Ancora un morto per l’intollerabile intreccio tra mafia e razzismo

Basta! È intollerabile che sia morto un altro giovane lavoratore immigrato nell’ennesimo rogo della baraccopoli di San Ferdinando. E per favore non si dica che era un “piccolo delinquente” e che “se l’è cercata”. Certo, aveva piccoli precedenti penali, non condanne, ma è morto bruciato in una scassata roulotte. Ed è intollerabile che siano tre gli immigrati uccisi dalle fiamme in un anno. E sette gli incendi distruttivi dal 2016. È intollerabile che ancora non si sia trovata una soluzione abitativa degna per le migliaia di braccianti africani che ogni anno, da almeno venti anni, vengono nella Piana di Gioia Tauro per raccogliere gli agrumi. I nostri agrumi, quelli per la nostra tavola.

È intollerabile sentire ancora solo parole generiche e mai progetti concreti di accoglienza vera e umana. È intollerabile, come abbiamo scritto più di un mese fa, che ci siano circa 400 posti letto pronti per questi immigrati, nuovi, costruiti ad hoc con fondi pubblici, inutilizzati e in parte occupati abusivamente o vandalizzati. Mentre il giovane Moussa Ba è morto bruciato in una roulotte rottame, l’unica “casa” che il paese è stato capace di offrirgli. Aveva solo 28 anni, così come ne aveva 26 Becky Moses e 18 Suruwa Jaiteh, le altre vittime del fuoco e dell’emarginazione. Sì, tutto questo è proprio intollerabile, inaccettabile, colpevole.

E proprio nel senso che qualcuno, e non pochi, ne è responsabile. A partire da quegli imprenditori agricoli che oltre a sfruttare, coi caporali, questi lavoratori, non hanno mai offerto quell’alloggio che, invece, in altre regioni viene fornito. Dove sono le grandi organizzazioni datoriali? Hanno mai promosso progetti di accoglienza? Non ne ricordiamo. Ma non meno responsabili sono le istituzioni nazionali e locali che per questi lavoratori sono state capaci di offrire solo soluzioni di emergenza come le tendopoli, per poi farle degradare come la prima del 2011, sostituita poi con un’altra tendopoli, mentre la vecchia mai abbattuta è diventata una gigantesca baraccopoli. Le istituzioni da anni annunciano piani di accoglienza diffusa non riuscendo però a realizzare nulla. Eppure in tutti i paesi della Piana ci sono centinaia di case sfitte. Che tali restano. Oppure vengono affittate in nero proprio ad alcuni braccianti. Mentre troppi sindaci non collaborano.

Altro annuncio è quello, altrettanto ripetuto, dell’utilizzo dei beni confiscati alla ’ndrangheta. Bene. Ce ne sono tantissimi in questo territorio, ma spesso in pessime condizioni perché inutilizzati da anni dopo essere stati tolti ai mafiosi e da loro vandalizzati. Servirebbero fondi per ristrutturarli. Ci sono? Forse su questo il ministro Salvini e il collega della Giustizia, Bonafede potrebbero intervenire visto che sono loro a gestire il Fondo unico di giustizia dove confluiscono i beni in denaro e titoli confiscati ai clan. Centinaia di milioni di euro. Ma non abbiamo mai sentito dire una parola. Il ministro dell’Interno il 10 luglio dello scorso anno era venuto qui e aveva annunciato lo sgombero della baraccopoli. «Nel mio Paese, nel 2018, non si sta nelle baracche. Chi ha diritto a rimanere in Italia ci deve stare con tutti i diritti e i doveri degli altri cittadini. Siccome ci sono cinque milioni di italiani in povertà vengono prima loro per casa e lavoro». E non si è visto nulla. Forse perché il ministro è troppo impegnato a “smontare” il sistema di accoglienza per gli immigrati, quello che funziona, degli Sprar e dei piccoli Cas. Per i braccianti di Rosarno, di San Ferdinando ma anche di Foggia, Cerignola, San Severo, Vittoria, Scanzano Jonico, Policoro, restano come sempre solo le baracche. Che bruciano e uccidono. E ogni volta si ripete la drammatica recita.

Ora viene annunciato «un piano per trasferire, nel breve periodo e previe le necessarie verifiche di legge, i migranti». Dove? Lo stesso Salvini denuncia, ironizzando, che «per gli extracomunitari di San Ferdinando con protezione internazionale, avevamo messo a disposizione 133 posti nei progetti Sprar. Hanno aderito solo in otto (otto!)». Non una parola per il ragazzo morto.

Solo affermazioni che confondono. Come il ministro dovrebbe ben sapere, gran parte degli ospiti della baraccopoli hanno il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma con questo non possono più entrare negli Sprar. Lo dice il decreto sicurezza voluto proprio da Salvini, che ha anche cambiato nome da Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) a Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori non accompagnati) proprio per questo.

Inoltre, lo ripetiamo, come facciamo da anni, queste persone sono lavoratori, qui per le raccolte stagionali, per poi trasferirsi in Puglia o in Sicilia o in Campania per altre raccolte. Sono quasi tutti, lo ripetiamo, con permesso di soggiorno. Cittadini che non possono essere “deportati”. Non li si può obbligare ad andare dove non vogliono, dove non c’è lavoro. Gli interventi vanno programmati prima, perché sono appunto almeno venti anni che i braccianti africani vengono qui nella stagione degli agrumi. Servono alloggi temporanei, stagionali, ma veri.

Lo si sa, ma niente si fa. Fino al prossimo morto. “Prima pagina, venti notizie, ventun’ingiustizie e lo Stato che fa. Si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità”, canterebbe ancora oggi Fabrizio De André.

Antonio Maria Mira per Avvenire

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