Bangladeshi garment workers shout slogans during a protest on wage increases in Dhaka on September 21, 2013. Thousands of workers took part in the protest to demand a minimum monthly wage of 8000 taka (103 USD). AFP PHOTO/Munir uz ZAMAN (Photo credit should read MUNIR UZ ZAMAN/AFP/Getty Images)

Basta fame e violenza per i lavoratori tessili del Bangladesh che fabbricano i nostri vestiti

Questa settimana attivisti e sindacalisti in tutto il mondo protesteranno davanti alle ambasciate e ai consolati del Bangladesh per esprimere solidarietà ai lavoratori bengalesi del settore tessile. Attraverso una settimana di solidarietà globale chiederanno salari dignitosi, fabbriche sicure e la fine della repressione dei lavoratori. La preoccupazione per i diritti dei lavoratori dell’abbigliamento sta crescendo dopo la risposta violenta alle recenti proteste per i salari scoppiate in Bangladesh e il protrarsi delle vicende giudiziarie dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladeshche stanno minando progressi essenziali nel campo della sicurezza delle fabbriche.

Salari da fame e violenze

Lo scorso dicembre, migliaia di lavoratori sono scesi in piazza per protestare dopo che la revisione dei livelli salariali si è rivelata avere impatti significativamente diversi per i lavoratori a seconda del loro livello retributivo: per alcuni significa solo pochi centesimi in più in busta paga.

L’atteso aumento dei salari minimi è arrivato dopo un processo lungo e molto problematico, privo di un’adeguata rappresentanza delle voci dei lavoratori. Il risultato è stato una revisione che corrisponde appena alla metà di quanto chiedevano gli operai, un valore molto lontano da qualsiasi soglia di salario dignitoso. Quando i lavoratori hanno visto nelle loro buste paga a quanto ammontava l’aumento, hanno deciso di scioperare e organizzare massicce proteste, represse violentemente dalla polizia causando un morto e molti feriti.

La violenza è tutt’ora in corso. I dirigenti delle fabbriche hanno licenziato centinaia di lavoratori per aver preso parte alle proteste. Decine di loro, compresi i sindacalisti, sono stati arrestati e ora devono affrontare accuse inventate che potrebbero portare a lunghe pene detentive, oltre a quelle che si trascinano dalle proteste del 2016-2017 per salari più elevati.

Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, dichiara: “Il nocciolo della questione è che anche dopo i recenti emendamenti, i lavoratori bengalesi continuano a percepire paghe da fame mentre il governo del Bangladesh continua a intimidire i lavoratori e reprimere qualsiasi tentativo di organizzarsi. I lavoratori hanno il diritto fondamentale di manifestare e scioperare per salari dignitosi e devono essere liberi di farlo. La Campagna Abiti Puliti chiede al governo di rispettare questo diritto, di rilasciare tutti i lavoratori e i sindacalisti arrestati e di ritirare le accuse nei loro confronti”.

I lavoratori hanno bisogno di fabbriche sicure

L’attuale ondata di violenza e repressione arriva in un momento di crescente attenzione internazionale sull’industria dell’abbigliamento del Bangladesh. Da novembre 2018, gli atti della Corte Suprema del Paese stanno generando incertezza sul futuro dell’Accordo per la prevenzione degli incendi e sulla sicurezza degli edifici in Bangladesh. L’Accordo, istituito dopo il crollo del Rana Plaza nel 2013, che uccise almeno 1.134 persone, ha ottenuto miglioramenti concreti e duraturi per l’industria tessile del Paese. Il governo ha ripetutamente sostenuto che il suo programma di ispezioni, il Remediation and Coordination Cell(RCC), sarà presto pronto a subentrare e che l’Accordo dovrebbe essere autorizzato a operare solo temporaneamente e sotto la sua supervisione. Tuttavia, l’RCC non ha ancora dimostrato la capacità o la volontà di eseguire le ispezioni garantendo gli stessi standard di sicurezza previsti dall’Accordo.

I progressi ottenuti nel campo della sicurezza delle fabbriche in Bangladesh sono stati una dura conquista degli ultimi cinque anni e mezzo” continua Deborah Lucchetti. “L’incertezza intorno al futuro dell’Accordo unita alla repressione delle proteste rischiano di vanificare questi sforzi. Per prevenire un altro caso come quello del Rana Plaza servono due cose: le fabbriche devono essere regolarmente e adeguatamente ispezionate e i lavoratori devono essere liberi di denunciare e organizzarsi. Se chi lavora ha paura di far sentire la propria voce o di rifiutare un lavoro insicuro, i marchi e i consumatori sappiano che torneranno le condotte aziendali pericolose che hanno causato il crollo del Rana Plaza”.

Durante questa settimana di solidarietà con i lavoratori bengalesi del tessile, le organizzazioni, i sindacati, gli attivisti e i consumatori dimostreranno a favore del rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori che producono gli abiti che tutti indossiamo. Manifestazioni e lettere di protesta coinvolgeranno le ambasciate e i consolati del Bangladesh in molte città del mondo: Berlino, Bruxelles, Londra, Ginevra, Madrid, L’Aia, New York, Washington DC, solo per citarne alcune.

COSA PUOI FARE TU

In 1 minuto
– Firma la petizione 
– Condividi sui social networks: “Io sto con i lavoratori tessili del Bangladesh #WeStandWithGarmentWorkers #Bangladesh #FreedomSafetyLivingWage

In 10 minuti:
– Cerca nel tuo armadio un abito “made in Bangladesh“. Scatta una foto all’etichetta e postala con il testo “Io sto con i lavoratori e le lavoratrici tessili del Bangladesh che producono gli abiti che indosso #WeStandWithGarmentWorkers #Bangladesh #FreedomSafetyLivingWage

 

CAMPAGNA ABITI PULITI

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