CAROLA HA VINTO

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Carola Rackete ha vinto. Il suo arresto è il segno vistoso della vile impotenza del potere. Con lei ha vinto il residuo senso di umanità di molti, reclinati nella passività digitale e convinti che una donazione sia sufficiente a guadagnarsi la dignità e il paradiso. Certo, meglio che nulla, ma non sufficiente. Per promuovere cambiamento occorre rischiare, e nel caso pagare il costo della propria coerenza. Proprio come ha fatto Carola.

Gli esempi sono importanti, ma i simboli non bastano, anche se talvolta salvano. Le rivoluzioni, e le resistenze, non si fanno da soli, anche se i singoli possono aiutare a scuotere le coscienze intorpidite dei molti.

Uno dei presupposti della capacità di resistere, e di organizzarsi collettivamente per farlo, è la memoria. Non a caso in questi decenni è stata sapientemente erosa, mistificata, spesso azzerata. Allora cominciamo a ricordarci che la disumanità è di questo sistema, prima che del suo ministro pro tempore, solo più sguaiato dei predecessori. La Cap Anamur è l’antesignana delle navi umanitarie nel Mediterraneo, prima contrastate dal ministro Marco Minniti e ora bloccate da Matteo Salvini. Vantava una lunga esperienza di soccorso in mare: in passato aveva salvato oltre dieci mila profughi vietnamiti. Era il giugno del 2004, vigeva il II governo Berlusconi, con Gianfranco Fini vicepresidente del Consiglio, ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, ministro della Giustizia il leghista Roberto Castelli. La nave soccorse un gommone con trentasette migranti che stava affondando nel Canale di Sicilia; per ventuno giorni le fu impedito di entrare in un porto italiano con gli scampati; infine, grazie a mobilitazioni e campagne stampa, fu lasciata attraccare a Porto Empedocle (Agrigento). Il comandante Stefan Schimdt e quattro uomini dell’equipaggio vennero arrestati, manco a dirlo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina; l’assoluzione arrivò soltanto cinque anni dopo.

Nell’aprile 2009 il governo in carica era il Berlusconi IV, ministro dell’Interno il leghista Roberto Maroni, alla Giustizia Angelino Alfano. In quel caso, il mercantile turco Pinar, con a bordo centoquarantaquattro migranti salvati nel Canale di Sicilia, venne sballottato per giorni tra Malta e Italia, dove alla fine del braccio di ferro fu concesso lo sbarco. Nei cinque giorni di schermaglie politiche e diplomatiche a bordo rimase bloccato anche il cadavere di Esat Ekos, una giovane donne diciottenne nigeriana morta con il bimbo che portava in grembo. Il comandante, Asik Tuygun, pur preoccupato per il proprio posto, date le rimostranze dell’armatore per i soldi persi nella sosta forzata, commentò:

«Non mi pento di quello che ho fatto, se dovesse accadere un’altra volta, se dovessi soccorrere gente che sta per affondare, lo rifarei di nuovo, anche a rischio di perdere il lavoro».

 

Sergio Sergio per Comune.info

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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