Buona Pasqua dai preti degli ultimi

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Per la prima volta molti di noi oggi festeggiano la Pasqua lontani, senza incontrarsi. E molti sono soli, nel dolore della malattia. O nell’attesa drammatica di avere notizie dall’ospedale sulla salute dei propri cari, senza poterli vedere. Papa Francesco nella piazza San Pietro vuota ha detto: “Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Tutti come i discepoli ripetiamo che “siamo perduti”. Ilfattoquotidiano.it, in occasione di una inedita Pasqua di “vite sospese” e di lutto nazionale, ha chiesto “le parole giuste” a quei preti che vivono in frontiera, quegli uomini che nonostante il coronavirus continuano a essere accanto a chi ha più bisogno, a lottare per un’umanità nuova. Preti impegnati contro le mafie, per l’integrazione sociale, nelle zone disagiate, accanto agli ultimi, ai tossicodipendenti, agli immigrati.

Chiuso nella sua cella, nel monastero di Bose, in Piemonte, Enzo Bianchi, fondatore della comunità, sta vivendo questo momento in compagnia della preghiera e di tante persone che cercano conforto in lui. “Dal mattino alla sera ricevo telefonate da anziani soli che hanno paura, che sono nell’angoscia, che vogliono uscire dalla loro condizione di solitudine. E’ per me una cosa nuova questa presenza continua, questo poter dire che siamo veramente tutti sulla stessa barca ma sappiamo amarci ed aiutarci anche in questa situazione”. Le sue parole per questa Pasqua ci riportano alla speranza: “Questa situazione di emergenza è anche una grande opportunità per imparare qualcosa da quello che viviamo. Imparare qualcosa significa sentirci più solidali, più responsabili gli uni degli altri, più custodi gli uni degli altri. Se noi facciamo questo, il mondo di domani sarà migliore soprattutto per le nuove generazioni. Se non lo facciamo ci prendiamo la responsabilità non solo di aver mancato un’occasione ma in qualche misura di aver reso ancor più difficile il vivere insieme. In questa Pasqua si vive distanti e separati ma è pur vero che sapendo che è una condizione provvisoria anche questo ci può aiutare di più a interiorizzare quello che facevamo prima, toglierci ogni tentazione di esibizione, ed essere veramente portati all’essenziale che è la nostra fede e carità”.

Non molto lontano da Bose, a Torino, don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo “Abele” e di Libera non ha smesso un solo attimo di stare vicino ai parenti delle vittime di mafia, a quelli che vivono in strada, a chi ha perso tutto. E da lui arriva un messaggio che ci invita a non dimenticare il dramma del Mediterraneo. “È una Pasqua, questa, che ci accoglie in un momento di estrema difficoltà, segnato dal lutto, dal dolore, dall’angoscia, dall’incertezza. Da un senso diffuso di fragilità e da un sovvertimento delle nostre abitudini. Penso allora che, più che mai, il credente debba cogliere la corrispondenza tra due gridi. Da un lato quello che Gesù in Croce rivolge al Padre – “Perché mi hai abbandonato!?” – grido che è forse il punto più alto della Sua umanizzazione. Dall’altro, quello che ne annuncia la Resurrezione: “Non abbiate paura!”. Due gridi che si “chiamano” l’un l’altro e che, insieme, ci richiamano ad ascoltare quelli dei “crocifissi” di oggi: i poveri, gli esclusi, i fragili, i senza casa e senza patria. Il Mediterraneo è da decenni una Via Crucis e lo scenario di un Olocausto: facciamo in modo che i nostri porti accolgano, con le dovute profilassi, le speranze dei disperati. Solo così potremo dire di aver vissuto davvero la Pasqua, che è Resurrezione della speranza e impegno a realizzarla nella fratellanza e nella giustizia”.

A Milano, don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile del “Beccaria” vive la quarantena nella sua casa con i suoi figli “adottivi”, quelli che lui chiama “i ripetenti”: dieci giovani che hanno più volte commesso qualche reato. Il suo è un augurio intriso di umanità: “Cercate la parte buona delle persone, diventate cercatori del bene. Certamente c’è in ogni persona che incontrate. Da lì comincerete a costruire quell’insieme che è il segreto per una nuova Italia. Questo Paese è un po’ come gli adolescenti ha bisogno di padri. Ci sono tante potenzialità ma servono testimonianze forti. Continuo a dire ai miei colleghi preti e ai vescovi con cui parlo che questa Pasqua viene in un tempo in cui sul tavolo c’è un’altra parola: morte. Ma la Pasqua è resurrezione, Gesù Cristo ha vinto la morte. La croce e la morte di Cristo sono il penultimo atto. L’ultimo, è la resurrezione: “Andate a parlare di me”. La Pasqua è una festa ed è la speranza che non tutto è perduto. L’ho detto anche al Papa: dovremmo avere in giro meno crocifissi e più illustrazioni della resurrezione, della vita che fiorisce, che riparte, che cambia il mondo”.

E sempre a Milano, rinchiuso nella sua comunità Exodus, don Antonio Mazzi, 81 anni, in queste settimane ha continuato a star vicino ai suoi “ragazzi” che stanno cercando di uscire dal tunnel della droga. “Non li ho mai sentiti così vicini. Provo un sentimento di tristezza e bellezza”, dice il prete. E a loro come ai lettori del Fatto Quotidiano.it indirizza un messaggio che fa pensare a come quest’anno si è vissuto il triduo pasquale: “Il giovedì santo di allora è stata la giornata della tavola, della cena e noi siamo chiusi in casa da oltre un mese. Il venerdì della morte di Cristo ci ricorda i migliaia di “Cristi” morti: mai venerdì santo è stato così tragico. E poiché per me la morte di Dio e dell’uomo equivalgono, è terribile pensare che molti siano morti in una maniera indegna. Anche Cristo è morto solo, i suoi discepoli salvo uno se ne erano tutti andati. Ricordo in questo momento anche quelli che sono morti perché hanno preferito lasciar vivere qualcuno più giovane. Il giorno di Pasqua se lo prendiamo dal punto di vista storico è il giorno più tragico per gli apostoli: è risorto ma non per loro. Gli apostoli sono rimasti soli, con due che hanno tradito. Mai come quest’anno la nostra Pasqua assomiglia alla loro”. Infine un desiderio: “Sarei felice se il Papa il giorno di Pasqua indossasse il camice di un medico e la stola e dicesse messa così”.

Don Omar Valsecchi, prete della Comunità di San Fermo, il dramma del coronavirus l’ha vissuto da vicino. A Bergamo in queste settimane è diventato un riferimento per molti. E ora per Pasqua ci invita ad andare in profondità: “Siamo chiamati a vivere una Pasqua che a diversi livelli cerchiamo di descrivere come “diversa”, “anomala”, ”inedita”. Una Pasqua che sicuramente porta con sé domande, inquietudini e sofferenze ma anche possibilità, orizzonti e occasioni che sino a due mesi fa non avremmo immaginato. È anzitutto un’occasione per guardarci maggiormente dentro, per scendere con profondità in noi stessi. Metterci in ascolto del germe di vita che è seminato in noi e sta attendendo di rifiorire. Intraprendere un viaggio nei nostri abissi interiori e scoprire che solo da lì può sprigionarsi la nostra Resurrezione quotidiana, grazie ad un confronto schietto, fermo vero con l’oscurità che ci abita e che spesso tendiamo a rimuovere o nascondere. C’è Pasqua di Resurrezione solo in seguito ad una sofferenza, ad una privazione, ad una morte. Pertanto anche nelle nostre relazioni con noi stessi, con gli altri, con la terra, coi mondi vicini e lontani da noi, siamo chiamati a ‘lasciar andare’ qualcosa, a morire a noi stessi per risorgere”.

Vicofaro, nella diocesi di Pistoia, c’è chi come don Massimo Biancalani, continua ad accogliere. La sua quarantena la sta facendo accanto ai 200 ragazzi migranti a cui da un tetto ogni giorno. “Bisogna ricordarci che il cristiano e il cristianesimo ha a cuore il bene dell’uomo. Il culto viene sempre un passo dopo rispetto all’attenzione all’umanità. L’attenzione che dobbiamo avere in questa Pasqua è per l’ultimo. Noi dobbiamo agevolare delle sante resurrezioni. Non dobbiamo dimenticare i poveri. Non dobbiamo dimenticarci che la Pasqua ha un significato universale, abbraccia tutta la vita e tutto l’essere umano”. E aggiunge: “Da quando sono chiuso in casa è aumentato il lavoro. Ogni giorno scrivo appelli per i rom, per i clochard. Sono qui accanto a famiglie che non hanno da mangiare e che non riescono a pagare l’affitto perché non riescono più a lavorare”.

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, che ha scelto di vivere al quartiere “Sanità” dopo essere stato in Africa, ci richiama ad una Pasqua di responsabilità: “E’ un momento importante per riflettere su cosa significa celebrare la Pasqua, soprattutto per noi chiese d’Occidente. Come possiamo celebrare Pasqua, festa di liberazione dalla schiavitù, quando noi viviamo dentro un sistema economico-finanziario che permette a pochi di avere quasi tutto sulla pelle di miliardi di impoveriti con milioni di morti di fame all’anno? I recenti dati di OXFAM sono impietosi: duemila miliardari hanno tanto quanto quattro miliardi e mezzo della popolazione mondiale. E perché siamo così terrorizzati dal coronavirus, mentre questo Sistema ne ammazza molte di più ogni anno senza che questo ci disturbi? Una delle cose fondamentali oggi per un cristiano è quella di leggere la realtà. Purtroppo anche come cristiani siamo ciechi. L’eroe del Vangelo di Giovanni è il cieco nato che è l’umanità. La più grande grazia che Gesù ci può fare è quella di vedere. Avere il coraggio come il cieco nato di sfidare l’autorità e di essere buttati fuori dalle stesse autorità. Dobbiamo impegnarci a dire la verità davanti ai poteri forti per cambiare. Ho l’impressione che dopo l’epidemia non cambierà nulla. Penso invece che come Chiesa dobbiamo dare l’idea di un radicale cambiamento di stile di vita. Ecco il fare Pasqua. Se uno vive nel sistema sperimenta la morte ma se uno vive giocandosi la vita per i poveri, per gli emarginati è diverso. E’ incredibile che in questi giorni sia uscito il decreto che chiude i porti”.

Infine c’è chi come don Maurizio Patriciello, parroco in un quartiere povero di Caivano, nella terra dei fuochi da settimane cerca di dare una mano alla sua gente, per evitare che finiscano nelle mani della Camorra. Lui ci invita a guardare al Vangelo: “Dobbiamo fissare lo sguardo sul crocefisso: Gesù è risorto per tutti quanti noi. Pasqua significa che Cristo ha vinto la morte. Insieme alla morte ha vinto i nostri limiti, le nostre miserie. Dobbiamo chiedere a lui di illuminare i medici, gli scienziati, i politici. Questa Pasqua per noi significa guardare oltre, farci forza. La misericordia che vogliamo per noi, la pietà che desideriamo che venga usata nei nostri confronti, la stessa misericordia e la stessa pietà la dobbiamo avere per i più bisognosi, per i più poveri”.

Alex Corlazzoli per IL FATTO QUOTIDIANO

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