Torture in Libia: le responsabilità italiane

In occasione della Giornata internazionale di sostegno per le vittime di tortura, Amnesty International Italia ha voluto ricordare la sentenza di grande interesse, seppur ancora priva delle motivazioni, emessa dal tribunale di Messina il 28 maggio per torture commesse in Libia, nel campo di detenzione per migranti di Zawiya, da tre persone successivamente arrivate sul territorio italiano: scosse elettriche, violenza sessuali, mancanza di assistenza medica, di acqua e di cibo.

I tre imputati, condannati a 20 anni, sono un guineano e due egiziani, facenti capo ad Abdurahman al Milad: il “Bija” di cui la stampa italiana, a partire dal quotidiano “Avvenire” rivelò una alquanto controversa visita ufficiale in Italia.

Dopo innumerevoli testimonianze delle persone sopravvissute alle sevizie, i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e le inchieste giornalistiche, ora anche una sentenza di un tribunale italiano ha confermato che i centri di detenzione libici per migranti, finanziati da Italia e Unione europea sono luoghi di tortura“, ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

Dai primi resoconti di stampa, le modifiche che sarebbero state recentemente annunciate dal ministro degli Esteri Di Maio al primo ministro del Governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Sarraj e che verranno ulteriormente esaminate il 2 luglio, si basano su quello che potremmo definire un atto di fede: che la Libia rispetterà i diritti umani“, ha aggiunto Rufini.

Siamo più che mai convinti che l’intera cooperazione tra Italia e Libia vada ripensata e che non saranno sufficienti ritocchi stilistici a un Memorandum che lo scorso 2 novembre non avrebbe dovuto essere rinnovato, a garantire i diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati nei centri di detenzione di quel paese“, ha concluso Rufini.

AMNESTY INTERNATIONAL




Coronavirus in Africa: la strage silenziosa

Nel più popoloso e ricco Paese africano, la Nigeria, qualcuno ha cominciato a dire apertamente che qualcosa, nei numeri, non va. E che quelle “morti misteriose”, nel mezzo di una pandemia, forse poi tanto misteriose non erano. Stato di Kano, Nigeria, periodo tra aprile e maggio. I becchini non sanno più dove seppellire i corpi, le famiglie vogliono fare in fretta perché lo stigma del Covid-19 è un marchio “disonorevole” da allontanare da casa e molti ospedali chiudono perché tanti medici e infermieri, sprovvisti di mascherine, guanti e camici, semplicemente non si presentano più. 

Eppure, a livello ufficiale, i contagi e le morti da coronavirus sono ancora pochi: al 20 aprile, nell’intera Nigeria, si contano appena 600 casi e 20 morti, il 4 maggio i casi salgono a 2.800 e a 93 i morti. Fino a ieri: 14.554 i casi e 409 i morti. Numeri tutto sommato contenuti per un gigante di 200 milioni di abitanti. Ma ora c’è l’inchiesta ufficiale di una task force a raccontare altro: in 8 delle 44 province dello Stato di Kano almeno il 60% dei 979 morti registrati soltanto ad aprile è stato dovuto a Covid. Insomma, sono almeno 587 i morti che tuttora non esistono nei conteggi ufficiali del coronavirus in Nigeria, morti catalogate per altre cause, il 56% delle quali avvenute in casa e solo il 38% in ospedale. A oggi, il bilancio ufficiale di questo Stato del nord parla di soli 50 morti per coronavirus dall’inizio della pandemia. Ma Musa Abubakar, becchino al cimitero locale di Abbatuwa, dalle solite due-tre fosse al giorno notte arriva ad aprile a scavarne più di quaranta. «Dal primo giorno di Ramadan a oggi sono state seppellite 300 persone», racconta già l’11 maggio riferendosi alle ultime due settimane e mezzo di lavoro. E dunque, se si andasse a ripetere in tutte le province di tutti gli Stati nigeriani l’inchiesta appena conclusa a Kano dalla task force inviata dal ministero della Salute – che accusa le autorità locali di non cooperare nemmeno sul fronte dei tamponi – a che livello salirebbe il bilancio ufficiale di vittime da coronavirus? E, se questo è il trend nella sola Nigeria, quanto c’è di reale nella narrativa ufficiale che racconta di un’Africa che ha contenuto i contagi, attestandosi sui 207mila casi e 5.642 morti, percentuale bassissima sul totale globale? Che il numero di tamponi effettuati nel continente fosse infinitesimale era già chiaro. 

Non è un caso se l’unico Paese ad avere condotto una quota di test importante (850mila), il Sudafrica, sia anche quello che conta più contagi in Africa (43.400): laddove lo si cerca, insomma, il virus c’è, eccome. La Nigeria, dall’inizio della pandemia, ha effettuato appena 76.800 tamponi, nonostante un budget di 83 miliardi di naire (190 milioni di euro) stanziati per la pandemia. A inizio aprile, mentre il Paese registra focolai importanti soprattutto a Lagos, la voce di “morti misteriose” a Kano e in altri Stati confinanti comincia a correre veloce. Per settimane, però, le autorità locali negano, spingendo il governo centrale a inviare una squadra di esperti. «Il picco è stato nella seconda settimana di aprile», conferma ora il ministro della Sanità Osagie Ehanire, riferendo i risultati raccolti dalla task force. Picchi simili si registrano in altri stati del nord: nelle prime tre settimane di maggio nello Stato di Yobe si contano 471 morti, numero insolitamente alto secondo le autorità. Per Muhammad Lawan Gana, commissario locale alla Salute, gran parte delle vittime erano anziani con patologie come ipertensione e diabete, condizioni segnalate come frequenti comorbidità del coronavirus. Già nelle scorse settimane qualcuno aveva denunciato. 

«Siamo preoccupati perché il numero dichiarato di casi è ben lontano da quello reale, potrebbero essere quattro volte di più», spiegava il 28 maggio il dottor Francis Faduyile, a capo della Nigerian Medical Association (Nma). E il responsabile della stessa Nma della sezione di Kano, il dottor Sanusi Muhd Bala, osserva ora ad Avvenire: «La situazione a Kano è relativamente migliorata e calma, ma i casi di Covid-19 non sono certo scomparsi, sebbene siamo più in grado di contenerli e gli ospedali sono più organizzati. Le sfide comunque restano: basti pensare che tuttora molte persone nemmeno credono all’esistenza del virus, specialmente nelle aree meno colpite». Il peggio, qualcuno potrebbe pensare, è alle spalle. Ma è il direttore generale del Centro nigeriano per il controllo delle malattie, il dottor Chikwe Ihekwazu, ad avvertire: «Improbabile che la Nigeria abbia superato il picco della pandemia, è più prudente affermare che la Nigeria sia all’inizio di una pandemia ancora più grande».

Paolo M. Alfieri per AVVENIRE




Repubblica Democratica del Congo: il massacro continua nel silenzio, interessato, del mondo.

Un’impennata di violenze nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo, ha costretto negli ultimi due mesi circa 200.000 persone ad abbandonare le proprie case.

Attualmente la RDC è diventata il secondo paese al mondo dopo la Siria per numero di sfollati interni. Chiediamo alle organizzazioni nazionali e internazionali di intensificare la loro assistenza alle persone sfollate.

Uno degli attacchi più recenti, il 17 maggio nella zona di Drodro, ha visto morti e feriti nei villaggi, mentre le case venivano bruciate. Il nostro staff ha supportato gli operatori sanitari locali nel fornire cure d’urgenza a donne e bambini feriti da armi da fuoco e machete. La più giovane vittima dell’attacco è stato un bambino di 15 mesi che era legato alla schiena di sua madre quando le hanno sparato.

” Il proiettile è passato attraverso le gambe del bambino uccidendo la madre. Il bambino è stato portato all’ospedale di Drodro dai vicini. Entrambi i suoi genitori sono stati uccisi durante l’attacco insieme alle tre sorelle e ai tre fratelli. Di tutta la famiglia, è sopravvissuto solo un fratello che è riuscito a fuggire nella boscaglia”, racconta  Diop El Haji, Coordinatore dell’équipe medica di MSF

Anche i centri di salute sono stati colpiti dalla violenza.

” A inizio maggio la guerra ha raggiunto l’area di Wadda e più di 200 case sono state bruciate. Il centro sanitario che stavamo supportando è stato saccheggiato e non è stato il primo. Solo a maggio, almeno altre quattro strutture sono state attaccate”, denuncia Alex Wade, Capomissione di MSF a Ituri

Le persone comuni sono le principali vittime dei combattimenti tra le milizie e l’esercito nazionale. Molte persone vivono con la paura degli attacchi e la violenza ostacola anche i nostri sforzi nel fornire assistenza medica.

” Molte persone vivono nel terrore costante di essere attaccate in un’area in cui i bisogni umanitari sono in forte aumento. I nostri team faticano a fornire assistenza sanitaria sia alle persone del posto che agli sfollati perché non abbiamo alcuna garanzia di poter accedere in modo sicuro ad alcune aree”, aggiunge Alex Wade, Capomissione MSF a Ituri

L’accesso delle persone all’assistenza sanitaria è impedito non solo dalla violenza, ma anche dalla paura della violenza stessa.

” Questa brutalità colpisce sistematicamente i villaggi e i centri sanitari per impedire alle persone che sono fuggite di tornare. Alcune persone sono troppo terrorizzate per andare nei centri sanitari che ancora funzionano nei villaggi o nei campi. Rimangono nella boscaglia, per questo abbiamo istituito cliniche mobili per raggiungerli lì”, spiega Benjamin Courlet,Coordinatore sul campo di MSF

Chiediamo un maggiore supporto per le centinaia di migliaia di sfollati che si trovano a vivere in condizioni insalubri e sovraffollamento, dove gli standard umanitari minimi sono lontani dall’essere rispettati. I team stanno cercando di far fronte ai bisogni più urgenti delle persone, ma servono più aiuti, tra cui assistenza sanitaria di base e forniture essenziali.

” Alla luce del recente conflitto, la priorità è raggiungere le persone che hanno bisogno di assistenza medica urgente e poi cercare di migliorare il più possibile le loro condizioni di vita. Oltre a questo dobbiamo rafforzare le misure di prevenzione delle infezioni, anche considerando la minaccia del Covid-19. I bisogni delle persone sono enormi e non possiamo fare tutto da soli”, si appella  Benjamin Courlet.

Medici Senza Frontiere

L’Ituri è ricco di oro. Le grandi miniere di Kilo-Moto scoperte nel 1903 da due cercatori australiani, sfruttate da potenti società minerarie che hanno tirato fuori dalle vene della terra centinaia di quintali di pietre e milioni di dollari, alla popolazione dell’ Ituri non hanno fruttato niente. Solo morte, fame, orrore.

Raiawadunia




In Sud Sudan tutto il potere e la ricchezza nelle mani degli assassini ( e di chi li protegge).

Continua la serie di rapporti del progetto di ricerca e advocacy The Sentry, dell’organizzazione americana Enough! che ha l’obiettivo di svelare il nesso tra guerra e corruzione in Sud Sudan e in altri paesi in simili condizioni.

L’ultimo, diffuso alla fine di maggio, Making a Killingha un sottotitolo molto esplicito: South sudanese military leaders’ wealth, explained (Spiegata la ricchezza dei leader militari sud sudanesi).

Il documento analizza operazioni finanziarie e affari di comandanti dell’esercito regolare e di milizie dell’opposizione, e conclude che “gli ultimi quattro capi di stato maggiore e quattro ufficiali di grado superiore dell’esercito regolare e tre leader di milizie di opposizione sono stati impegnati in affari riconducibili a corruzione e riciclaggio di denaro. La maggior parte hanno legami personali o d’affari con il presidente Salva Kiir che interviene regolarmente in procedimenti legali che hanno come obiettivo i suoi più fedeli amici e alleati. Tutti, tranne due, sono stati al comando di truppe che hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, a cominciare dalle atrocità di massa a Juba nel dicembre 2013 che hanno dato il via alla guerra civile”.

E’ una parte del primo paragrafo del documento, che continua in modo altrettanto diretto nominando gli 11 capi militari di cui la ricerca ha accertato le responsabilità seguendo transazioni finanziarie, esaminando contratti da loro firmati e analizzando episodi che li riguardano in modo diretto o indiretto.

Infine, sottolinea come parecchi abbiano fatto carriera dopo i crimini commessi, assumendo posizioni che hanno permesso loro di gestire somme di denaro sempre più ingenti, di svuotare impunemente le già esauste casse dello stato e di usare i fondi pubblici per scopi di arricchimento personale.

Nessun cambiamento all’orizzonte

Il documento osserva che la formazione del governo transitorio di unità nazionale, il 22 febbraio scorso, potrebbe essere un’ottima occasione anche per riforme che permettano un cambio di passo nella gestione delle risorse del paese, traghettandolo fuori dal regime cleptocratico attualmente vigente che l’ha portato sull’orlo della catastrofe e della dissoluzione.

Indica in particolare la necessità di applicare quanto già previsto dalla costituzione in tema di trasparenza, di rinforzare il sistema di controllo della gestione delle finanze e dei beni dello stato e di sanzionare chi ha operato al di fuori della legge o si è macchiato di azioni criminali. Afferma che anche il settore militare, che fino ad ora ha operato molto spesso impunemente ai margini o al di fuori della legalità, deve essere sottoposto alle stesse misure previste per gli altri corpi dello stato e gruppi sociali.

Ma suggerisce che finora nulla sembra essere cambiato.

Promossi a capo dell’esercito 

Si sofferma in particolare sulla nomina, avvenuta lo scorso 11 maggio, del generale Johnson Juma Okot a capo di stato maggiore. Okot è stato comandante di truppe che hanno commesso violenze di massa contro civili. E’ stato anche coinvolto in diversi scandali per corruzione, tra cui l’appropriazione indebita di fondi per il sostentamento dei propri soldati, spinti così a razziare il territorio controllato per garantirsi la sopravvivenza.

Il generale Okot non è l’unico ad aver fatto carriera dopo essersi macchiato di azioni criminali. Anche il suo predecessore, generale Gabriel Jok Riak, è stato implicato in gravi casi di appropriazione indebita fin dal 2014. Nel 2015 è stato elencato dall’Onu tra i capi militari colpevoli di aver ostacolato il processo di pace.

Nel 2018 il presidente Kiir l’ha promosso a capo di stato maggiore dell’esercito. Storie che si ripetono con particolari molto simili anche per gli altri comandanti dell’esercito governativo in una narrazione angosciante che termina quasi sempre con la promozione, piuttosto che la punizione, dei colpevoli di crimini acclarati.

Il più conosciuto è Paul Malong Awan, per lunghi anni il più potente e ascoltato dei sostenitori del presidente Salva Kiir, organizzatore, comandante e finanziatore di una milizia privata – i mathiang anyoor (i millepiedi neri) anche conosciuta come sot ke beny (salva il presidente) – formata da giovani del clan dinka di provenienza di Kiir stesso.

La milizia è stata accusata di aver partecipato al massacro dei nuer a Juba, alla metà di dicembre del 2013, scatenando la guerra civile. Qualche mese dopo Malong fu nominato capo di stato maggiore. Poi diventò un oppositore del presidente, giudicato troppo poco determinato a vincere la guerra civile manu militari. Quando fu fermato mentre tentava di lasciare Juba, Malong era in possesso di milioni di dollari che, si disse, erano stati presi dalla cassa dell’esercito. Degli affari di Malong The Sentry si è occupato anche in altri rapporti, già segnalati da Nigrizia.

Schemi simili all’opposizione

Il documento non manca di analizzare anche gli affari, molto spesso ai limiti della legalità o chiaramente illegali, dei leader militari di formazioni dell’opposizione. In particolare ricostruisce quelli di tre di loro.

Il primo, Gathoth Gatkuoth Hothnyang, comandante delle forze che devastarono Malkal all’inizio della guerra civile, si è poi unito all’esercito governativo, ricoprendo posizioni sempre più importanti. Il secondo è David Yau Yau che capeggiò una sanguinosa rivolta del gruppo etnico murle, nello stato di Jongley ancor prima dello scoppio della guerra civile.

Fu poi associato al governo e ottenne l’autonomia amministrativa per il territorio del suo gruppo etnico. L’ultimo è Johnson Oloni, capo di una rilevante milizia shilluk, il terzo gruppo etnico del paese dopo dinka e nuer, tra i più importanti alleati dell’esercito di opposizione di Riek Machar. Ha poi rifiutato l’accordo di pace del 2018 e continua a condurre operazioni militari nello stato di Jongley.

Di ognuna delle persone nominate, il documento ricostruisce la storia, in particolare la carriera militare e i fatti rilevanti, generalmente esecrabili, che l’hanno caratterizzata, la fitta rete di affari familiari e le connessioni con quelli della famiglia del presidente e /o di altri leader sud sudanesi.

Investimenti ad ampio raggio

Il documento sostiene che gli undici leader militari oggetto della ricerca posseggono personalmente azioni di 21 compagnie che diventano 85 se si considerano anche quelle dei loro più stretti familiari, compresi diversi minorenni, da considerare nella maggior parte dei casi come semplici prestanomi.

Il ventaglio di affari è molto differenziato: petrolio, banche, risorse minerarie, import-export di ogni genere di merce, legno pregiato, compagnie per la sicurezza, telecomunicazioni, aviazione, cliniche private e molto altro. Si può certamente dire che una parte non irrilevante dell’economia del paese è nelle loro mani.

Tra i loro partner, The Sentry ha identificato 46 gruppi di 15 paesi che non si sono fatti scrupoli a investire insieme a personaggi sanzionati dalla comunità internazionale, politicamente e umanamente chiacchierati, se non addirittura giudicati colpevoli di crimini di guerra e contro l’umanità.

Dal rapporto esce un quadro veramente tragico, sintetizzato in un giudizio purtroppo del tutto condivisibile: “La guerra civile che ha piagato il Sud Sudan per più di sei anni è stato un conflitto per le risorse in un paese che, seppur ricco di petrolio e altri minerali, rimane uno dei più poveri del mondo a causa della rampante corruzione. L’apparato militare e della sicurezza che aveva preso il controllo di queste risorse molto prima dell’indipendeza del paese sta ora combattendo per mantenerlo”.

Bruna Sironi per Nigrizia




L’Africa si libera del franco cfa ma non del controllo francese

Con un astuto colpo di geopolitica monetaria il 20 maggio il governo francese ha approvato un disegno di legge che potrebbe formalizzare la fine dell’ultima moneta coloniale ancora in vigore nel mondo: il franco cfa che circola nei paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (Uemoa). Una riforma fortemente voluta dal presidente Emmanuel Macron per mettere a tacere le crescenti critiche che piovono dall’Africa e dall’Europa (soprattutto da Germania e Italia). Ma, dai primi dettagli emersi, il progetto non sembra portare a un reale cambiamento di rotta negli squilibrati rapporti economico-monetari che continuano a sussistere tra la Francia e alcuni paesi africani. 

Creata dal generale Charles de Gaulle nel 1945, questa valuta spesso criticata lascerà spazio a una nuova moneta comune chiamata eco, che circolerà inizialmente negli otto stati dell’Uemoa – Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo – per poi essere gradualmente estesa (almeno in teoria) a tutta l’area della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cedeao), cioè i paesi dell’Uemoa più Capo Verde, Gambia, Ghana, Guinea, Liberia, Nigeria, Sierra Leone. La riforma non interesserà invece gli stati dell’Africa centrale (Camerun, Ciad, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon e Guinea Equatoriale), comunità economica gemella dove continuerà a circolare il franco cfa. 

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Per diventare pienamente operativo, però, l’accordo monetario con la Francia dovrà seguire un iter di revisioni parlamentari che in alcuni paesi richiederà anche delicate revisioni costituzionali. Non è da escludere che su questo sensibile punto in alcuni stati dell’Africa occidentale si possa concentrare il dissenso popolare della prossima stagione di lotte contro classi politiche accusate di servilismo e corruzione. 

I mezzi d’informazione, sia francesi sia africani, commentando la notizia si dividono tra toni entusiasti e dubitativi. Per quelli maggiormente allineati alla politica di Parigi si tratterebbe di “una notizia storica”, “un decisivo voltare pagina”, “la fine della Françafrique” (come piace ripetere anche a Macron). Per i più critici, invece, saremmo davanti a una “riorganizzazione di facciata della vecchia moneta coloniale”, l’”ennesimo gioco di prestigio del padre-padrone francese”, una versione del mantra del Gattopardo “tutto deve cambiare perché tutto resti come prima” in salsa neocoloniale. 

Pilastri invariati
L’annuncio dell’approvazione del disegno di legge, che recepisce l’accordo raggiunto con i paesi dell’Uemoa il 21 dicembre 2019 ad Abidjan, è stato affidato alla portavoce del governo francese Sibeth Ndiaye, di origine senegalese: “Un progetto di legge molto atteso da un certo numero di nostri partner africani”, ha detto correggendosi in fretta dopo un rocambolesco lapsus freudiano che l’aveva portata a dire i “nostri paesi”. “Una fine simbolica che s’inscrive all’interno del rinnovamento delle relazioni tra la Francia e i paesi africani”. Ndiaye, segretaria di stato del premier, sembra quasi voler rassicurare la pancia velatamente imperialista dei francesi, quando aggiunge: “Questo accordo preserva naturalmente il cambio fisso della moneta comune con l’euro e il sostegno apportato dalla garanzia finanziaria della Francia”. 

Oltre ai retaggi coloniali dell’accordo, va aggiunto che la Banca di Francia continuerà a stampare, trasportare e assicurare l’eco

Secondo diversi economisti ed esperti di geopolitica africani, a fronte di alcuni elementi di parziale evoluzione, i principali pilastri del dominio monetario della Francia sulle ex colonie resteranno invariati. Oltre al cambio di nome, la riforma del franco cfa prevede la cessazione del tanto discusso obbligo di depositare metà delle riserve di cambio dei paesi dell’Uemoa al tesoro e alla Banca di Francia, e il ritiro dei rappresentanti di Parigi dagli organi tecnici di controllo della Banca centrale degli stati dell’Africa occidentale (Bceao), nello specifico il consiglio d’amministrazione e il comitato di politica monetaria, oltre che dalla commissione bancaria dell’Uemoa. 

Restano, invece, l’ancoraggio e il cambio fisso con l’euro, insieme alla tutela della Francia, che passa da “cogestionario” a “garante fiduciario” della valuta africana in caso di crisi monetaria. Le modalità di tale garanzia non sono ancora state chiarite, è emerso solo che Parigi esige come contropartita un accesso privilegiato alle informazioni macroeconomiche dei paesi dell’Uemoa. Alla lista dei retaggi coloniali insiti nell’accordo va aggiunta anche la conferma del ruolo commerciale della Banca di Francia, che continuerà a stampare, trasportare e assicurare l’eco. Un servizio offerto alla cifra di quasi 41 milioni di euro all’anno, pagati direttamente dalla Bceao, come rivelato da Mediapart

Al di là dei tecnicismi economici, in Africa occidentale il franco cfa ha un valore simbolico dirompente per l’immaginario collettivo, soprattutto quello giovanile, arrivando a catalizzare le istanze di emancipazione e il sempre più crescente sentimento antifrancese (da intendere come avversione alla politica estera di Parigi in Africa, non come odio generalizzato verso i francesi o, più in generale, “i bianchi”). Gli argomenti della società civile contro il franco cfa sono stati abbracciati da molti attivisti africani che mirano a liberarsi da ogni tutela straniera per conquistare una piena sovranità economico-monetaria a oltre sessant’anni dalle indipendenze. 

Tagliare il cordone ombelicale
Nigeria e Ghana – superpotenze economiche della regione e dell’intero continente che pare vogliano aprire alla Cina e legare il futuro eco allo yuan – insieme alla Guinea non vedono di buon occhio l’ingerenza della Francia nel progetto di moneta unica della Cedeao. Un’idea che è alla base della comunità economica fin dalla sua creazione (nel 1975), introdotta in linea di principio dai 15 stati nel 1983 e finora mai realizzata perché è mancata la volontà politica di mettersi d’accordo sui dettagli monetari e le procedure da adottare. Visto che la regione ha una popolazione totale di 356 milioni di persone e un pil globale di più di 817 miliardi di dollari (di cui circa il 70 per cento riconducibile alla Nigeria), la sfida è decisiva. Secondo diverse stime, infatti, con l’avvento di una valuta comune, la Cedeao diventerebbe la diciottesima potenza economica del mondo, scalzando paesi come Turchia, Svizzera e Arabia Saudita. Oggi invece nella regione continuano a circolare otto diverse monete, che minano l’originaria aspirazione all’integrazione economica e politica. 

Per far fronte a tale criticità il 29 giugno 2019 i capi di stato della Cedeao hanno proclamato la creazione “graduale” dell’unione monetaria. Durante gli intensi negoziati degli ultimi mesi, però, Nigeria e Ghana hanno ribadito la richiesta ai leader dei paesi francofoni regionali (soprattutto ai più ricchi Costa d’Avorio e Senegal) di “tagliare il cordone ombelicale con la Francia”, condizione posta come necessaria per la creazione di una nuova valuta comune realmente indipendente. Il presidente ivoriano Alassane Ouattara e l’omologo senegalese Macky Sall, invece, sono velocemente passati da ferventi difensori del franco cfa ad accorati testimonial dell’eco in versione francese, anche se non vedrà la luce ancora per alcuni anni. 

In un video visualizzato oltre 180mila volte, l’attivista svizzera camerunese Nathalie Yamb, invitata al forum economico Russia-Africa che si è svolto a Soči nell’ottobre 2019, ha affermato: “Noi vogliamo uscire dal franco cfa, ma Parigi, con la complicità dei suoi lacchè africani, lo vuole perpetuare sotto il nome di eco”. Due mesi dopo è stata espulsa dalla Costa d’Avorio, dove ricopriva la carica di consigliera esecutiva di Mamadou Coulibaly, candidato alle prossime presidenziali contro Ouattara. 

Le critiche contro un “make-up di facciata” non si fermano alla dimensione economica e trascendono il simbolismo politico della “pseudoriforma”. L’economista e sociologo camerunese Martial Ze Belinga – tra gli autori di Sortir l’Afrique de la servitude monétaire. A qui profite le franc cfa? (Edizioni La Dispute, Parigi 2016) in cui un nutrito gruppo di esperti africani si fissa l’obiettivo di “liberare il continente dalla repressione monetaria e dalla trappola del franco cfa” – si sofferma sul cambio di nome della valuta: “A cosa rimanda il termine eco nella vita quotidiana delle persone? A niente, assolutamente niente, se non a una forma di mimetismo rispetto all’euro. Esiste un vero problema di creatività: l’assenza di un immaginario africano”. Non manca d’immaginazione invece la Francia, che in epoca postcoloniale aveva mutato la dicitura da “franco delle colonie francesi in Africa” a “franco della comunità finanziaria africana”, senza nemmeno dover cambiare acronimo. Singolare come oggi il nome eco sia stato preferito ad altri termini più endogeni per facilità di pronuncia in lingua francese e inglese.

Andrea De Giorgio per INTERNAZIONALE




Una proposta dall’Africa: ripensiamo il mondo. Mettiamo al centro le sue donne e i suoi uomini.

“È arrivato il momento di agire”. Ne sono convinti, oggi più che mai, movimenti cittadini e intellettuali africani che, mentre il mondo è alle prese con la “fase due” della pandemia di covid-19, stanno cercando di trasformare la crisi in opportunità, proponendo un’utopia panafricana che spinga a ripensare profondamente il continente. E forse l’intera umanità. 

A lanciare l’idea di un necessario cambiamento di paradigma nel contratto sociale è una lettera rivolta ai leader africani che, pubblicata online, nelle ultime settimane sta facendo il giro del mondo. Sottoscritta da più di cento intellettuali africani, è stata ripresa inizialmente da alcuni mezzi d’informazione francofoni e anglofoni, poi ampiamente commentata e condivisa sui social network di tutto il continente. “Non ci saremmo mai aspettati tanto interesse e partecipazione”, confessa Ndongo Samba Sylla, economista senegalese della Fondazione Rosa Luxemburg di Dakar che, insieme alla docente di relazioni internazionali della Wits university di Johannesburg Amy Niang e al professore di diritto pubblico dell’Università Paris Nanterres Lionel Zevounou, è autore del documento. Fin dalle prime battute la lettera è molto chiara: “È una questione seria. Non si tratta di porre rimedio all’ennesima crisi umanitaria ‘africana’, ma di contenere gli effetti di un virus che sta scuotendo l’ordine mondiale mettendo in discussione le basi della convivenza sociale. La pandemia di nuovo coronavirus sta mettendo а nudo quello che le classi medie e ricche delle principali megalopoli del continente hanno fatto finora finta di non vedere”. 

Tra i firmatari ci sono importanti intellettuali (primo fra tutti il nigeriano Wole Soyinka, premio Nobel per la letteratura nel 1986), politici (come l’ex ministro della cultura senegalese Makhily Gassama), professori universitari, scrittori, filosofi e artisti. Un’élite culturale che cerca di uscire dalla torre d’avorio incarnando gli ideali della giovane, dinamica e, come ama ripetere Ndongo Samba Sylla, “radicale” società civile africana, una fonte d’ispirazione sempre più forte anche per il resto del mondo. “Per evitare che la crisi, non solo sanitaria, legata alla pandemia di covid-19 degeneri chiediamo ai nostri politici di agire con compassione, intelligenza e tatto in questa situazione straordinaria con cui tutto il mondo si sta confrontando”, sostiene Sylla, parafrasando la lettera. “Per fare ciò, però, dobbiamo ristrutturare i nostri sistemi politici dalle fondamenta”. 

Rimettere al centro l’essere umano
“L’Africa deve svegliarsi e riprendere in mano il proprio destino, alla luce delle enormi risorse materiali e umane di cui dispone. Le diverse forme di resilienza e creatività messe in campo in questi giorni da tanti giovani scienziati e ricercatori africani sono la prova delle enormi potenzialità del nostro continente”. Se le conseguenze sanitarie (per ora contenute) dell’epidemia sono le più evidenti, le sue ripercussioni in termini di sicurezza e socioeconomici sembrano preoccupare di più gli intellettuali africani, a cui contrappongono una visione marcatamente anticapitalista, antineoliberalista e antineocoloniale. “Bisogna rimettere al centro il valore di ogni essere umano, a prescindere dall’identità o dall’appartenenza, dalla logica del profitto, del dominio e della monopolizzazione del potere”, continua il documento. 

Mentre i paesi occidentali sono alle prese con il rilancio dell’economia e con la graduale abolizione delle misure di contenimento dei cittadini dopo un isolamento durato più di due mesi, i dirigenti delle ex colonie africane sembrano seguire pedissequamente l’esempio europeo. “Fin dall’inizio della pandemia i nostri politici si sono limitati a copiare le misure prese dai governi occidentali senza tener conto delle specifiche realtà dei nostri paesi”, sostiene Ndongo Samba Sylla, autore di L’arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco Cfa (Fazi 2019). In Senegal, come nel resto dell’Africa occidentale francofona, il governo ha atteso il primo discorso pubblico del presidente francese Emmanuel Macron per annunciare misure contro il virus molto simili, tra cui il distanziamento sociale, la chiusura delle frontiere e lo stop parziale delle attività produttive. La realtà africana, però, è differente e, secondo i firmatari della lettera, le sue specificità andrebbero prese in considerazione per trovare soluzioni “endogene” alla pandemia. Innanzitutto bisognerebbe tener conto della centralità del settore informale – secondo la Banca mondiale, impiega più dell’85 per cento della forza lavoro africana – che rende insostenibili le forme di quarantena “all’occidentale”. 

La sanificazione di una strada a Dakar, Senegal, 1 aprile 2020. - John Wessels, Afp
La sanificazione di una strada a Dakar, Senegal, 1 aprile 2020. (John Wessels, Afp)

Il Senegal invece sta seguendo il modello tracciato dalla Francia – per esempio sulla riapertura delle scuole e sulla ripresa in blocco delle attività economiche – senza tener conto dei casi di “trasmissione comunitaria” che, impossibili da tracciare, sembrano crescere pericolosamente nelle zone rurali dove vive la maggioranza della popolazione africana. In un contesto simile i rischi di vanificare gli sforzi fatti finora appaiono elevati. 

La lettera critica il sistema geopolitico contemporaneo che rende i paesi in via di sviluppo schiavi degli aiuti umanitari e delle logiche del mercato globale. Senza contare che, secondo l’analisi di molti economisti africani come Sylla, per tendere verso una rapida e sostanziale ripresa economica ci vogliono soluzioni basate su uno stato forte, che possa garantire la liquidità necessaria per la ripresa. “Non potendo monetizzare il deficit, gli stati africani saranno costretti ad aumentare il debito pubblico, peggiorando la situazione di forte indebitamento (per esempio verso la Cina, ndr) che è già insostenibile”. 

I leader africani sembrano essere consapevoli dei rischi di tenuta strutturale dei loro paesi, già fragili. Non sono mancati, perciò, i proclami di un cambio di passo, come quello auspicato a inizio marzo dal presidente senegalese Macky Sall in un commento pubblicato sul quotidiano Le Soleil dal titolo “L’Africa e il mondo di fronte al covid-19: il punto di vista di un africano”: “È necessario un nuovo ordine mondiale che rimetta l’essere umano e l’umanità al centro delle relazioni internazionali: l’agricoltura, le fonti di energia rinnovabili, le infrastrutture, la formazione e la salute”. 

“Si tratta di pura retorica, afroliberalismo truccato da panafricanismo”, ribatte Sylla, lamentando il perpetuarsi del nepotismo e della corruzione in seno ai governi africani. Il recente scandalo in Senegal sulla presunta malversazione di fondi pubblici nella distribuzione di aiuti alimentari per il nuovo coronavirus da parte del ministro dello sviluppo comunitario e dell’equità sociale e territoriale Mansour Faye, cognato del presidente, non è che il più recente esempio di quanto denunciano da anni i movimenti sociali panafricani come Afrikki Mwinda

Esprimere il dissenso
Negli ultimi mesi l’emergenza causata dal covid-19 è stata usata come giustificazione per numerosi gravi casi di violenze della polizia da Dakar a Città del Capo, che sono state denunciate dalle vittime su Facebook e Twitter. Con il divieto di assembramenti pubblici anche il diritto a manifestare pacificamente il dissenso è venuto meno, immolato sull’altare della salute pubblica. In momenti come questo i movimenti antagonisti, in Africa come nel resto del mondo, sono chiamati a reinventarsi attraverso nuove forme di attivismo. 

“Alla luce del contesto attuale le derive autoritarie che abbiamo tristemente constatato soprattutto nei primi giorni dell’isolamento potrebbero avere effetti controproducenti, come causare rivolte di massa, che porterebbero con sé gravi rischi di diffusione dei contagi”, sostiene Ndongo Samba Sylla. È il caso dell’acceso dibattito sulla chiusura delle moschee durante il mese di Ramadan che, in Senegal come in molti paesi a maggioranza musulmana, contrappone le influenti élite religiose ai governi intenzionati a far rispettare il distanziamento sociale anche nei luoghi di culto. 

Quello che il virus sembra aver messo in evidenza è la distanza incolmabile tra le élite al potere e i cittadini, trattati come sudditi di pseudodemocrazie finalizzate allo spoglio delle risorse naturali da parte di multinazionali e gruppi finanziari. Anche su questo punto il manifesto degli intellettuali è chiaro: “L’Africa deve riconquistare la libertà intellettuale e la capacità di creare senza le quali non è possibile rivendicare una sovranità. Deve smettere di subappaltare le nostre prerogative, riconnettersi con le realtà locali, abbandonare l’imitazione sterile, adattare la scienza, la tecnologia e i programmi di ricerca ai nostri contesti storici e sociali, ripensare le istituzioni in funzione delle peculiarità che ci accomunano e di ciò che possediamo, considerare nuove forme di governo inclusive e di sviluppo endogeno, per creare valore in Africa e ridurre la nostra dipendenza sistemica”. 

“Per esempio, la malaria ha ucciso e continua a uccidere più del covid-19 in Africa, ma non c’è ancora stata una risposta continentale a questo problema. Come cittadini non possiamo più accettare il lassismo e l’inadeguatezza dei nostri leader, che quando hanno problemi di salute vanno a farsi curare all’estero”, conclude caustico Sylla. 

L’ora di agire, (non solo) in Africa, sembra ormai arrivata.

Andrea De Giorgio per INTERNAZIONALE

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone




Allarme Fao per la scomparsa delle grandi foreste: il secondo polmone verde del pianeta sta sparendo

La Fao ha appena pubblicato i primi dati della valutazione sullo stato delle foreste nel mondo, un appuntamento biennale in vista del monitoraggio degli obiettivi dello sviluppo sostenibile all’orizzonte 2030. C’è un sorvegliato speciale nel quadro generale tracciato sulla progressiva deforestazione del pianeta, ed è l’Africa.

Nell’ultimo decennio 2010-2020 l’Africa ha avuto il tasso di deforestazione più elevato di tutte le regioni, con la perdita di 3,9 milioni di ettari all’anno, contro una perdita su scala mondiale di 4,7 milioni di ettari all’anno. Il dato più preoccupante è che, mentre alcune regioni – come l’Asia e l’Europa – hanno esteso la superficie coperta dalle foreste, o hanno rallentato le perdite – come il Sud America -, l’Africa ha aumentato costantemente il suo tasso di deforestazione dai 3,3 milioni di ettari nel decennio 1990-2000, ai 3,4 del decennio successivo, per giungere ai 3,9 dell’ultimo decennio.

Quando parliamo di Africa parliamo soprattutto della foresta tropicale del Bacino del Congo che è la seconda al mondo per estensione dopo quella amazzonica, e che rappresenta circa 1/4 della foresta tropicale nel mondo. Il Bacino del Congo si estende su sei paesi (Camerun, Repubblica Centrafricana, Congo, Repubblica democratica del Congo, Gabon e Guinea equatoriale), ma la superficie più importante, 60%, è concentrata nella sola Repubblica democratica del Congo.

Prima ancora di analizzare le cause recenti di una tendenza in atto da decenni, va subito detto che le prospettive per questa parte della foresta africana non sono affatto rosee. Uno studio recente dell’Università del Connecticut, che ha analizzato la possibilità di rigenerare le foreste della terra, ha individuato sette regioni dove questo è possibile e conveniente. Ebbene, sei di queste regioni si trovano in Africa, in Rwanda, Burundi, Sud Sudan, Uganda, Togo e Madagascar, ma il maggiore polmone africano vi è escluso.

Ciò significa che la deforestazione continuerà anche perché la comunità internazionale sembra poco attenta. Lo dimostra il dato delle risorse mobilitate per salvaguardare le foreste, mentre il Sudest asiatico e l’Amazzonia assorbono, rispettivamente, il 54,5% e il 34% dei fondi internazionali, il Bacino del Congo ne riceve solo l’11,5%.

Va detto che un ruolo importante in questa sottovalutazione lo ha anche il governo di Kinshasa, non sempre in grado di elaborare piani suscettibili di essere finanziati, e soprattutto di mettere in atto una politica coerente. Ancora più drastica la previsione all’orizzonte del fine secolo. Con la tendenza in atto, da qui al 2100 – secondo uno studio dell’Università del Maryland – la foresta tropicale del Bacino del Congo, con tutta la sua biodiversità, è destinata a scomparire.

La sorpresa è nell’individuazione delle cause. Tutti noi abbiamo in mente lo sfruttamento del legname o la trasformazione in superfici coltivabili per l’agricoltura speculativa, le mani delle multinazionali insomma. Invece, secondo questo studio, l’80% della superficie distrutta lo sarebbe a causa dei tagli su piccola scala per far posto all’agricoltura di sussistenza, anche nelle superfici coperte dalla foresta vergine (per il 60%).

La povertà sarebbe dunque la causa principale di questo degrado, ed in particolar modo nella Repubblica democratica del Congo dove la guerra e l’instabilità politica contribuiscono ad alimentarla.

Questa realtà non può tuttavia occultare le responsabilità del governo e degli interessi internazionali, come denunciano da tempo le associazioni ambientaliste. Il traffico del legname avviene sotto gli occhi bendati del governo e dei suoi agenti locali. I permessi forestali, come ha denunciato Global Witness, sono venduti sottobanco. In teoria, Kinshasa ha adottato nel 2002 una moratoria sulle concessioni e un codice forestale che dovrebbe proteggere l’ambiente, con obblighi stringenti per i concessionari.

La realtà è però ben diversa, come la ripresa delle concessioni, in particolare a due società forestali cinesi (Fodeco e Somifor) che dopo un primo stop hanno ottenuto la possibilità di sfruttare ben 650mila ettari di foresta. Secondo Greepeace il governo avrebbe violato la stessa legge congolese. Aperture di strade e ricerche petrolifere sono concesse anche in zone protette, come il prezioso parco di Virunga.

Un certo disinteresse nei confronti del secondo polmone del mondo è testimoniata dal fatto che mentre gli occhi erano tutti puntati sugli incendi in Amazzonia o in Australia, anche la foresta dell’Africa centrale bruciava, anzi continua a bruciare. In questo caso più che di grandi incendi si parla della pratica di bruciare la massa vegetale per far posto alle colture agricole a distruggere la foresta.

Un metodo ricorrente nell’agricoltura tradizionale africana. L’Ente spaziale europeo ha pubblicato in febbraio una prima analisi dei dati rilevati dai suoi satelliti Copernico, che mostrano come il 70% della superficie mondiale incendiata si concentra proprio nell’Africa sub-sahariana.

Luciano Ardesi per NIGRIZIA




” Il tempo di cambiare è ora”. Cento intellettuali africani scrivono ai loro governanti e al mondo

Le minacce che incombono sul continente africano, legate alla diffusione di Covid-19, chiedono la nostra attenzione, sul piano individuale e collettivo. La situazione è critica. Non si tratta di fermare un’altra crisi umanitaria “africana”, ma di contenere gli effetti di un virus che sta scuotendo l’ordine del mondo, mettendo in discussione le basi della vita comune.

Wole Soyinka

La pandemia di coronavirus sta rivelando quel che le classi benestanti, che vivono nelle principali grandi città del continente, hanno fino ad ora fatto finta di non vedere. Per quasi dieci anni, infatti, media, intellettuali, politici e istituzioni finanziarie internazionali si sono aggrappati all’immagine di un’Africa in movimento, nuova frontiera dell’espansione capitalista. Un’Africa in procinto di “emergere” economicamente, dai tassi di crescita in grado di fare invidia a più di un Paese dell’emisfero Nord. Ma questa rappresentazione in larga parte immaginaria si è lacerata di fronte a una crisi dalle molte sfaccettature e che ancora non ha rivelato tutti i suoi lati occulti.
Adesso però le varie prospettive di multiculturalismo inclusivo – tenute in vita dalla politica dei trattati – si stanno sgretolando sotto i nostri occhi, lasciando il posto a feroci lotte geopolitiche. Questo nuovo contesto di scontro economico caratterizzato dalla formula del “tutti contro tutti” sta lasciando in ombra i Paesi del Sud, ricordando, se necessario, che il ruolo che spetta loro è quello di docili spettatori.

La pandemia da Covid-19 minaccia di scuotere dalle fondamenta stati e amministrazioni africane, i cui fallimenti sono stati ignorati troppo a lungo. È impossibile menzionarli tutti. Qui basterà ricordare gli investimenti insufficienti nella sanità pubblica e nella ricerca di base, i mancati obiettivi di autosufficienza alimentare, la cattiva gestione delle finanze pubbliche, la priorità assegnata alla costruzione di aeroporti, strade e altre infrastrutture a spese del benessere delle persone e delle loro prime necessità. Su questi argomenti sono stati realizzati molti studi, che evidentemente non hanno fatto breccia nei circoli di potere dei diversi stati del continente. La gestione della crisi in corso costituisce una prova lampante del gap tra l’Africa reale e quella immaginaria.

La necessità di governare con compassione

Véronique Tadjo

Replicando senza contestualizzare i modelli securitari di “contenimento” adottati in Europa, molti leader africani stanno imponendo un brutale confinamento alle loro popolazioni, punteggiato spesso da interventi violenti della polizia. Queste misure possono forse soddisfare le classi benestanti, al riparo dalla promiscuità e che hanno la possibilità di lavorare a casa, ma si stanno dimostrando punitive e devastanti per quanti sopravvivono grazie a attività informali.
Cerchiamo di essere chiari: non stiamo sostenendo una scelta impossibile tra sicurezza economica e sicurezza sanitaria, ma desideriamo insistere sulla necessità che i governi africani tengano conto della precarietà cronica che accompagna la maggior parte delle loro popolazioni.
L’Africa ha certamente un vantaggio nella gestione delle crisi sanitarie su larga scala, legato alle esperienze pregresse. Le organizzazioni della società civile inoltre stanno mostrando un’enorme solidarietà e creatività. Queste iniziative non possono però in alcun modo compensare l’impreparazione cronica e le carenze strutturali dei diversi Paesi. Piuttosto che rimanere inattivi confidando negli eventi, dovremmo sforzarci di ripensare le basi del nostro destino comune, a partire dal nostro specifico contesto storico e sociale e dalle risorse disponibili.
La nostra convinzione è che “l’emergenza” non possa e non debba costituire una modalità di governance. Dovremmo piuttosto concentrarci sulla reale urgenza, che è quella di riformare le politiche pubbliche, di farle lavorare a favore delle popolazioni africane e secondo le priorità africane. In breve: è imperativo evidenziare il valore di ogni essere umano, indipendentemente dal suo status, andando oltre logiche di profitto, dominio o presa di potere.

Oltre lo stato d’emergenza

I leader africani possono e devono proporre alle loro società una nuova idea politica dell’Africa: è una questione di sopravvivenza e non di “prosperità retorica”. Sono necessarie serie riflessioni sul funzionamento delle istituzioni statali, sulla funzione stessa dello stato e sulle norme giuridiche che distribuiscono i poteri e definiscono il loro equilibrio.

Boubacar Boris Diop

Possiamo ottenere di più se partiamo da idee rispondenti alle realtà in tutto il continente. La realizzazione della seconda ondata della nostra indipendenza politica dipenderà dalla creatività politica e dalla nostra capacità di assumerci la responsabilità del nostro destino comune. Ancora una volta, vari sforzi isolati stanno già dando i loro frutti. Meritano di essere ascoltati, discussi e ampiamente incoraggiati.
Inoltre, il panafricanismo ha anche bisogno di una nuova collocazione di vita. Deve riconciliarsi con la sua ispirazione originale. Se i progressi nell’integrazione continentale sono stati lenti, le ragioni sono da ricercare, in gran parte, in un orientamento modellato dall’ortodossia del liberalismo economico.
La pandemia da coronavirus sta rivelando il deficit di una risposta continentale collettiva, sia nel settore sanitario sia in altri. Oggi più che mai, invitiamo i leader a ponderare la necessità di adottare un approccio concertato ai settori della governance relativi alla salute pubblica, alla ricerca in tutte le discipline e alle politiche pubbliche. La salute deve essere concepita come un bene pubblico essenziale, lo stato degli operatori sanitari deve essere migliorato, le infrastrutture ospedaliere devono essere aggiornate a un livello che consenta a tutti, compresi i dirigenti stessi, di ricevere cure adeguate in Africa. La mancata attuazione di queste riforme sarebbe catastrofica.

La sfida per l’Africa

La sfida con cui siamo chiamati a misurarci non è altro che il ripristino della libertà intellettuale e e della creatività del continente: in assenza di queste, qualsiasi discorso sulla sovranità si rivela inconcepibile. La sfida è rompere con l’outsourcing delle nostre prerogative sovrane, riconnetterci con configurazioni locali, abbandonare l’imitazione sterile, adattare la scienza, la tecnologia e la ricerca al nostro contesto, ridisegnando le istituzioni sulla base delle nostre specificità e delle nostre risorse, adottando un quadro di governance inclusivo e suno viluppo endogeno, per creare valore qui, al fine di ridurre la nostra dipendenza sistemica.
Ancora più importante, è essenziale ricordare che l’Africa ha risorse materiali e umane sufficienti per costruire una prosperità condivisa su base egualitaria e nel rispetto della dignità di ognuno. La mancanza di volontà politica e le pratiche estrattive di attori esterni non possono più essere usate come scuse per l’inazione. Non abbiamo più scelta: abbiamo bisogno di un radicale cambio di direzione.
Ora è il momento!».

Wole Soyinka (premio Nobel per la Letteratura 1986)
Makhily Gassama (saggista)
Cornel West (Princeton University)
Kwame Anthony Appiah (New York University)
Henry Louis Gates Jr (Harvard University)
Cheikh Hamidou Kane scrittore)
Odile Tobner (Librairie des Peuples Noirs, Camerun)
Iva Cabral (figlia di Amilcar Cabral, Università di Mindelo)
Olivette Otele (Bristol University)
Boubacar Boris Diop (American University of Nigeria)
Siba N’Zatioula Grovogui (Cornell University)
Véronique Tajdo (scrittrice)
Francis Nyamnjoh (University of Cape Town)
Ibrahim Abdullah (Fourah Bay College)
Sean Jacobs (The New School)
Oumar Ba (Morehouse College)
Maria Paula Meneses (Università di Coimbra)
Amadou Elimane Kane (PanAfrican Institute of Culture and Research)
Inocência Mata (Università di Lisbona)
Anthony Obeng (The African Institute for Economic Development and Planning)
Aisha Ibrahim (Fouray Bay College)
Makhtar Diouf (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Koulsy Lamko (scrittore)
Mahamadou Lamine Sagna (American University of Nigeria)
Carlos Nuno Castel-Branco (economista, Mozambico)
Touriya Fili-Tullon (Università di Lione 2)
Kako Nubupko (Università di Lomé)
Rosania da Silva (University Foundation for the Development of Education)
Amar Mohand-Amer (Crasc, Orano)
Mame Penda Ba (Università di Saint-Louis “Gaston Berger”)
Medhi Alioua (International University of Rabat)
Rama Salla Dieng (University of Edinburgh)
Yoporeka Somet (filosofo, egittologo, Burkina Faso)
Gazibo Mamoudou (Università di Montréal)
Fatou Kiné Camara (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Jonathan Klaaren (University of the Witwatersrand)
Rosa Cruz e Silva (Università “Agostinho Neto”)
Ismail Rashid (Vassar College)
Abdellahi Hajjat (Université Libre de Brussels)
Maria das Neves Baptista de Sousa (Universidade Lusiada de São Tomé e Príncipe)
Lazare Ki-Zerbo (filosofo, Guyana)
Lina Benabdallah (Wake Forest University)
Iolanda Évora (Università di Lisbona)
Kokou Edem Christian Agbobli (Université du Québec a Montréal)
Opeyemi Rabiat Akande (Harvard University)
Lourenço do Rosário (Universidade Politécnica, Mozambico)
Issa Ndiaye (Università di Bamako)
Yolande Bouka (Queen’s University)
Adama Samake (Università Félix Houphouët-Boigny)
Bruno Sena Martins (Università di Coimbra)
Charles Ukeje (University of Ile Ife)
Isaie Dougnon (Fordham University)
Cláudio Alves Furtado (Università Federale di Bahia; Università di Capo Verde)
Ebrima Ceesay (University of Birmingham)
Rita Chaves (Università di São Paulo)
Benaouda Lebdai (Le Mans Université)
Guillaume Johnson (CNRS, Paris-Dauphine)
Ayano Mekonnen (University of Missouri)
Thierno Diop (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Mbemba Jabbi (University of Texas)
Abdoulaye Kane (University of Florida)
Muhammadu M.O. Kah (American University of Nigeria & University of the Gambia)
Alpha Amadou Barry Bano (University of Sonfonia)
Yacouba Banhoro (Université Ouaga 1 “Joseph Ki-Zerbo”)
Dialo Diop (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Rahmane Idrissa (African Studies Center, Leiden)
El Hadji Samba Ndiaye (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Benabbou Senouci (Università di Orano)
José Luís Cabaco (Universidade Técnica de Moçambique)
Mouhamadou Ngouda Mboup (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Hassan Remanoun (Università di Orano)
Salif Diop (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Narciso Matos (Universidade Politécnica, Mozambico)
Mame Thierno Cisse (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Demba Moussa Dembele (Arcade, Senegal)
Many Camara (Université d’Angers)
Ibrahima Wane (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Thomas Tieku (King’s University College, Western University)
Jibrin Ibrahim (Center for Democracy and Development)
El Hadji Samba Ndiaye (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Firoze Manji (Daraja Press)
Mansour Kedidir (Crasc, Orano)
Abdoul Aziz Diouf (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Mohamed Nachi (Universitò di Liège)
Alain Kaly (Universidade Federal Rural do Rio de Janeiro)
Last Dumi Moyo (American University of Nigeria)
Hafsi Bedhioufi (Université de la Manouba)
Abdoulaye Niang (Università di Saint-Louis “Gaston Berger”)
Robtel Neajai Pailey (University of Oxford)
Slaheddine Ben Frej (Faculté des Sciences Humaines et Sociales, Tunisi)
Victor Topanou (Université d’Abomey-Calavi, Benin)
Paul Ugor (Illinois State University)
Djibril Tamsir Niane (scrittore
Laroussi Amri (Università di Tunisi)
Karine Ndjoko Ioset (Università di Wuerzburg e Università di Lubumbashi)
Magueye Kassa (Università di Dakar “Cheikh Anta Diop”)
Lionel Zevounou (Université Paris Nanterre)
Amy Niang (University of Witwatersrand)
Ndongo Samba Sylla (economista, Senegal)

da AFRICARIVISTA




L’Africa rischia di perdere anni di progressi nella lotta alla povertà

L’arrivo della pandemia di covid-19 in Africa non ha colto di sorpresa i leader del continente. Molti hanno adottato tempestivamente, già verso la metà di marzo, misure di distanziamento sociale e limitazione dei contagi simili a quelle introdotte dalla Cina e dall’Italia. Ma da subito è suonato un campanello d’allarme: quelle soluzioni (isolamento a casa, chiusura delle scuole e delle frontiere, stop dei mezzi di trasporto collettivi) mal si applicano al contesto africano, dove milioni di persone vivono in baraccopoli, dove nelle case vivono famiglie allargate, dove i servizi igienici e le pompe dell’acqua sono condivise all’interno di una comunità, e dove spesso si usano mototaxi o minivan per spostarsi. 

Per non parlare del fatto che tanti non hanno un posto di lavoro fisso ma vivono alla giornata vendendo la loro mercanzia lungo la strada o si sostengono grazie alle rimesse inviate dai familiari che sono andati a lavorare all’estero. Gli africani che lavorano nell’economia informale sono, secondo l’Organizzazione mondiale del lavoro, l’85 per cento, mentre le rimesse di questi tempi sono destinate a calare drasticamente

Queste considerazioni valgono per paesi industrializzati come il Sudafrica (la seconda economia del continente e primo paese per numero di contagi, quasi duemila, di cui solo 18 mortali) o l’Algeria esportatrice di petrolio (dove il virus ha contagiato quasi 1.700 persone, di cui 216 sono morte, il numero di decessi più alto del continente) ma soprattutto per i paesi poveri, con sistemi sanitari disastrati, come la Repubblica Centrafricana o la Somalia. Ogni anno la spesa media procapite per la salute negli stati africani è di 14 euro all’anno contro i 4.500 euro di un paese come il Regno Unito. Il Sudafrica, che ha uno dei migliori sistemi sanitari nel continente, può contare solo su mille posti letto in terapia intensiva, il Malawi ne ha 25, il Burkina Faso 15. Anche la carenza di respiratori è drammatica. 

Crisi sanitaria, sociale ed economica
Alcuni sperano che la giovane età della popolazione africana o il clima caldo umido possano limitare la diffusione del virus e la sua letalità, ma non c’è da contarci. La direttrice della sezione Africa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Matshidiso Moeti ha recentemente dichiarato che l’epidemia si espande rapidamente e non risparmia nessuno. Se cinque settimane fa c’erano persone infette solo in Egitto e in Algeria, oggi ce ne sono più di diecimila in 52 dei 54 paesi africani. “La presenza di tanti casi di aids, tubercolosi e malnutrizione aggrava la situazione, anche dei giovani, perché spesso il covid-19 colpisce più duramente chi ha altre patologie”, ricorda Moeti. 

In definitiva, se non si riuscirà a fermare per tempo i contagi, una gravissima crisi sanitaria è proprio dietro l’angolo (si stimano 450mila contagiati per la metà di maggio). Ma un’altra crisi è già una certezza: quella economica e sociale. 

Non si tratta di distribuire solo denaro, ma anche prodotti di prima necessità

Noura Hamladji, del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, ha detto a Radio France internationale che a causa della pandemia “si rischiano di perdere anni di progressi economici. Le misure di isolamento sono necessarie, ma avranno conseguenze durissime. Le proiezioni di crescita, che erano intorno al 3,8 per cento, sono già state abbassate a meno dell’1,8 per cento. Si stimano cali sostanziali nell’occupazione, con alcuni settori più toccati di altri, come il trasporto aereo e il turismo. Ma sarà grave anche l’impatto sui paesi esportatori di petrolio: la Commissione economica per l’Africa prevede perdite per cento miliardi di dollari statunitensi solo nel 2020. Tutto questo avrà conseguenze sul piano sociale e umano in tutto il continente”. 

Le restrizioni ai movimenti, sostiene Hamladji, dovranno assolutamente essere accompagnate da forme di sostegno sociale ai più vulnerabili. Servono sistemi di protezione che al momento in molti paesi non esistono e che vanno adottati con urgenza: non si tratta di distribuire solo denaro, ma anche prodotti di prima necessità. Alcuni paesi hanno preso misure per aiutare i cittadini in difficoltà, per esempio erogando aiuti una tantum o sospendendo il pagamento di utenze, come ha fatto il Ghana con l’acqua, per renderla accessibile a tutti. In Ruanda, invece, ministri e alti funzionari hanno rinunciato allo stipendio di aprile per destinarlo ai più poveri. 

Inoltre va tenuto conto del fatto che alcuni paesi, come l’Uganda e l’Etiopia, accolgono un gran numero di profughi. Ci sono sei milioni di persone che vivono nei campi profughi di tutta l’Africa, e bisogna pensare anche a loro. 

Il caso del Sudafrica
L’emergenza coronavirus sta quindi riportando in primo piano l’urgenza e la necessità della lotta alla povertà. Anche senza la pandemia, l’Africa subsahariana resta la regione al mondo dove vivono più persone costrette a sopravvivere con meno di 1,90 dollari al giorno. I progressi compiuti negli ultimi decenni, così come l’idea di un “decollo” africano, rischiano di essere spazzati via dal virus, in un momento in cui anche i paesi più ricchi saranno impegnati a rimediare ai danni causati dalla pandemia. Secondo un’analisi della Banca mondiale, l’economia dell’Africa subsahariana rischia una recessione per la prima volta in 25 anni, per non parlare dei danni causati da una grave crisi alimentare innescata da un possibile calo della produzione agricola, in una misura compresa tra il 2,6 e il 7 per cento, a causa delle restrizioni al commercio. 

Il sito New Frame si concentra sulla situazione del Sudafrica. Nel paese, dove il lockdown rischia di devastare l’economia informale, è stato realizzato uno studiosu come le famiglie escono, ricadono o rimangono intrappolate nella povertà. Ha messo in evidenza che metà della popolazione non ha praticamente modo di sfuggire alla miseria. 

Più della metà dei sudafricani vive sotto la soglia di povertà e, prima della chiusura delle scuole, circa nove milioni di bambini mangiavano un pasto al giorno perché lo ricevevano a mensa. Ma ci sono interventi che possono aiutare le persone più fragili: garantire i sussidi di disoccupazione anche ai lavoratori che di solito non godono di queste tutele e dare sostegno economico alle famiglie con bambini. Misure del genere, stimano gli autori, potrebbero salvare milioni di sudafricani dalla miseria. 

La moratoria sul debito
L’appello ad agire non è limitato ai singoli governi, ma soprattutto alle organizzazioni internazionali. L’Europa ha sbloccato 15 miliardi di euro per alcuni paesi partner, in gran parte africani, come ha scritto Pierre Haski. L’Unione africana sta elaborando un piano d’emergenza da almeno cento miliardi di dollari. A fine marzo la conferenza dell’Onu per il commercio e lo sviluppo ha proposto un piano da 2.500 miliardi di dollari per aiutare i paesi in via di sviluppo, di cui mille miliardi deriverebbero dalla sospensione o dall’eventuale cancellazione del debito da parte di istituzioni come il Fondo monetario internazionale. Da più parti arrivano inviti in questo senso: un gruppo di africani influenti, tra cui il banchiere senegalese Tidjane Thiam, ha chiesto ai creditori privati di applicare una moratoria di due anni su questi pagamenti. Secondo The Conversation, i privati detengono un terzo del debito africano a lungo termine. Resta da capire come si muoverà la Cina, che negli ultimi dieci anni ha investito tantissimo nel continente. 

Interventi degli stati, aiuti internazionali, congelamento o cancellazione del debito. Se non si interverrà con decisione per contenere i danni socioeconomici del nuovo coronavirus, 500 milioni di persone in tutto il mondo potrebbero tornare povere. Molte di loro saranno in Africa. Ed è un rischio che non possiamo correre.

Francesca Sibani per INTERNAZIONALE




Coronavirus, Africa, pianeta Terra: deve cambiare tutto.

Nel 2020 il mondo intero si è trovato improvvisamente coinvolto in una triplice crisi: a quella ambientale già di per sé preoccupante (anche se ancora in presenza di troppi negazionisti) si è aggiunta quella sanitaria che ha imposto una drastica e generalizzata riduzione della mobilità delle persone e dell’attività di molte imprese, innestando una profonda – e ancora non quantificabile – crisi economica. Quest’ultima a sua volta si sta rivelando più complessa delle precedenti perchè interessa contemporaneamente sia la domanda che l’offerta e colpisce un gran numero di settori. Proprio per questa sua complessità la crisi sta interessando paesi e continenti con tempi e intensità diversi. Nessuno tuttavia pare destinato a restarne immune.

Fattori in gioco e diversi impatti

Diversi sono i fattori che spiegano perché l’impatto della crisi vari tra paesi: l’apertura agli scambi internazionali e la mobilità internazionale delle persone che ne deriva, l’organizzazione e l’adeguatezza dei sistemi sanitari, la capacità dei governi di motivare i cittadini ad accettare forme di distanziamento sociale e di mettere in campo risorse economiche sufficienti a contrastare le conseguenze della riduzione dell’attività produttive sulle persone e sulle imprese, la dipendenza delle economie sia dalla domanda estera che dall’offerta di beni essenziali o di semilavorati necessari per completare le catene del valore.

Alle diverse combinazioni tra questi fattori si è in queste settimane fatto riferimento per spiegare sia il diverso impatto della pandemia sui contagi e sui decessi che le misure adottate in Cina, nei paesi del Sud est dell’Asia, nei paesi europei e negli Stati Uniti. Molto meno si è parlato di cosa sta succedendo nel continente africano.

Scure sull’Africa

All’inizio, quando ancora la capacità di diffusione del virus era sottostimata si è ipotizzato – e sperato, vista la debolezza dei sistemi sanitari – che, data la limitata mobilità internazionale degli africani, il continente ne potesse uscire immune o quasi. Una previsione smentita subito di fatti: gli ultimi dati ormai dicono che i contagi in Africa hanno superato i 12.000 e continuano ad aumentare. Tanto che alcuni paesi hanno già deciso di adottare misure di lockdown e sia i singoli governi che le organizzazioni internazionali hanno già definito i primi interventi per il potenziamento dei sistemi sanitari e a sostegno dei dell’economia.

Diventa quindi urgente capire quale sarà l’impatto di questa nuova crisi sui paesi africani.

A questo fine occorre innanzitutto ricordare che la maggior parte di essi non si è ancora del tutto ripresa alla crisi del 2008 che ha causato una sostanziale dimezzamento del tasso di crescita, da valori intorno al 6%  –  che avevano fatto sperare che finalmente anche l’Africa stesse iniziando a beneficiare dei vantaggi della globalizzazione – a tassi poco superiori al 3% a partire dal 2015.

E’ quindi facile che la nuova crisi non solo azzeri i tassi di crescita ma li porti in zona negativa. Tanto più quanto più tempo ci vorrà per fermare la diffusione del virus. Le prime stime disponibili parlano infatti di una riduzione attesa del prodotto interno lordo compresa tra il – 0,8 e il – 1.1%. Una riduzione probabilmente inferiore a quella di molti paesi europei, ma che colpisce paesi molto meno sviluppati, con sistemi sanitari più deboli e con meno risorse pubbliche per farvi fronte. E quindi con una capacità di risilienza ridotta e con il rischio di subire per più anni un ulteriore indebolimento del processo di crescita.

Questi andamenti sono il frutto del sovrapporsi di due tipi di fattori – esogeni ed endogeni – che se analizzati in dettaglio consentono sia di capire meglio quello che sta succedendo e succederà nei prossimi mesi, che di individuare gli interventi necessari sia di tipo congiunturale che strutturale.

Fattori esogeni

Tre sono i principali fattori di crisi di natura esogena:

  1. l’elevata dipendenza di molti paesi dalle esportazioni di materie prime
  2. la rilevanza del settore turistico nella formazione del reddito
  3. il peso sui redditi delle famiglie, e quindi sulle economie delle comunità di provenienza, delle rimesse degli emigrati.

La crisi ha già causato una netta contrazione della domanda di prodotti petroliferi determinando un vero e proprio crollo dei prezzi del petrolio e gas naturale (intorno al 50%) che, se i paesi produttori non raggiungeranno un accordo sulla riduzione dell’offerta, è destinata a durare anche nei prossimi mesi.

Con almeno quattro  conseguenze:

  1. una riduzione del contributo al prodotto interno lordo
  2. una contrazione delle entrate pubbliche dovute alle royalty
  3. un rinvio, se non un blocco degli investimenti in impianti di estrazione già programmati, con la riduzione di posti di lavoro diretti e indiretti
  4. una diminuzione delle riserve di valuta necessarie a sostenere le importazioni. 

E’ ciò che sta già succedendo per esempio in Mozambico dove la Exxon ha dichiarato la sospensione del progetto di costruzione dell’impianto di estrazione di Gas naturale di Rovuma. Inoltre, accanto a quello che succede per i prodotti esportati e alle conseguenze sulla bilancia dei pagamenti, è importante tenere conto che i prezzi dei prodotti importati – soprattutto prodotti alimentari di base dei quali molti paesi africani sono importatori netti – sono in crescita con conseguente contrazione anche delle importazioni e della capacità di far fronte ai bisogni primari della popolazione. Le previsioni indicano una contrazione di esportazioni e importazioni pari al 35%, con una riduzione di entrate stimata intorno ai 270 miliardi di dollari.

Il secondo settore colpito dalla crisi è quello del turismo e con esso quello dei trasporti, in particolare di quelli aerei. Effetti destinati a durare piuttosto a lungo e comunque ben oltre la fase acuta della crisi e che nei paesi africani si faranno sentire in modo particolare perchè caratterizzati da una domanda turistica proveniente da distanze elevate. Se, infatti dovranno essere mantenute le misure di distanziamento sociale anche dopo la fine della fase acuta della pandemia, la riduzione della portata degli aerei sarà rilevante (si parla di ridurre il numero di passeggeri a un terzo degli attuali) con conseguente aumento dei prezzi e riduzione dei flussi. La perdita complessiva per il continente africano è stima per ora in 50 miliardi di dollari e in due milioni di posti di lavoro.

Infine è attesa una diminuzione importante anche delle rimesse degli immigratiche sono stimate in circa 50 miliardi annui. Subiranno una riduzione soprattutto quelle dei non permanenti, che non riusciranno, a seguito dei maggiori controlli ai confini nazionali, sia in entrata che in uscita, e all’aumento della disoccupazione nei paesi di immigrazione, a riprendere la loro attività. Ma si ridurranno anche le rimesse dei permanenti che perderanno il lavoro o dovranno accettare lavori meno remunerati.

Fattori endogeni

L’impatto dei fattori endogeni dipenderà invece dalla diffusione del virus, dalla capacità di contenerne la diffusione, dalla severità delle misure di lockdown e dalla capacità di farle rispettare in paesi con ampie periferie urbane al di fuori di ogni controllo. Maggiore e incontrollata sarà la diffusione e più severe le misure per il contenimento, maggiore sarà anche l’impatto su occupazione, reddito disponibile soprattutto tra i lavoratori informali e quindi sui livelli di povertà e, non da ultimo, sulle entrate fiscali.

E’ inutile negare che il quadro che emerge da queste considerazioni è decisamente preoccupante e che anche per l’Africa le conseguenze di questa crisi saranno probabilmente più gravi, sia per ammontare che per durata, di quelle che sono seguite alla crisi del 2008. Le prime stime indicano in 20 milioni i posti di lavoro, formali e informali, che potrebbero andare perduti. In altri termini l’Africa rischia di pagare per la seconda volta in pochi anni, e pesantemente, le conseguenze di un asseto economico globalizzato da cui finora ha ricavato ben pochi vantaggi che, se misurati dalla riduzione del numero di persone in povertà assoluta, sono andati soprattutto a vantaggio dei paesi asiatici, Cina in testa.

La crisi mette inoltre in luce un paradosso che pare aver accompagnato le scelte recenti di diversi paesi africani: per facilitare gli investimenti internazionali interessati soprattutto alle materie prime a all’accaparramento di risorse naturali – la terra in primo luogo – hanno fatto ponti d’oro a investitori che hanno spesso esercitato senza tanti scrupoli i loro potere e distrutto o messo in difficoltà i sistemi produttivi locali – quelli basati su agricoltura e pesca di autosufficienza – per ritrovarsi ora con quegli stessi investimenti bloccati da scelte unilaterali degli stessi investitori. E con i sistemi produttivi tradizionali distrutti.

Urgenza di soluzioni strutturali planetarie

La necessità di fronteggiare da subito la situazione è evidente. Il problema semmai è il come, dal momento che neppure i paesi più sviluppati, più dotati di risorse e con istituzioni di politica economica ben strutturate, hanno ancora definito chiare strategie e stanno procedendo per prove ed errori.

La convinzione che si sta formando tra gli studiosi è che questa volta non sarà sufficiente intervenire come nel 2008 soltanto attraverso la politica monetaria, inondando l’economia di liquidità e riprendendo poi a gestire imprese e istituzioni come nulla fosse successo e senza nessun intervento strutturale.

Non solo tutti i sistemi ne risulterebbero indeboliti e la finanza la farebbe ancora più da padrona, non solo assisteremmo ad un aumento del protezionismo per accorciare – o rinazionalizzare – le catene del valore, ma ci ritroveremo di nuovo a fronteggiare – avendo nel frattempo accumulato ulteriori ritardi – la crisi ambientale.

C’è quindi bisogno di soluzioni strutturali necessariamente concordate a livello planetario, che vadano a incidere sul modello di sviluppo pur tenendo conto delle specificità dei vari continenti e dei singoli paesi. Servono piani sovranazionali di investimento in infrastrutture e in tecnologie innovative e produzioni  ecologicamente compatibili che il mercato – data la sua natura anarchica e la sua incapacità di programmare sul lungo periodo – da solo non è in grado di realizzare. Non bastano certo le dichiarazioni sulla volontà di non perseguire più solo l’interesse degli azionisti, ma anche – o prevalentemente – quello degli altri portatoti di interesse di un gruppo di amministratori delegati di grandi fondi di investimento e di importanti imprese a dotare il mercato della lungimiranza che gli manca. E’ quindi scontato un maggior interventismo pubblico sia a livello nazionale che sovranazionale, ma servono anche strumenti nuovi in grado di incidere sul funzionamento dei mercati e sui comportamenti della finanza, delle imprese e degli stessi consumatori.

Più in concreto è necessario intervenire sia per contenere l’emergenza sanitaria, salvare vite umane e attenuare le conseguenze immediate del blocco di molte attività produttive riducendo l’impatto sulla disoccupazione e sul crollo dei redditi, sia per modificare l’organizzazione del sistema economico a partire da un ripensamento delle sue priorità, spostando la produzione verso i beni comuni e riorganizzandola in modo da mettere le persone al centro dell’attività di tutte le istituzioni e le imprese pubbliche e private.

Calando queste considerazioni generali sull’Africa è chiaro che è necessario innanzitutto agire per contenere la pandemia e contenerne gli effetti sulla vita e il benessere delle persone. E non sarà facile visto il livello inadeguato dei sistemi sanitari della quasi totalità di questi paesi.  Diversi governi  e la stessa Unione Africana hanno già stanziato fondi sia per potenziare il sistema sanitario che per sostenere i redditi e l’operatività delle piccole imprese. Ma occorre essere consapevoli che le risorse necessarie – stimante al momento intorno ai 130 miliardi di dollari – sono più di quelle su cui i paesi africani possono contare, specie se le entrate fiscali caleranno nella misura – anch’essa stimata – del 20-30%. Essi devono quindi poter contare sulla solidarietà internazionale che per la verità si è già mossa con il Fondo monetario, la Banca mondiale, singoli paesi come la Francia e istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea. Bisognerà comunque fare di più anche se non sarà facile visto che tutti i paesi stanno impegnando risorse consistenti per far fronte ai problemi interni. Una cancellazione totale o parziale almeno della parte pubblica del debito estero di questi paesi sarebbe di grande aiuto.

Ripensare radicalmente il modello di sviluppo

La triplice crisi, in generale ma soprattutto per i paesi africani, potrà però essere superata solo ripensando il modello economico dominante basato su una fiducia eccesiva nei mercati e nella loro capacità di garantire crescita e benessere. Invece che affidarsi solo alla domanda e alle proposte che provengono dalle imprese dei paesi sviluppati i paesi africani devono puntare su politiche che riducano la dipendenza dalle esportazioni di materie prime, aumentino le attività di trasformazione delle stesse anche condizionando ad investimenti in impianti di trasformazione le concessioni per l’estrazione di materie prime, va aumentata la produzione di beni alimentari di base e potenziata la capacità di trasformazione e più in generale la produzione manifatturiera e di servizi alla popolazione, dalla sanità all’educazione.

Tutti obiettivi che possono essere raggiunti non svendendo il patrimonio naturale, ma disegnando una coerente strategia di sviluppo locale che poggi sul rafforzamento delle piccole imprese, sul sostegno di forme di produzione collettiva soprattutto nel settore agricolo e della gestione dei beni comuni, su una diffusione capillare delle tecnologie a basso costo come quelle della comunicazione e sul rafforzamento degli scambi tra i paesi dell’Unione Africana, potenziando quel mercato interno che oltre che agire come volano di sviluppo può rappresentare un argine alle crisi importate da un sistema economico internazionale sempre più instabile.

Carlo Borzaga ( economista ) per NIGRIZIA