Tropical fruits provide an important source of income generation for the locals in Tagatay in the Philippines. Please credit: R. Rao/Bioversity International

BANANE DI SANGUE

Piantagioni di banane e loro raccolta bloccate. Milioni di dollari di perdite per la Chiquita in Honduras. Questo a seguito di uno sciopero, protrattosi per mesi, dei lavoratori di più fincas.
Un centinaio di licenziamenti e decine di arresti, invece, il saldo negativo per i protagonisti della protesta. La prima a essere stata licenziata è stata la leader del movimento.
Le ragioni del conflitto sono nello spostamento fuori delle piantagioni di un centro di atendimento medico.
“ Tempo fa sono stata morsa da un serpente velenosissimo. Se non fossi stata soccorsa immediatamente, ora non sarei qui a lottare”, racconta una lavoratrice.
Altri lamentano già morti che potevano essere evitate.
“ Tra una cosa e l’altra, per arrivare dove dicono loro, ci vuole più di un’ora. Sperando di non trovare traffico…Un lavoratore ha avuto un infarto e è arrivato nel loro centro che era già morto. La nuova struttura è povera di servizi rispetto alla precedente”.
Il sospetto, generalizzato, è che l’azienda voglia pian piano disfarsi dell’obbligo di fornire assistenza ai suoi lavoratori e spingerli verso la sanità pubblica del paese. Ma il servizio sanitario nazionale in Honduras è in crisi spaventosa. E da poco si è scoperto che i suoi gruppi dirigenti avevano fatto sparire centinaia di milioni di dollari. L’unica alternativa è la sanità privata. “ E chi ce li ha i soldi per pagare cliniche e dottori? Qui guadagniamo una miseria!”, esplode un altro lavoratore.
Chiquita, ancora una volta, ha scelto di far la faccia dura rispetto ai suoi lavoratori rigettando le loro richieste, licenziando e denunciando.
Una vecchia storia da queste parti.
“ L’industria bananiera, e in genere quella della frutta tropicale, tutta ad azionariato americano, ha fatto una fortuna in paesi come Honduras, Colombia e Guatemala. La United Fruit ha pagato salari di fame, represso ogni organizzazione sindacale, appoggiato feroci colpi di stato. E, ancora oggi, nonostante mille impegni e tanta pubblicità sul loro comportamento etico, la Chiquita e le altre compagnie bananiere hanno saldo un solo principio. ‘Qui comandiamo noi’ “, denuncia un leader dello sciopero.

Alla fine del diciannovesimo secolo la compagnia statunitense United Fruit Company si era stabilita a Santa Marta, sulla costa caraibica della Colombia. Il governo non solo le aveva assegnato estesi territori, ma anche alcuni privilegi che non godeva nessun’altra impresa straniera. La United Fruit iniziò in quella regione a funzionare e ad attuare come una repubblica indipendente.
Nel 1927, più di 25mila persone lavoravano nelle sue piantagioni con giornate lavorative per lo meno di 12 ore. Gli operai non ricevevano salario in danaro: gli erano consegnati dei buoni che potevano essere utilizzati soltanto nei negozi della compagnia, in cambio di prodotti trasportati dagli Stati Uniti nelle stesse navi che portavano le banane. Oltre a non godere di assistenza medica, i lavoratori dormivano ammassati in baracche insalubri. Un sistema di subappaltatori intermedi era l’unico contatto con i lavoratori e questo permetteva alla compagnia di disattendere ai suoi obblighi principali con gli operai. Cercando di migliorare la situazione, il sindacato presentò un pacchetto di richieste.
La United Fruit respinse il pacchetto considerandolo sovversivo. Ai lavoratori non rimase altra alternativa che scendere in sciopero il 12 novembre del 1928. Il motto era: “Per l’operaio e per la Colombia”. Ovviamente il movimento fu catalogato come “sovversivo” dal governo, dalla chiesa e dalla stampa. Venne dato per certo che “agenti di Mosca” erano sbarcati clandestinamente per preparare l’insurrezione.
I vertici della United Fruit pretesero dal governo la presenza dell’esercito. Immediatamente il presidente Miguel Abadía Méndez dichiarò lo stato d’assedio nella zona, incaricando il generale Carlos Cortés Vargas di porre fine a quella “banda di malfattori”. Il quartier generale si allestì negli uffici della compagnia, dove il Corpo ufficiali aveva a disposizione liquori, sigarette, uno stipendio e la possibilità di organizzare grandi orge con le prostitute “raccolte” nella zona.
La priorità era proteggere la vita dei dirigenti della United Fruit, tutti statunitensi, perché si diceva che i lavoratori li avrebbero sgozzati insieme alle loro famiglie.
La situazione degenerò rapidamente.
Il 5 dicembre gli scioperanti furono convocati al villaggio di Ciénaga con la scusa di dare il benvenuto al governatore, il quale probabilmente avrebbe partecipato ai negoziati. Non arrivò mai. Al suo posto c’era il generale Cortés Vargas, il quale la sera, alle 11 e mezza, emise un decreto con il quale ordinava di disperdere “ogni riunione formata da più di tre persone” e minacciava di sparare “sulla folla se fosse stato necessario”.
Due ore dopo il generale Vargas, completamente ubriaco, lesse il decreto alla folla che stava dormendo. Alla fine, mentre alcuni scioperanti si rifiutavano di sgomberare la piazza, ordinò alle truppe di aprire il fuoco con le mitragliatrici piazzate sui tetti. Successivamente il generale disse che “era necessario far rispettare la legge e così fu fatto”.
Si è calcolato che, circondati da 300 soldati, ci fossero circa 5mila contadini, molti accompagnati dalle loro donne e dai loro figli.
Quelli che non morirono sul momento, furono finiti con le baionette o vennero sotterrati vivi in fosse comuni. Sui treni della compagnia furono caricati , allineati come caschi di banane, centinaia di cadaveri e portati fino al mare dove vennero gettati come le banane di cattiva qualità.

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