Bolivia: le ragioni di una sconfitta

La gravissima situazione in cui si trova la Bolivia è l’esito di una sollevazione popolare, cavalcata dalla destra politica razzista e dai militari, ma generata da una gestione del potere che ha tradito ogni speranza dei movimenti che avevano portato al governo Evo Morales e Álvaro García Linera. Quasi 14 anni di ossessiva permanenza alla guida del paese, hanno via via inaridito il Mas fino a perseguire un unico obiettivo: restare al Palacio Quemado. A qualsiasi costo. Anche se questo comportava l’approfondimento di politiche estrattiviste e antipopolari, la repressione violenta dell’opposizione sociale, la devastazione dell’ambiente, la violazione della Costituzione e altre nefandezze, fino alla miseria del fondato sospetto di una truffa elettorale. Oggi che la scena politica boliviana è pericolosamente lacerata tra il becero revanchismo tradizionale dell’ultradestra e l’ossessiva conservazione del potere di un male minore logorato dalla protervia e dalla cinica separazione dei mezzi dai fini, c’è il rischio di un bagno di sangue. Gran parte delle speranze di evitarlo sono affidate ancora ai movimenti, a quelli indigeni, tradizionalmente forti quanto divisi in Bolivia, e poi ai giovani ma, soprattutto, al coraggio delle donne che assumono un nuovo protagonismo nella lotta di sempre contro machismo dei caudillos, il patriarcato, l’omofobia e il consueto gioco della guerra tra partiti e fazioni speculari (o complementari) imprigionate dall’odio e incapaci di aprirsi all’ascolto della gente. Un gioco che finisce sempre nel solito modo, con la restaurazione dell’ordine delle cose imposto dalle élite. La gran parte delle persone che vivono in Bolivia, probabilmente, non vuole e non è ancora scivolata nella spirale di violenza ma la porta è spalancata e la via per intraprendere un cammino diverso è tutta in salita

Repressione in Bolivia contro uno sciopero generale. Foto www.internationalist.org

È stata la sollevazione del popolo boliviano e delle sue organizzazioni, in ultima istanza, a provocare la caduta del governo. I principali movimenti hanno chiesto la rinuncia (di Morales, ndt) prima che lo facessero le forze armate e la polizia. L’Organizzazione degli Stati Americani ha sostenuto il governo fino alla fine. La congiuntura critica che attraversa la Bolivia non è cominciata con la frode elettorale, ma con il sistematico attacco del governo di Evo Morales e Álvaro García Linera ai movimenti popolari che li avevano portati al Palacio Quemado. Una scelta irresponsabile, fino al punto che, nel momento in cui hanno avuto bisogno di essere difesi proprio da quei movimenti, essi erano disarticolati e demoralizzati.

1- La mobilitazione sociale e il rifiuto da parte dei movimenti di difendere quello che in un certo periodo era stato il “loro” governo è stato il fattore chiave che ha causato la rinuncia. Lo testimoniano le dichiarazioni della Central Obrera Boliviana, dei docenti e delle autorità dell’Universidad Pública de El Alto (UPEA), di decine di altre organizzazioni e di Mujeres Creando, forse la più chiara di tutte nel pronunciarsi. La sinistra latinoamericana non poteva accettare che una parte considerevole del movimento popolare esigesse la rinuncia del governo, perché non riesce a vedere al di là dei caudillos.

La dichiarazione storica della Federación Sindical de Trabajadores Mineros de Bolivia (FSTMB), vicina al governo, è l’esempio più chiaro del sentimento di molti dei movimenti: “Presidente Evo, hai già fatto molto per la Bolivia, hai migliorato l’educazione, la salute, hai dato dignità a molta gente povera. Presidente, non lasciare che il tuo popolo bruci e non farti carico di altri morti. Tutto il popolo ti apprezzerà per la posizione che devi prendere, la rinuncia è inevitabile, compagno Presidente. Dobbiamo mettere il governo nazionale nelle mani del popolo”.

Mujeres Creando

2 – Questo triste esito ha dei precedenti che risalgono, in approssimata sintesi, alla marcia in difesa del Territorio Indígena y Parque Nacional Isiboro-Sécure (TIPNIS) del 2011. È stato dopo quell’azione moltitudinaria che il governo ha cominciato a dividere le organizzazioni che l’avevano convocata.

Mentre Morales e García Linera mantenevano eccellenti relazioni con l’imprenditoria, diedero un colpo dello Stato contro il Consejo Nacional de Ayllus y Markas del Qullasuyu (CONAMAQ) e la Confederación de Pueblos Indígenas de Bolivia (CIDOB), due organizzazioni storiche dei popoli originari. Mandarono la polizia, fecero allontanare i dirigenti legittimi e dietro arrivarono, protetti dalla polizia, i dirigenti affini al governo.

Nel giugno del 2012, il CIDOB denunciò la “intromissione del governo con il solo proposito di manipolare, dividere e indebolire le istanze organiche e rappresentative dei popoli indigeni della Bolivia“. Un gruppo di dissidenti, con l’appoggio del governo, delegittimarono le autorità e convocarono una “commissione allargata” per eleggere nuove autorità.

Nel dicembre del 2013, un gruppo di dissidenti del CONAMAQ, affini al MAS (il partito di Morales, ndt), presero il locale, picchiarono ed espulsero coloro che si trovavano lì. Lo fecero con l’appoggio della polizia, che rimase a presidiare la sede e a impedire che le legittime autorità potessero recuperarla. Il comunicato dell’organizzazione assicura che il golpe contro CONAMAQ è stato fatto per “approvare tutte le politiche contro il movimento indigeno originario e il popolo boliviano, senza che nessuno potesse dire nulla”.

3 – Il 21 febbraio del 2016 lo stesso governo ha convocato un referendum perché il popolo si pronunciasse a favore o contro la quarta rielezione di Morales. Malgrado la maggioranza avesse detto di NO, il governo ha continuato ad andare avanti con i programmi per la rielezione.

Entrambi i fatti, il disconoscimento della volontà popolare e l’espulsione delle legittime direzioni dei movimenti sociali, rappresentano dei colpi contro il popolo.

Ancora più grave. Nella mattina di mercoledì 17 febbraio, alcuni giorni prima della consultazione referendaria, una manifestazione di genitori di studenti è arrivata fino al municipio di El Alto. Un gruppo composto da un centinaio di partecipanti è entrato con la forza nell’area recintata del municipio provocando un incendio in cui sono morte sei persone. I manifestanti che si erano infiltrati nella mobilitazione dei genitori appartenevano al partito del governo, il Movimiento al Socialismo (MAS).

È questo lo stile di un governo che oggi denuncia il “golpe”, ma ha agito costantemente in forma repressiva contro i settori popolari organizzati che si opponevano alle sue politiche estrattiviste.

La protesta dei minatori boliviani. Foto Radio Fides

4 – Nelle elezioni del 20 ottobre, secondo la maggioranza dei Boliviani, si è consumata una frode. I primi dati mostravano la necessità di un secondo turno elettorale. Poi però il conteggio dei voti è stato fermato senza alcuna spiegazione e i dati che sono stati resi pubblici il giorno successivo mostravano che Evo aveva vinto al primo turno, giacché avrebbe ottenuto oltre il 10 per cento di differenza sullo sfidante sebbene non arrivasse al 50 per cento dei voti.

In diverse regioni si verificano scontri con la polizia, i manifestanti danno alle fiamme tre uffici regionali del tribunale elettorale a Potosí, Sucre y Cobija. Le organizzazioni cittadine convocano uno sciopero generale a tempo indeterminato. Il giorno 23 Morales denuncia che è già in corso “un colpo di Stato” da parte della destra boliviana.

Lunedì 28 la protesta si è intensifica con blocchi stradali e scontri con la polizia, ma anche tra simpatizzanti e oppositori al governo. Come già avvenuto in altre occasioni, Morales e García Linera mobilitano le organizzazioni cooptate per affrontare altre organizzazioni e persone che si oppongono al loro governo. Venerdì si ammutinano le prime tre unità della polizia a Cochabamba, Sucre e Santa Cruz, e a La Paz gli uomini in divisa fraternizzano con i manifestanti. Due giorni dopo, con un intero paese mobilitato, il governo offre la sua rinuncia verbale, ma non scritta.

5 – In questo scenario di polarizzazione, dobbiamo sottolineare il rilevante intervento del movimento femminista boliviano, in particolare del collettivo Mujeres Creando, che ha guidato la mobilitazione delle donne nelle principali città.

Il 6 novembre, quando la polarizzazione si è fatta violenta, María Galindo(la giornalista militante che ha fondato il collettivo delle Mujeres, ndt) ha scritto sul quotidiano Página 7: “Fernando Camacho ed Evo Morales sono complementari. Entrambi si ergono a rappresentanti ‘unici’ del popolo“. Entrambi odiano le donne e gli omosessuali. Entrambi sono omofobi e razzisti ed entrambi usano il conflitto per trarne vantaggi.

Maria scrive che non solo esige le dimissioni del governo e del tribuanle elettorale (complice della frode), ma la convocazione di nuove elezioni con altre regole in cui ci sia la partecipazione della società, perché “nessuno abbia più bisogno di un partito per essere ascoltat@ e per esercitare una rappresentanza”.

L’immensa maggioranza delle persone che abitano la Bolivia non è entrata nel gioco della guerra che hanno voluto imporre Morales e García Linera qunado hanno rinunciato e lanciato i propri sostenitori alla distruzione e al saccheggio (in particolare a La Paz e a El Alto), probabilmente per forzare l’intervento militare e giustificare così la loro denuncia di un golpe che non è mai esistito. Quella maggioranza di Boliviani non è neppure entrata nel gioco dell’ultradestra, che agisce in forma violenta e razzista contro i settori popolari.

6 – Nella sinistra latinoamericana, se ancora si conserva qualcosa in fatto di etica e di dignità, dobbiamo riflettere sul potere e gli abusi che comporta il suo esercizio. Come insegnano le femministe e i popoli originari, il potere è sempre opprimente, coloniale e patriarcale. Per questo loro rifiutano i caudillos e le comunità utilizzano il sistema della rotazione dei capi affinché non accumulino potere.

Non possiamo dimenticare, tuttavia, che in questo momento esiste un serio pericolo che la destra razzista, coloniale e patriarcale riesca ad approfittare della situazione per imporsi e provocare un bagno di sangue. Il revanchismo politico e sociale delle classi dominanti è sempre latente, lo è stato per cinque secoli, e deve essere frenato senza esitazioni.

Non entriamo nel gioco della guerra che entrambe le parti ci vogliono imporre.

 

Raoul Zibechi,
giornalista e scrittore uruguaiano, esponente movimenti sociali latino americani

 

Traduzione per Comune-info: marco calabria

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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