Care ragazze: amare non si coniuga con soffrire

Vorrei parlarti dell’amore.

L’amore è un’istantanea a volte. A volte si ferma e resta.

Non chiedermi quando e se arriverà, perché non lo so. Nessuno sa quando ci coglie, però tu devi avere fiducia.

Di sicuro porta parole buone e gesti affettuosi. Porta carezze, non illusioni. Porta verità, sempre. Anche se a volte fa male.

L’amore è un luogo di sosta. Puoi riposarti sapendo di essere al sicuro.

L’altro è colui che riconosce i tuoi desideri, gli dà valore, li spinge verso orizzonti sconosciuti, non ne ha paura.

Nessuna gabbia, porte chiuse o avvitamenti.

Non esiste un amore, uno solo, di questo ne sono certa, esiste l’amore, il modo in cui tu saprai affrontare l’esistenza.

L’amore è rispetto, non te lo ripeterò mai abbastanza. Non contiene acredine, violenza e ricatti, se lo vedi in quella veste vuol dire che lui non c’è più.

L’amore esiste, eccome, ha un nome proprio scritto sulla sabbia e sul cuore, esiste anche quando se n’è andato.

Non potrai fermarlo, solo viverlo e dovrai affidarti.

L’amore ti chiede “come stai”, si occupa e preoccupa. E quando ti diranno che è una questione di impegno e sacrificio, tu non crederci.

L’amore non chiede il sacrificio, perché dovrebbe? È generoso e accompagna l’esistenza, sa farsi da parte se necessario e sa procedere in modo autonomo.

L’amore ama i suoi figli, il resto è narcisismo.

L’amore è cura, questo sì, quella verso se stessi necessaria per aprirsi all’altro. In questo senso è un atto di “egoismo” perché deve farti star bene, se ti farà male si chiama sofferenza.

L’amore permette la solitudine, non l’annulla né le sconfigge, la legittima e la riconosce, sa fargli posto nello scorrere dell’esistenza.

L’amore vede e ti ricorda la tua bellezza anche quando tu non la scorgi.

L’amore è tempo che passa su di te e si fa strada sulla tua pelle, più strade conterrai, più saprai di essere stata amata e di aver amato.

Vorrei parlarti dell’amore perché tu sappia che non potrà mai colmare o riempire ogni piano della tua esistenza, ma potrà renderla più bella.

Può avere il nome di un uomo, di una donna, di un fratello, di una sorella, ma anche di un posto, di una passione, di una storia.

Una cosa è certa, l’amore non “sistema” ma spinge, è movimento creativo verso la vita.

Può manifestarsi in mille modi, in mille sfaccettature e non permettere che sia solo un mero “riconoscimento”.

Nessuno deve e può legittimarti. Tu esisti al di là di lui.

Questo vorrei dirti dell’amore.

Ama l’esistenza ragazza mia, più di un uomo e basterà.

Penny ( Cinzia Pennati, SOS DONNE BLOG )

by LUDOVICA




Lager Egitto: denuncia l’ex primo ministro per tortura, scatta la rappresaglia del regime sui familiari

Mohamed Soltan è un difensore dei diritti umani egiziano che ha anche passaporto degli Usa, dove attualmente risiede. Il 1° giugno, avvalendosi della Legge federale per la protezione delle vittime di tortura, che consente di chiamare in giudizio funzionari di Stati esteri per torture ed esecuzioni extragiudiziali, si è recato alla Corte distrettuale federale del distretto di Columbia.

Lì Soltan ha presentato denuncia nei confronti dell’ex primo ministro egiziano Hazem al-Beblawy, che ritiene responsabile della tentata esecuzione extragiudiziale e delle torture subite in carcere. Arrestato nel 2013 in quella che è passata alla storia come la “Tiananmen del Cairo” e condannato all’ergastolo, Soltan venne rilasciato su pressioni del governo statunitense nel maggio 2015.

Al-Beblawy vive a sua volta negli Usa e rappresenta l’Egitto e diversi altri Stati arabi all’interno del Fondo monetario internazionale.

Come già in passato, la rappresaglia degli apparati di sicurezza egiziani contro la famiglia di Soltan è scattata di lì a poco. All’una di notte del 9 giugno, 20 agenti (parte in divisa, parte in borghese ma tutti armati) hanno fatto irruzione nella casa dei familiari di Soltan a Berket al-Sab, nel governatorato di Menoufia. Hanno perquisito l’abitazione, controllato i telefoni cellulari dei presenti, fatto alcune domande su Soltan e sono andati via.

Sempre alla stessa ora ma il 15 giugno, c’è stata una seconda irruzione nella casa di Berket al-Sab. Questa volta, senza esibire alcun mandato d’arresto e fornire spiegazioni, gli agenti hanno portato via tre cugini di Soltan: Mahmoud, Ahmed e Mostafa, rispettivamente di 21, 23 e 24 anni.

Lo stesso, in contemporanea, è accaduto nell’appartamento di uno zio di Soltan ad Alessandria. A essere portati via sono stati altri due cugini di Soltan, Hamza ed Esmat, rispettivamente di 20 e 23 anni.

Dopo due giorni di sparizione, i cinque cugini sono comparsi di fronte alla Procura suprema per la sicurezza dello Stato, il famigerato organo giudiziario che si occupa di indagini sulle minacce alla sicurezza nazionale, e sono stati accusati di “diffusione di notizie false” e di “adesione a un’organizzazione terrorista”.

Come succede sempre in questi casi, sono stati disposti 15 giorni di detenzionepreventiva e chi legge questo blog sa che ci saranno rinnovi su rinnovi. L’obiettivo di queste azioni di rappresaglia pare chiaro: far desistere Mohamed Soltan dal portare avanti la causa contro al-Beblawy.

Riccardo Noury, Amnesty International, per IL FATTO QUOTIDIANO




Lager Egitto: bande di criminali assoldate dal potere per massacrare i dissidenti.

I picchiatori del regime di nuovo in azione in Egitto: bande di criminali al soldo del potere, arruolate per compiere il lavoro sporco e reprimere soggetti e fenomeni scomodi. Baltagiya è un termine arabo il cui senso si è modificato nel tempo passando da ‘sicario’ a ‘teppista’ o ‘banda criminale’. Termine tornato alla ribalta di recente con l’aggressione di una settimana fa a Leila Seif e alle due figlie, Mona e Sanaa, davanti alla prigione di Tora, dove il figlio e fratello Alaa Abdel Fattah è recluso dal 29 settembre scorso. 

All’alba del 23 giugno un gruppo di donne in abiti civili ha avvicinato la madre e le sorelle di Abdel Fattah, impegnate in un presidio fisso all’esterno dell’istituto di pena, iniziando a molestarle per poi picchiarle selvaggiamente e rubare i loro effetti personali. Donne sconosciute, mai viste prima, come hanno confermato le stesse vittime di quell’aggressione. Un raid a tutti gli effetti, portato avanti con violenza e premeditazione.

“Tutti lo sanno, quelle donne non sono semplici passanti che si trovavano lì, fuori dal carcere, per caso. Si tratta di una banda organizzata, capace di svolgere un ruolo ben preciso con estrema efficacia potendo contare sulla totale impunità da parte della polizia e delle guardie penitenziarie, inermi davanti all’aggressione. Il nesso tra quell’episodio e l’entrata in azione delle Baltagiya è evidente”. Riccardo Noury è il portavoce di Amnesty International Italia, profondo conoscitore della complessa realtà egiziana e della concezione dei diritti umani del governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Sulla ritrovata operatività di queste bande fuori controllo lui non ha dubbi: “Il regime usa qualsiasi mezzo per mettere in atto una intimidazione di Stato – aggiunge Noury – Non è difficile reperire manovalanza per brutali azioni repressive in un clima generale di grande paura e di estrema povertà, dove le tensioni sociali non mancano. Il regime vede nemici dietro ogni figura, chiunque può passare in breve tempo da eroe a traditore della patria. Ed ecco spuntare le Baltagiya, composte da persone facilmente arruolabili, senza alcun legame ufficiale con gli apparati dello Stato, in grado di sostituirsi a polizia ed esercito per compiere simili azioni, ben sapendo che nessuno chiederà loro conto. In Egitto gli elementi in campo sono tanti sotto il profilo repressivo, polizia in divisa, sicurezza in abiti borghesi e questi gruppi violenti. Le bande sono spesso composte da donne, le stesse che mostrarono ostilità nei confronti dell’attivista Lgbt Sarah Hegazy, nel carcere di Qanater, dopo il suo arresto per aver sventolato la bandiera arcobaleno ad un concerto nel 2017 (poi morta suicida in Canada a metà giugno, ndr)”. Il rapporto di connivenza conviene ad entrambe le parti: gli apparati di sicurezza mantengono le mani pulite scatenando la violenza altrui e i banditi hanno i loro tornaconto. Quando non riesci a combattere il crimine la scelta più facile, seppur censurabile, è portarlo dalla tua parte. 

In Egitto le Baltagiya non sono una novità, le tracce si perdono a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ma con un senso diverso e meno politicizzato. I criminali venivano arruolati, formati e ben pagati per svolgere raid violenti al posto della polizia ufficiale. Col tempo le cose sono cambiate. L’esperimento ha trovato piena attuazione soprattutto nei mesi convulsi della Rivoluzione di Piazza Tahrir, tra il gennaio ed il marzo del 2011, quando le bande entrarono in azione infiltrandosi nel movimento di libertà che chiedeva la fine del regime dell’allora Rais Hosni Mubarak, morto nel febbraio scorso. All’epoca furono numerose le denunce di violenze sessuali nei confronti delle donne che manifestavano nella piazza principale del Cairo.

Senza dimenticare la famosa ‘Battaglia dei Cammelli’, avvenuta il 2 febbraio proprio a Maydan Tahrir, con un attacco sferrato sulla folla dalla polizia a cavallo a cui si erano unite le Baltagiya per completare il piano. La pratica si è ripetuta nel tempo, a partire dalla strage dello stadio a Port Said, nel febbraio del 2012, quando testimoni oculari accusarono gli apparati dello Stato di aver assoldato le Baltagiya per infiltrarsi tra le tifoserie. Il bilancio di quella folle notte fu di 73 vittime.

Si passa poi alla repressione dell’agosto 2013 nei confronti delle manifestazioni dei Fratelli Musulmani, specie quelle nelle piazze del Cairo, dove le Baltagiya ebbero un ruolo determinante. Da allora il fenomeno sembrava sopito, fino all’episodio ai danni di Leila, Mona e Sanaa Seif. 

Maaty Elsandouby, esperto giornalista egiziano (si è occupato anche del caso di Giulio Regeni), è stato costretto a fuggire dal suo Paese nel 2017 ed oggi vive a Roma. Sulle Baltagiya ha qualcosa di interessante da aggiungere: “Spesso in mezzo a questi criminali ci sono anche agenti in borghese che coordinano le azioni. Io le conosco bene le Baltagiya, me ne sono occupato spesso in passato quando ero in Egitto. Il concetto è molto semplice, la polizia cerca informatori, ma anche persone disposte ad azioni violente contro obiettivi politici e civili. Il reclutamento avviene negli ambienti della malavita locale, tra ladri e l’area dello spaccio di droga. Criminali comuni e, nel caso dell’aggressione della settimana scorsa, anche prostitute che in cambio ottengono notevoli vantaggi”.

Criminali comunque, gente senza nulla da perdere e con tanto da guadagnare. Il profilo perfetto delle 530 persone in procinto di essere liberate dalle carceri nazionaliin base all’indulto concesso dallo stesso presidente Abdel Fattah al-Sisi all’indomani della fine delle celebrazioni dell’Eid, alla fine di maggio: “Il regime libererà soltanto ladri e assassini, non ci sarà spazio per i detenuti politici, da Patrick Zaki ad Alaa Abdel Fattah e gli altri, tutti in detenzione preventiva e quindi, stando alle dichiarazioni ufficiali, senza i criteri di legge per godere del privilegio. Eppure per Zaki basterebbe che il presidente del Consiglio Conte alzasse la cornetta per chiamare al-Sisi”, conclude amaro Riccardo Noury.

Pierfrancesco Curzi per IL FATTO QUOTIDIANO




Per i palestinesi l’apartheid è ogni giorno

Tra i palestinesi della Valle del Giordano a pochi giorni dal via al processo israeliano di appropriazione del 30 per cento della Cisgiordania. Dal 1967, l’anno di inizio dell’occupazione, l’esercito israeliano ha «trasferito» oltre 50 mila palestinesi, a volte intere comunità, per sostituirle con campi di addestramento militare. Ora per le 60 mila persone palestinesi, suddivise in 27 comunità, ci sono solo le demolizioni di case, la carenza di acqua e servizi, l’impossibilità di ricostruire, e stipendi miseri. Per riuscire a spostarsi e tentare di conservare il poco che si è riusciti a tenere c’è da lottare ogni giorno. Tutto il contrario della vita nelle colonie dell’occupazione, dove ci sono strade asfaltate, acqua molto meno salata e perfino piscine. Netanyahu è stato categorico: nessun palestinese nelle aree annesse diventerà cittadino israeliano. L’annessione comporta l’assunzione dei modello dei “bantustan” della Repubblica sudafricana al tempo della supremazia bianca

Jiftlik (Valle del Giordano). –L’ombra accogliente delle palme da dattero davanti alla casa di Ahmed Ghawanmeh (nella foto di Michel Giorgio, ndr) ci offre un po’ di refrigerio in una giornata davvero calda. Il tè caldo è d’obbligo da queste parti, anche con temperature che sfiorano i 40 gradi, e Ghawanmeh ci tiene a servirlo lui. Da qualche anno è a capo del consiglio amministrativo locale di Jiftlik, una delle più importanti comunità palestinesi nella Valle del Giordano.

«Questa terra, a prima vista, appare tutta roccia e deserto e invece è fertile e generosa. È una serra naturale. La amo molto, non potrei immaginare un altro posto dove vivere», ci dice prendendo dalle mani del figlio adolescente un vassoio con dell’uva. Non è chiaro se Benyamin Netanyahu annuncerà, il primo luglio, l’annessione immediata anche della Valle del Giordano a Israele, come ha promesso di fare durante le ultime campagne elettorali, o se sceglierà di farlo in un secondo momento limitandosi per ora a un piano più contenuto.

Ghawanmeh riflette qualche secondo prima di rispondere alla nostra domanda su ciò che potrebbe accadere a luglio. «Tutti parlano di al dammu(«annessione» in arabo) imminente ma qui siamo annessi (a Israele) già da anni, viviamo già in un sistema di apartheid e nessuno lo ha visto», ci dice. Poi, indicandoci alcuni degli insediamenti coloniali vicini a Jiftlik, aggiunge che «se sei un colono (israeliano) hai tutto, l’acqua, l’elettricità, le strade asfaltate. Se sei un palestinese devi lottare ogni giorno per spostarti, lavorare e per conservare quel poco che hai».

Jiftlik, con i suoi 4100 abitanti, è una delle più grandi delle 27 comunità palestinesi nella Valle del Giordano – circa 60mila abitanti – che, in buona parte, rientra nell’Area C, ossia la porzione più ampia (60%) della Cisgiordania che secondo gli Accordi di Oslo per cinque anni, dal 1994 al 1999, sarebbe rimasto sotto il controllo di Israele. Lo status definitivo dell’Area C doveva essere stabilito nei negoziati finali tra Olp e Israele dell’estate del 2000. Fallì tutto, cominciò la seconda Intifada e da allora Israele considera già suo il 60% della Cisgiordania. Non è così per la legge e gli accordi internazionali.

Un tempo era molto più popolata la Valle del Giordano. Dal 1967, l’anno di inizio dell’occupazione, l’esercito israeliano ha «trasferito» oltre 50.000 palestinesi, a volte intere comunità, per sostituirle con campi di addestramento militare. Con questa giustificazione sono stati dispersi ad esempio gli abitanti di Khirbet al Hadidiyah, nella Valle del Giordano settentrionale.

Anche in questi giorni, denunciano le agenzie dell’Onu e le ong per i diritti umani, vengono demolite case e strutture abitative o di ricovero per gli animali, considerate «illegali» dalla legge militare israeliana. Per un palestinese ottenere un permesso edilizio in Area C è praticamente impossibile. Dal 2009 al 2016, meno del 2% di oltre 3.300 domande di autorizzazione, ha avuto successo, calcola il gruppo Peace Now. Le 36 colonie israeliane  – circa 10mila abitanti, sorte dopo il 1967 violando il diritto internazionale – al contrario godono di pieni diritti e di tutti i servizi essenziali.

«Dopo anni di battaglie hanno portato l’elettricità anche a Jiftlik ma non basta per tutte le case e la corrente va e viene», ci racconta Othman, 26 anni, «l’acqua è sempre poca per noi e le nostre coltivazioni. Nelle colonie invece è abbondante, hanno anche le piscine». Eppure l’acqua non scarseggia nella Valle del Giordano e durante l’occupazione giordana (1948-67) sostituita poi da quella israeliana, furono scavati numerosi pozzi.

Demolizioni e sorrisi tra le truppe di Tel Aviv. Foto tratta da assopace.it

«Potremmo avere più acqua – prosegue Othman – però non possiamo andare oltre i 100 metri con le perforazioni. Così la nostra acqua è più salata rispetto quella che arriva ai coloni, estratta più in profondità». Per questo molti agricoltori sono stati costretti a passare dalla coltivazione degli ortaggi, più sensibili all’acqua meno dolce, alle palme da dattero più resistenti al sale.  «Il dattero è meno remunerativo – dice il giovane palestinese – perché dobbiamo competere con la produzione massiccia dei coloni».

Dopo il tè, sul tavolino sotto la palma appaiono caffè e datteri. L’ospitalità è sacra. Arrivano altri giovani, amici o parenti di Othman. Alcuni sono laureati all’università al Najah di Nablus, altri hanno terminato le scuole superiori. Mazen Taamra abita a Fasail, a qualche chilometro di distanza. «Devo essere sincero» ci dice «a me non piace l’agricoltura, a scuola sognavo di fare un lavoro diverso da quello di mio padre e di mio nonno. Ma l’economia (palestinese) è inesistente, l’ha distrutta l’occupazione. E possiamo solo lavorare nei campi».

Mazen, come Othman e tutti i giovani presenti sono braccia a basso costo per le produzioni agricole nelle colonie. Ogni mattina all’alba raggiungono l’ingresso di qualche insediamento e, dopo i rigidi controlli delle guardie di sicurezza, entrano nelle serre e nei campi. «Ci spezziamo la schiena – spiega Othman – e d’estate lavoriamo con temperature insopportabili. Nonostante ciò riceviamo per una giornata di lavoro solo 100-120 shekel (circa 30 euro). Meno di quello che riceve un israeliano ma è l’unico lavoro che abbiamo. Così se hai dei soldi vai da qualche altra parte, dove c’è un futuro».

Shaul Arieli, un comandante militare israeliano in pensione specializzato nella demarcazione dei confini, ha previsto sulle pagine del giornale online Times of Israel, che i palestinesi perderanno durante l’annessione altri 280 kmq di terreni privati. Israele inoltre marcherà un nuovo confine di 200 km tra la Valle del Giordano e il resto della Cisgiordania e un confine di 60 km, di fatto un recinto, attorno a Gerico, il capoluogo della valle. Nuovi confini puntellati di tanti posti di blocco e controllo. Benyamin Netanyahu è stato categorico. «Nessun palestinese nelle aree annesse diventerà cittadino israeliano», ha assicurato. E ha parlato di «enclave» palestinesi che faranno capo all’Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen.

La parola giusta però è «Bantustan» e adesso anche non pochi israeliani cominciano a parlare di «apartheid». Stiamo per salutarci e Othman ci racconta che la madre «spera che una volta avvenuta l’annessione ci daranno la residenza con la carta blu, come i palestinesi di Gerusalemme. Così, dice, ci sposteremo e lavoreremo con più facilità. Anche lei però sa che (gli israeliani) non sono qui per facilitarci la vita, vogliono spingerci ad andare via, poco alla volta».

fonte: Nena News

Michele Giorgio per COMUNE.INFO




Torture in Libia: le responsabilità italiane

In occasione della Giornata internazionale di sostegno per le vittime di tortura, Amnesty International Italia ha voluto ricordare la sentenza di grande interesse, seppur ancora priva delle motivazioni, emessa dal tribunale di Messina il 28 maggio per torture commesse in Libia, nel campo di detenzione per migranti di Zawiya, da tre persone successivamente arrivate sul territorio italiano: scosse elettriche, violenza sessuali, mancanza di assistenza medica, di acqua e di cibo.

I tre imputati, condannati a 20 anni, sono un guineano e due egiziani, facenti capo ad Abdurahman al Milad: il “Bija” di cui la stampa italiana, a partire dal quotidiano “Avvenire” rivelò una alquanto controversa visita ufficiale in Italia.

Dopo innumerevoli testimonianze delle persone sopravvissute alle sevizie, i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e le inchieste giornalistiche, ora anche una sentenza di un tribunale italiano ha confermato che i centri di detenzione libici per migranti, finanziati da Italia e Unione europea sono luoghi di tortura“, ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.

Dai primi resoconti di stampa, le modifiche che sarebbero state recentemente annunciate dal ministro degli Esteri Di Maio al primo ministro del Governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Sarraj e che verranno ulteriormente esaminate il 2 luglio, si basano su quello che potremmo definire un atto di fede: che la Libia rispetterà i diritti umani“, ha aggiunto Rufini.

Siamo più che mai convinti che l’intera cooperazione tra Italia e Libia vada ripensata e che non saranno sufficienti ritocchi stilistici a un Memorandum che lo scorso 2 novembre non avrebbe dovuto essere rinnovato, a garantire i diritti dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati nei centri di detenzione di quel paese“, ha concluso Rufini.

AMNESTY INTERNATIONAL




La tua maglietta è sporca di sangue innocente?

A fronte di un forte aumento di richiesta di eticità e sostenibilità nel mondo della moda, i marchi hanno risposto con grandi campagne di marketing e corposi report di sostenibilità. Nel frattempo però, hanno continuato a cercare in maniera spietata prezzi sempre più bassi per la produzione dei propri beni, costringendo i fornitori a lavorare con margini di profitto ridotti e comprimendo i salari dei lavoratori già costretti a vivere sulla soglia di povertà.

I salari da fame sono spesso nascosti in complesse e segrete catene di fornitura. Per decenni, marchi e distributori hanno realizzato profitti attraverso un modello a basso costo e ad alta intensità di manodopera. La mancanza di trasparenza ha permesso ai marchi di prendere le distanze dai lavoratori lungo la filiera ed eludere le proprie responsabilità di garantire salari dignitosi e porre fine allo sfruttamento nelle catene di fornitura. Inoltre ha impedito ai lavoratori di organizzarsi e chiedere una retribuzione equa per il loro lavoro.

Le aziende spesso non pubblicano informazioni sulla loro catena di fornitura perché ciò significherebbe associare il proprio brand ai salari di povertà che ricevono i lavoratori e le lavoratrici. Questo comportamento è irresponsabile e non può continuare: per questo motivo la necessità di avere dati precisi e aggiornati sui fornitori e sui salari effettivamente pagati lungo la filiera è ormai diventata urgente

“Non abbiamo mai visto dati sui pagamenti dei marchi, sui prezzi che pagano davvero. Il nostro direttore dice sempre che siamo in perdita. Secondo lui dovremmo lavorare ancora di più” ci ha raccontato una lavoratrice dalla Croazia.

La pandemia di COVID-19 ha messo ulteriormente a nudo le disuguaglianze nel settore della moda: i marchi annullano gli ordini e unilateralmente impongono sconti ai fornitori, costringendo i lavoratori alla miseria. La crisi ha di fatto frantumato l’immagine illusoria di una moda sostenibile ed etica creata ad arte dai marchi negli ultimi anni. I consumatori si informano sempre di più sugli squilibri di potere nelle catene di fornitura che mantengono i lavoratori in condizioni di povertà. I lavoratori e le lavoratrici, senza risparmi accumulati, sono vittime delle chiusure delle fabbriche e dei licenziamenti di massa: la rivendicazione di un salario dignitoso non è mai stata più urgente.

Il sito Fashion Checker aumenterà la trasparenza nell’industria tessile, facendo luce sui bassi salari, sugli straordinari eccessivi e sullo sfruttamento endemico del settore. Il portale contiene informazioni dettagliate sui salari, sulle condizioni delle donne e dei migranti e in generale sulla situazione di tutti i lavoratori.

Si stima che l’industria tessile impieghi circa 60 milioni di lavoratori, di cui l’80% donne. I bassi salari hanno pesantemente condizionato le loro capacità di lottare per migliori condizioni di lavoro e salari più equi, mantenendo lo status quo.

Accanto alla pubblicazione dei dati, la Clean Clothes Campaign ha elaborato anche una serie di richieste per i brand e i decisori pubblici. Le richieste principali riguardano la necessità di utilizzare parametri trasparenti e affidabili per il calcolo dei salari e la promozione della dovuta diligenza obbligatoria in materia di diritti umani lungo tutta la filiera.

Nonostante un aumento della trasparenza negli ultimi anni, gli attivisti chiedono ai brand e ai decisori pubblici di pubblicare più dati e velocizzare i processi di trasparenza nelle filiere internazionali.

· Secondo i Principi Guida delle Nazioni Unite sulle imprese e i diritti umani i marchi sono obbligati ad assumersi le proprie responsabilità: e ciò nonostante, nel 2020 i lavoratori e le lavoratrici tessili stanno ancora lottando per diritti umani di base.

·     Nel 2019, su 200 brand intervistati dal Fashion Transparency Index solo il 35% ha pubblicato informazioni sulle fabbriche e i laboratori di primo livello delle loro filiere. 

La piattaforma contiene informazioni su 108 brand e centinaia di interviste alle lavoratrici e ai lavoratori in cinque Paesi produttori. Il sito verrà aggiornato costantemente con informazioni fornite da lavoratori e attivisti. Ciò consentirà ai consumatori, ai decisori pubblici e a tutti gli stakeholders di verificare se effettivamente le promesse e le iniziative che i marchi dichiarano di assumere contribuiscano al raggiungimento dei salari dignitosi per tutti e tutte.

Deborah Lucchetti per COMUNE.INFO




Assassini di bellezza

“Con pochissime o nessuna risorsa i nostri bambini si stanno allenando per essere il meglio che possono. Chi non ne sarebbe orgoglioso? Quale insegnante non pregherebbe per avere degli studenti che mostrano così tanta voglia di imparare? Bambini che sono pronti a ballare in qualunque condizione”.

Sono le parole che accompagnano il video postato dalla Scuola professionale di balletto nigeriano: si vede uno dei suoi allievi mentre si allena in un cortile infangato, sotto la pioggia.

“Immagina cosa potremmo ottenere se avessimo di più”, è la conclusione del post della Leap of Dance Academy.

da REPUBBLICA




Egitto: il regime arresta e chiama terroristi i medici che criticano il governo per la gestione covid.

Li hanno esaltati come “il nostro esercito in camici bianchi”. Poi, quando hanno iniziato a denunciare condizioni di lavoro insicure, assenza di dispositivi di protezione individuale, inadeguata formazione per individuare i sospetti contagi, insufficienti mezzi per testare il personale sanitario e mancato accesso a cure mediche vitali, sono diventati “soldati traditori”.

In Egitto, come ha denunciato alla fine della scorsa settimana Amnesty International, è in corso una campagna intimidatoria e persecutoria ai danni degli operatori sanitari che osano criticare il governo per la gestione dell’emergenza sanitaria. Si va dai provvedimenti disciplinari ai trasferimenti, fino al carcere per accuse di “diffusione di notizie false” e “terrorismo”.

E dire che “il nostro esercito in camici bianchi” ha pagato un prezzo altissimo. Secondo il Sindacato dei medici, da metà febbraio, quando la pandemia da Covid-19 ha raggiunto anche l’Egitto, oltre 400 operatori sanitari sono risultati positivi al test e almeno 68 sono morti. Questi numeri non comprendono quelli relativi ai medici morti con sintomi da coronavirus, come la polmonite, che tuttavia non erano stati sottoposti al tampone.

Non comprendono neanche tutte quelle altre categorie professionali – le infermiere, i dentisti, i farmacisti, i tecnici di laboratorio, gli addetti alle consegne dei farmaci, il personale delle pulizie – a loro volta in prima linea per assicurare che le persone avessero accesso alle cure mediche e ad altri servizi di base.

Tra marzo e giugno Amnesty International ha documentato i casi di otto operatori sanitari (sei medici e due farmacisti) arrestati arbitrariamente dalla famigerata Agenzia per la sicurezza nazionale solo per aver espresso le loro preoccupazioni sui social media.

Alaa Shabaan Hamida è stata arrestata il 28 marzo all’ospedale universitario el-Sharby di Alessandria dove lavorava, dopo che un’infermiera aveva usato il suo cellulare per segnalare al “numero verde” del ministero della Salute un caso di coronavirus. A denunciarla è stato il direttore dell’ospedale, accusandola di essere andata oltre i suoi compiti chiamando direttamente il ministero. Alaa, incinta, è attualmente in detenzione preventiva con le accuse di “appartenenza a un gruppo terrorista”, “diffusione di notizie false” e “uso improprio dei social media”.

Un altro medico, i cui familiari preferiscono non rivelare il nome, è stato arrestato il 27 maggio per aver scritto un articolo in cui aveva messo in discussione l’efficacia della risposta del governo alla pandemia da Covid-19 e i problemi strutturali del sistema sanitario egiziano.

Secondo i suoi familiari, quattro agenti delle forze di sicurezza hanno fatto irruzione nella sua abitazione, sequestrandogli cellulare e computer e chiedendogli se avesse preso parte ai funerali di un collega, Walid Yehia, morto dopo aver contratto il virus e che era rimasto due giorni in attesa di trovare un letto disponibile in un ospedale per la quarantena del Cairo.

Il 25 maggio un gruppo di medici dell’ospedale al-Mounira del Cairo ha rassegnato le dimissioni, lamentando la mancanza di formazione e di kit per effettuare i tamponi nonché “le decisioni arbitrarie [del ministero della Salute] in relazione all’effettuazione dei test e alle misure di isolamento”, che potrebbero aver contribuito alla morte di Walid Yehia. Funzionari dell’Agenzia per la sicurezza nazionale si sono recati all’ospedale al-Mounira per costringere i medici in sciopero a ritirare le dimissioni. In relazione alla morte di Walid Yahia, le indagini avviate dal ministero della Salute hanno riconosciuto “responsabilità amministrative” ma limitatamente all’ospedale dove era avvenuto il decesso.

Fonti del Sindacato dei medici hanno confermato che gli operatori sanitari vengono tuttora sottoposti a minacce e interrogatori da parte dell’Agenzia per la sicurezza nazionale, procedure amministrative e sanzioni: “Stiamo ricevendo molte denunce, mentre altri preferiscono pagare e tacere. Ci stanno costringendo a scegliere tra la morte e il carcere”.

L’Agenzia per la sicurezza è presente in tutti i comitati di crisi del Covid-19 del paese, a conferma del modello sicuritario seguito nella gestione della pandemia.

Sempre fonti del Sindacato dei medici hanno riferito di operatori sanitari puniti col trasferimento negli ospedali per l’isolamento delle persone in quarantena o in strutture sanitarie situate in altri governatorati. Questa situazione mette a rischio i medici anziani o quelli con patologie pregresse.

Un provvedimento del genere ha riguardato un medico dell’ospedale centrale di Deyerb Negm, trasferito altrove dopo aver postato un video in cui sollecitava la fornitura di dispositivi di protezione individuale. Stesso destino hanno subito otto farmaciste, trasferite in altri governatorati del paese dopo che avevano denunciato le condizioni di lavoro all’interno dell’Istituto di medicina nazionale di Damanhour.

Il 14 giugno il Sindacato dei medici ha emesso un comunicato stampa in cui si sottolineava come questa situazione stesse creando “frustrazione e paura tra i medici”.

La persecuzione nei confronti di operatori sanitari esisteva anche prima della pandemia. Nel settembre 2019 cinque di loro erano stati arrestati per aver lanciato la campagna “I medici egiziani sono arrabbiati”, che chiedeva una riforma del sistema sanitario egiziano. Uno di loro, il dentista Ahmad al-Daydamouny, è ancora in carcere per aver denunciato online il salario basso, le condizioni di lavoro e l’inadeguatezza delle strutture sanitarie.

Riccardo Noury, portavoce Amnesty International Italia




I profughi nel mondo sono arrivati a 80 milioni. Una nazione in fuga.

È al tredicesimo posto per popolazione. Ma è tra le “nazioni” più giovani e povere di mezzi e diritti. Solo lo scorso anno si sono aggiunte quasi 10 milioni di persone. La maggior parte di loro non ha un tetto né mezzi per vivere. È la “nazione dei profughi”: 79,5 milioni di persone, più di quanti la storia delle Nazioni Unite ne abbia mai conosciuti. Il doppio di quanti se ne contavano nel 2010. Soprattutto è una nazione errante fatta di bambini, fino a 34 milioni, più degli abitanti di Australia, Danimarca e Mongolia messe insieme. A volerli mettere in fila indiana si coprirebbe per due volte la circonferenza del nostro pianeta. Viene pubblicato oggi il rapporto annuale dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, alla vigilia della Giornata mondiale dei Rifugiati. Non concede una sola pagina di tregua. Alla fine del 2019 risultava essere in fuga dalle proprie terre la cifra senza precedenti di 79,5 milioni di persone. Un anno prima, era il 2018, si era già toccata la cifra record di 70 milioni. Sono gli effetti della “terza guerra mondiale a pezzi” tante volte denunciata da papa Francesco. 

Guerre che sembrano senza più speranze. Negli anni Novanta, una media di 1,5 milioni di rifugiati riusciva a fare ritorno a casa ogni anno. Ma negli ultimi dieci anni la media è scesa ai minimi: 385.000. «L’aumento del numero di persone costrette alla fuga – si legge – eccede largamente quello delle persone che possono usufruire di una soluzione durevole». In altre parole, si rischia di restare profughi per sempre. «Siamo testimoni di una realtà nuova che ci dimostra come gli esodi forzati, oggi, non soltanto siano largamente più diffusi ma, inoltre, non costituiscano più un fenomeno temporaneo e a breve termine», conferma l’alto commissario Filippo Grandi. Dei 79,5 milioni di rifugiati censiti alla fine dell’anno scorso, 45,7 milioni erano sfollati all’interno dei propri Paesi. I restanti 35 milioni sono persone fuggite oltre confine, 4,2 milioni delle quali in attesa dell’esito della domanda di asilo, e 29,6 milioni tra rifugiati (26 milioni) e altre persone costrette alla fuga fuori dai propri Paesi. Ovvio che se i conflitti si protraggono, non di rado tracimando nelle regioni vicine, a decine di migliaia decidano di rinunciare alla speranza di un rientro a casa, preferendo immaginare un futuro il più possibile lontano dall’inferno. «Non ci si può aspettare che le persone vivano per anni e anni una condizione precaria, senza avere né la possibilità di tornare a casa né la speranza di poter cominciare una nuova vita nel luogo in cui si trovano », osserva Grandi. Per l’italiano più alto in grado all’Onu «è necessario adottare sia un atteggiamento profondamente nuovo e aperto nei confronti di tutti coloro che fuggono, sia un impulso molto più determinato volto a risolvere conflitti che proseguono per anni e che sono alla radice di immense sofferenze». L’incremento annuale, rispetto ai 70,8 milioni del 2018, rappresenta il risultato di due spinte. 

L’aggravarsi delle crisi, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Sahel, in Yemen e in Siria, quest’ultima ormai al decimo anno di conflitto e responsabile dell’esodo di 13,2 milioni di rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni (più di un sesto del totale mondiale). Non di meno, una più precisa mappatura della situazione dei venezuelani che si trovano fuori dal proprio Paese, molti non legalmente registrati come rifugiati o richiedenti asilo, ma per i quali sono necessarie forme di protezione, ha fatto fatto crescere le statistiche: 4,5 milioni di profughi. Complessivamente almeno 100 milioni di persone sono state costrette a fuggire dalle proprie case negli ultimi dieci anni, in cerca di sicurezza all’interno o al di fuori dei propri Paesi. Il rapporto Global Trendsconsidera tutte le principali popolazioni di sfollati e rifugiati, compresi i 5,6 milioni di rifugiati palestinesi che ricadono sotto il mandato dell’Onu. Ma in poche regioni al mondo come il Mediterraneo i profughi rischiano la vita nei paesi di transito, da cui spesso sono costretti a fuggire. E’ il caso della Libia. Migliaia di persone vengono imprigionate, torturate, uccise, mentre altre muoiono in mare tentano la fuga oppure vengono ricondotte dalle operazioni di cattura coordinate dai Paesi Ue con le autorità di Tripoli. «Il salvataggio in mare è un imperativo umanitario e un obbligo del diritto internazionale. L’Unhcr – ribadisce Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’agenzia Onu – chiede ormai da tanto tempo il ripristino di una solida capacità di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, con il coinvolgimento di tutti gli attori comprese le organizzazioni non governative».

Nello Scavo per AVVENIRE




Erdogan usa l’arma della fame contro il popolo curdo

Lo stato turco e i suoi mercenari stanno saccheggiando e distruggendo le aree curde che hanno occupato in Siria e attaccando sistematicamente altre regioni limitrofe.

Secondo quanto riferito dagli agricoltori all’agenzia di stampa ANHA, finora circa 100 mila acri di campi di grano e orzo e 360 ​​acri di oliveto sono stati trasformati in cenere.
L’8 giugno, il villaggio di Üçdirek è stato preso d’assalto e perquisito dalle forze turche. Le persone del villaggio sono state ammanettate dietro la schiena, bastonate e condotte attraverso il villaggio e i suoi dintorni con la richiesta “Ora ci mostrerai dove sono i terroristi”.

Nel frattempo le mucche al pascolo sono state colpite da elicotteri da guerra turchi che ne hanno fatto strage.