Brasile: Bolsonaro e il tentato genocidio dei popoli indigeni incontattati dell’Amazzonia

Nel cuore della foresta amazzonica vivono circa 100 tribù indigene che non hanno, e non hanno mai voluto avere contatti con il resto della civiltà. Sono i popoli più vulnerabili del pianeta e non hanno difese immunitarie verso malattie comuni introdotte dall’esterno. Il lockdown da loro affonda nella notte dei tempi e adesso sarebbero, per uno strano paradosso della storia, le persone più al sicuro della Terra dal rischio contagio ma l’80% dei popoli incontattati vive in Brasile, e proprio questo li espone al rischio della loro fine. Sicuramente a loro insaputa, il presidente Bolsonaro a inizio febbraio ha nominato il missionario evangelico Ricardo Lopez Dias a capo del Funai, l’ente governativo che dovrebbe proteggere i diritti dei popoli nativi. Dias è stato elemento di spicco della Ntm, New Tribes Mission, ora rinominata in Etnhos360, organizzazione missionaria estremista, il cui obiettivo è contattare ed evangelizzare a qualsiasi costo i popoli incontatti che ancora esistono al mondo, immemore anche in questi tempi di Coronavirus delle epidemie trasmesse in passato dalle missioni tra i popoli indigeni in ogni angolo del pianeta.

Stop a Bolsonaro che minaccia gli indios incontattati: ma è rischio contagio in Amazzonia

Una famiglia di indios «incontattati» nel cuore dell’Amazzonia: Bolsonaro aveva nominato un missionario estremista a capo dell’ente che dovrebbe difendere cento tribù (foto Agência de Notícias do Acre/Gleilson Miranda)

Nel cuore della foresta amazzonica vivono circa 100 tribù indigene che non hanno, e non hanno mai voluto avere contatti con il resto della civiltà. Sono i popoli più vulnerabili del pianeta e non hanno difese immunitarie verso malattie comuni introdotte dall’esterno. Il lockdown da loro affonda nella notte dei tempi e adesso sarebbero, per uno strano paradosso della storia, le persone più al sicuro della Terra dal rischio contagio ma l’80% dei popoli incontattati vive in Brasile, e proprio questo li espone al rischio della loro fine. Sicuramente a loro insaputa, il presidente Bolsonaro a inizio febbraio ha nominato il missionario evangelico Ricardo Lopez Dias a capo del Funai, l’ente governativo che dovrebbe proteggere i diritti dei popoli nativi. Dias è stato elemento di spicco della Ntm, New Tribes Mission, ora rinominata in Etnhos360, organizzazione missionaria estremista, il cui obiettivo è contattare ed evangelizzare a qualsiasi costo i popoli incontatti che ancora esistono al mondo, immemore anche in questi tempi di Coronavirus delle epidemie trasmesse in passato dalle missioni tra i popoli indigeni in ogni angolo del pianeta.

https://vod.rcsobjects.it/corriere/fcs.quotidiani/VAM/2020/05/25/Il_messaggio_di_Stephen_Corry_Direttore_di_Survival_International_20200525174611_900k.mp4

Joênia Wapixana, prima donna indigena del Brasile deputata al Congresso, dopo la sua nomina disse che le «tribù incontattate hanno bisogno di protezione, non di un altro processo di colonizzazione». La sua denuncia, quella delle organizzazioni di indigeni «civilizzati» e di Survival International, l’associazione che tutela le culture indigene, avevano spinto un gruppo di pubblici ministeri ad avanzare ai giudici dell’Alta corte la richiesta di sospendere la nomina di Lopes Dias, «perché costituisce un reale rischio di etnocidio e genocidio» per le tribù incontattate. E alla fine questa mobilitazione, che si è allargata anche fuori dai confini brasiliani e ha fatto arrivare oltre 10mila email al governo, ha avuto successo: il giudice Antonio Souza Prudente ha decretato che la nomina di Lopes Dias era illegale e lo ha rimosso dall’incarico con effetto immediato. 

Un villaggio Yanomami nella foresta amazzonica: una delle etnie di «incontattati»

Un villaggio Yanomami nella foresta amazzonica: una delle etnie di «incontattati»

Rischio estinzione anche per i «civilizzati»

Nella sua sentenza, il giudice ha dichiarato che «la nomina costituiva un chiaro conflitto di interessi» e «una grande minaccia per la politica che esclude il contatto forzato con i popoli indigeni incontattati e per il principio di autodeterminazione». Bolsonaro, per ora, ha incassato il colpo. In Brasile però il problema dei popoli incontattati è la punta dell’iceberg, o comunque la parte numericamente meno rilevante del problema: in tempi di coranavirus il rischio della fine — dell’estinzione di tribù colpite da malattie che non possono affrontare — vale anche per tutti gli altri indigeni «civilizzati» e, in era Covid-19, totalmente abbandonati al loro destino. «Non ci vogliamo estinguere», ha detto Gregorio Díaz Mirabal, presidente del Coica (Coordinamento delle organizzazioni indigene del bacino amazzonico), che rappresenta gli oltre 3 milioni di abitanti nativi che condividono questo territorio in 9 Stati. 

Protesta di Survival a Roma, perché Bolsonaro protegga le terre indigene del Brasile (foto Fiona Watson/Survival International)

Protesta di Survival a Roma, perché Bolsonaro protegga le terre indigene del Brasile (foto Fiona Watson/Survival International)

Più di 40.500 casi, fuga nella foresta profonda 

Secondo il Coica nella regione sono stati registrati più di 40.500 casi di coronavirus e almeno 2.500 morti. Secondo altre fonti sono più del doppio e sulle reali cifre dei decessi non ci sono dati certi. «Chiediamo l’aiuto internazionale. Se continuiamo ad aspettare l’intervento dei governi, la nostra gente continuerà a morire». I leader di villaggi Yanomani hanno predisposto che molti indigeni lasciassero i loro xaponos (comunità) per rifugiarsi nella foresta profonda e tentare di sfuggire al contagio, un modo di proteggersi che era già stato utilizzato dai più anziani durante la dittatura militare negli Anni ‘70, quando le epidemie di morbillo e pertosse causarono molte vittime, ma a cui non si era mai più ricorso, fino all’arrivo del Covid-19. Ma la situazione in Amazzonia è ancora più drammatica di mezzo secolo fa, visto che il piano del governo mostra la sua aggressività colpendo ogni aspetto della preservazione del territorio e della vita delle sue popolazioni. 

Una famiglia di indios Yanomami (foto Fiona Watson/Survival International)

Una famiglia di indios Yanomami (foto Fiona Watson/Survival International)

Con la pandemia, deforestazione aumentata

Approfittando dell’opportunità della pandemia la deforestazione sta avanzando ancora più rapidamente. In Brasile il ministro dell’agricoltura Ricardo Salles ha dato chiari segnali che non tollererà la repressione delle attività dei cercatori d’oro, i garimpeiros, attualmente illegali, permettendo di fatto la recente invasione delle terre indigene da parte di oltre 20 mila di loro. Non è un caso che due importanti responsabili dell’Ibama (Istituto brasiliano per l’ambiente e le risorse naturali rinnovabili) impegnati nella prevenzione del massacro nella foresta siano stati di recente allontanati. «Il contagio è in Amazzonia, dobbiamo vietare le attività illegali che lo diffondono con la complicità del governo» ha detto Sonia Guajajara, leader del principale movimento indigeno del Brasile, e sua portavoce all’Onu. 

Appello all’Onu: «Razzismo istituzionale e genocidio»

«Il governo federale non conteggia i casi di contagio che si verificano nelle nostre comunità — accusa Guajajara —. Si tratta di un atto di razzismo istituzionale e rischiamo di vivere un altro ciclo del genocidio delle popolazioni indigene». Contro questa politica Survival International ha lanciato una raccolta mondiale di firme da consegnare al governo Brasiliano. Chi vuole, può aggiungere la firma all’appello di Survival a questo link (clicca qui).

Stefano Rodi per IL CORRIERE DELLA SERA

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1 Response

  1. Avatar MAURIZIO COSTA ha detto:

    BOLSONARO, ALTRO CRIMINALE AL SOLDO DEGLI USA, ALTRO FASCISTA CHE RICORDA GLI SQUADRONI DELLA MORTE!….

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