi migratori in Libia. Altre migliaia di persone sono imprigionate in luoghi di detenzione gestiti da milizie e bande criminali. In entrambi i casi, tali persone sono detenute illegalmente in condizioni inumane e vengono sottoposte a tortura e ad altri trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti, compresa la violenza sessuale.

I funzionari del DCIM incaricati della gestione e della sorveglianza dei centri di detenzione sono spesso direttamente coinvolti nella tortura e nei maltrattamenti di rifugiati e migranti allo scopo di estorcere da questi ultimi o dalle loro famiglie riscatti in cambio del loro rilascio da una detenzione arbitraria a tempo indeterminato. I rifugiati e i migranti detenuti nei centri del DCIM hanno raccontato di essere stati imprigionati in condizioni degradanti all’interno di strutture mal attrezzate e sovraffollate. Rifugiati e migranti sono privati di cibo e acqua ed esposti a trattamenti che ne violano la dignità, comprese perquisizioni su persone denudate per cercare denaro da confiscare. Alcuni hanno raccontato di essere
stati costretti a chiamare le proprie famiglie mentre le guardie li torturavano allo scopo di costringere i familiari a pagare per il loro rilascio. Altri hanno raccontato che è stata offerta loro la possibilità di contattare un intermediario, il quale avrebbe pagato i funzionari delDCIM allo scopo di farli rilasciare e li avrebbe poi consegnati ai trafficanti per essere imbarcati una volta saldato il debito. Una volta rilasciato, il rifugiato o il migrante è sprovvisto di denaro e di qualsiasi articolo personale, compresi documenti di identificazione o passaporto, il che lo espone al rischio di essere detenuto o imprigionato nuovamente.

Anche gli ufficiali della Guardia costiera libica sono responsabili di violazioni dei diritti umani ed è noto che operano in collusione con reti di trafficanti.
I funzionari della Guardia costiera libica che conducono le operazioni di intercettazione hanno usato minacce e violenza nei confronti di rifugiati e migranti a bordo delle imbarcazioni in difficoltà, ossia nei confronti di coloro che avrebbero dovuto soccorrere, talvolta allo scopo di derubarli dei loro modesti averi. Inoltre, hanno causato morti e messo a repentaglio vite umane con operazioni apertamente irriguardose dei protocolli e degli standard di sicurezza basilari. I migranti con cui Amnesty International ha parlato descrivono spesso la collusione fra la Guardia costiera libica e i trafficanti. Tale collusione consiste innanzitutto nel permesso di partire concesso alle imbarcazioni da parte della Guardia costiera libica in cambio di una certa tariffa: la Guardia costiera libica può scortare una o più imbarcazioni mentre queste si allontanano dalla costa, oppure può consentire loro di proseguire dopo averle intercettate in mare se queste sono contraddistinte da un determinato simbolo che fa sapere alla Guardia costiera libica che il pagamento dovuto è già stato corrisposto. Oppure, può consentire loro di proseguire se coloro che sono a bordo sono in grado di confermare il pagamento della tariffa di passaggio facendo il nome del trafficante che ha organizzato la traversata. Non è chiaro quanti membri della Guardia costiera libica collaborino con i trafficanti e offrano passaggio sicuro alle loro imbarcazioni nelle acque territoriali libiche. Tuttavia, è chiaro che, durante il 2016 e il 2017, la Guardia costiera libica ha riportato sulle coste libiche migliaia di persone intercettate in mare, e che le maggiori capacità operative della Guardia costiera libica, grazie al sostegno ricevuto dagli stati membri dell’Unione europea, hanno determinato un aumento di tali operazioni di intercettazione.
Finora, nel 2017, la Guardia costiera libica ha intercettato e riportato in Libia 19.333 persone.

COMPLICITÀ EUROPEA NEGLI ABUSI IN LIBIA

Nonostante siano pienamente a conoscenza delle gravi violazioni a cui sono sottoposti in Libia rifugiati e migranti, i governi europei hanno deciso di attuare politiche di controllo della migrazione che, rafforzando le capacità e la determinazione delle autorità libiche a mettere freno alle traversate via mare, stanno intrappolando migliaia di donne, uomini e bambini in un paese dove questi sono sistematicamente esposti ad abusi e dove hanno ben poche possibilità di richiedere e ottenere protezione. In assenza di un meccanismo adeguato per il monitoraggio del rispetto e della protezione dei diritti umani di rifugiati e migranti in Libia o di qualsiasi azione significativa al fine di migliorare la protezione dei loro diritti, tali politiche hanno contribuito in maniera diretta a peggiorare la situazione di coloro che sono ora intrappolati nel paese.

Sin dalla fine del 2016, l’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno attuato una serie di misure volte a chiudere le rotte migratorie attraverso la Libia e il Mediterraneo centrale. La loro collaborazione con attori libici si è manifestata attraverso un triplice approccio. Innanzitutto, hanno fatto sì che la Guardia costiera libica abbia potuto intercettare un numero crescente di persone in mare fornendo loro formazione, equipaggiamento (comprese le imbarcazioni), e assistenza tecnica e di altro tipo. In secondo luogo, si sono impegnati a fornire supporto e assistenza tecnica al DCIM, ossia alle autorità libiche responsabili della gestione dei centri di detenzione dove rifugiati e migranti vengono trattenuti e regolarmente esposti a
gravi violazioni dei diritti umani. In terzo luogo, hanno raggiunto accordi con le autorità libiche locali e i leader di tribù e gruppi armati allo scopo di incoraggiarli a mettere fine al traffico di persone e di migliorare i controlli delle frontiere nel sud del paese.

Offrendo formazione, equipaggiamento e supporto sotto varie forme allo scopo di migliorare le capacità operative della Guardia costiera libica, i governi europei hanno messo quest’ultima in condizione di intercettare rifugiati e migranti in mare, anche in acque internazionali, di riportarli in Libia e di trasferirli in centri di detenzione in cui i loro diritti umani saranno quasi certamente violati. Inoltre, ostacolando le operazioni di monitoraggio e soccorso delle Ong in mare, hanno a tutti gli effetti relegato a un ruolo secondario coloro che assicuravano lo sbarco delle persone soccorse in mare in un porto sicuro in Italia.

L’attuazione di tale strategia ha determinato un calo nel numero di traversate via mare a partire da luglio 2017. Mentre nella prima metà del 2017 un totale di 83.754 persone ha raggiunto l’Italia via mare (un aumento significativo rispetto allo stesso periodo del 2016, quando vennero registrati 70.222 arrivi), fra luglio e novembre 2017 è arrivato in Italia un totale di 33.288 rifugiati e migranti, ossia il 67 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. Sebbene un numero inferiore di traversate abbia certamente assicurato uno degli obiettivi dichiarati della cooperazione – ossia, una riduzione nel numero di morti in mare registrate durante il periodo – la progressiva chiusura della rotta del Mediterraneo centrale ha determinato anche il contenimento di rifugiati e migranti in un paese in cui questi sono esposti a violazioni e abusi e in cui non hanno la possibilità di richiedere asilo.

I governi europei hanno intrapreso tali iniziative senza creare meccanismi di salvaguardia necessari ad assicurare la protezione e i diritti umani di rifugiati e migranti. Nonostante gli sforzi delle agenzie delle Nazioni Unite per offrire assistenza a rifugiati e migranti presso dodici punti di sbarco in Libia, di fatto coloro che vengono intercettati in mare e riportati in Libia vengono trasferiti in centri di detenzione dove vengono imprigionati in condizioni crudeli, disumane e degradanti, senza alcuna prospettiva di controllo della legittimità della detenzione, e sono esposti a violazioni e abusi gravi e sistematici. Molti centri rimangono fuori della portata delle agenzie internazionali e, quando concesso, l’accesso viene autorizzato volta per volta.

In mancanza di un sistema giudiziario funzionante e di qualsiasi struttura legale o procedura prestabilita per l’autorizzazione della detenzione dei migranti, questi sono privati di qualsiasi mezzo amministrativo o giudiziario formale per ricorrere contro la propria detenzione. Alla luce di tutto ciò, il modo più rapido e sicuro per essere rilasciati consiste nel pagare il riscatto richiesto dalle guardie preposte alla detenzione. Le agenzie internazionali offrono un’altra opportunità ad alcuni.
L’Unhcr è in grado di assicurare in casi eccezionali il rilascio di rifugiati provenienti da alcuni paesi specifici. L’Oim gestisce un più ampio programma di rimpatrio volontario di cui si prevede l’ulteriore allargamento, come annunciato in
occasione del summit fra Unione europea e Unione africana nel novembre 2017.

Tuttavia, sebbene tale programma di rimpatrio volontario di certo offra un’ancora di salvezza ad alcuni, non deve essere considerato o promosso come la sola opzione di evacuazione per coloro che sono bloccati in Libia. Se la sola alternativa consiste nella detenzione a tempo indeterminato e in torture e altri maltrattamenti e non esiste un sistema di asilo, è discutibile quanto tali rimpatri siano effettivamente volontari, specialmente per coloro che hanno elementi per chiedere asilo. Amnesty International ritiene che, allo scopo di assicurare la volontarietà di qualsiasi programma di rimpatrio assistito, è necessario mettere fine alla politica di detenzione automatica, riconoscere formalmente l’Unhcr e il suo mandato in Libia, aumentare in maniera significativa le capacità dell’Unhcr di condurre accertamenti dello status di rifugiato e incrementare di molto il numero di posti di reinsediamento e visti umanitari offerti dai paesi europei e, certamente, anche non europei.

Sebbene le politiche migratorie europee stiano chiaramente facilitando abusi in Libia ed esponendo un numero crescente di persone a tali abusi, sarebbe errato concludere che l’alternativa a una cattiva collaborazione sia l’interruzione della collaborazione stessa. La situazione di rifugiati e migranti in Libia non verrebbe migliorata, e il numero delle morti in mare non scenderebbe, se si mettesse fine all’impegno internazionale nei confronti dell’autorità libiche in materia di migrazione. Tuttavia, è essenziale – da un punto di vista giuridico, pratico, morale e politico – che gli scopi e la natura di tale cooperazione vengano ripensati e che l’attenzione si sposti dalla prevenzione degli arrivi in Europa al la protezione dei diritti di rifugiati e migranti.

La terribile situazione dei rifugiati e migranti in Libia è un prodotto di fenomeni economici e politici di più ampio respiro nel continente africano e di più fondamentali errori nelle politiche migratori e europee. In assenza di adeguati canali sicuri e legali per entrare in Europa (sia per rifugiati che per lavoratori migranti) e alla luce della bassa possibilità di essere rimpatriati nel caso in cui si venga dichiarati come non aventi diritto alla protezione internazionale, le traversate irregolari continueranno a essere considerate come l’unica opzione e, in ultima analisi, anche come una scelta razionale da parte di persone perseguitate e desiderose di migliorare il proprio destino. Questo intreccio di fattori può essere affrontato solo aumentando il numero di canali sicuri e legali tramite cui entrare nei paesi europei (e ritornare da questi). Tale situazione non può invece essere affrontata in maniera sostenibile e moralmente accettabile arruolando attori corrotti e violenti nei paesi di transito allo scopo di bloccare le rotte a metà strada, senza prendere in considerazione come lo fanno o l’impatto su coloro che rimangono intrappolati.

da DOSSIERLIBIA

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

 

 

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