Uno scienziato denuncia: il mondo ha perso tempo contro il pericolo annunciato dei coronavirus. Ora non dobbiamo ripetere gli stessi errori.

Il professor Antonio Giordano è Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine Temple University Philadelphia, PA & University of Siena. Un patologo. Uno scienziato.

Gli abbiamo fatto alcune domande, a nostro parere fondamentali, per capire come si sia arrivati alla situazione di un mondo chiuso in casa a cauda di un virus.

1)    Il mondo sa da lungo tempo che le pandemie sono una concreta possibilità e che i coronavirus erano e sono una grande minaccia. La Sars nel 2003 fu un avviso. C’è stata una drammatica sottovalutazione?

Oggi sappiamo che i virus sono capaci di effettuare un salto di specie, conosciuto dagli addetti ai lavori come “spillover”, responsabile non solo del passaggio del virus da una specie all’altra, ma anche della sua stessa stabilizzazione e diffusione tra gli individui della nuova specie. Tutto ciò, unitamente all’incremento della densità della popolazione, alle abitudini di viaggio mondiali, al cambiamento climatico, favorisce l’emergere di vecchi e nuovi agenti patogeni che comportano il rischio di diventare minacce pandemiche. Pur non essendo possibile prevedere esattamente quale agente, quando ed in che modo colpirà, possiamo, tuttavia, prepararci a tale evento. Per prepararsi c’è bisogno di molto lavoro da parte delle istituzioni per implementare piani di prevenzione, come, ad esempio, la chiusura dei mercati asiatici di animali selvatici che potrebbe mitigare le minacce dei patogeni zoonotici. Negli ultimi anni, la rapida diffusione di infezioni gravi come l’HIV, la SARS, l’Ebola e lo Zika hanno messo in luce la necessità urgente di una preparazione globale per le pandemie. Il virus SARS-CoV-2, che ha dato il via alla pandemia, ha trovato l’intero mondo impreparato. Si è sottovalutato queste insieme di realtà ed evidenze. 

Confrontando la pandemia Covid-19 e l’epidemia SARS del 2003, poi, troviamo alcuni aspetti comuni: le due epidemie sono state causate da coronavirus, entrambe le diffusioni hanno avuto origine in un mercato, in entrambi i casi c’è stato spillover. Rispetto alle differenze, invece: i due coronavirus, pur appartenenti alla stessa famiglia, sono caratterizzati da evoluzioni diverse, il nuovo si diffonde più rapidamente della SARS. Anche il periodo di incubazione è diverso: da 3 a 7 giorni per la SARS e da 7 a 14 giorni per SARS-CoV-2. Ciò potrebbe aver influenzato la diffusione: infatti, nel 2003, nonostante la preoccupazione dei medici, la comunicazione dell’emergenza avvenne con grave ritardo; questa volta, nonostante, la prima allerta sia arrivata a fine dicembre 2019, non è bastata a contenere l’epidemia. Nel 2003, inoltre, non fu dichiarata l’emergenza sanitaria globale, non esistendo ancora le norme specifiche, istituite poi nel 2005. La malattia Covid-19, poi, si è ingannevolmente presentata come molto infettiva ma poco mortale. Probabilmente, queste rappresentano alcune delle motivazioni per cui è stata sottovalutata la sua diffusione, estremamente rapida. 

Covid-19 è tutt’altro che la classica influenza di stagione: oggi costringe decine di migliaia di persone a necessitare di cure intensive e di un elevatissimo numero di personale medico e paramedico dedicato. Se si fosse intervenuti tempestivamente, gestendo meglio il contenimento sociale, imponendo da subito il lockdown, sicuramente staremmo assistendo a scenari diversi. Ora, però, non è il momento di cercare colpevoli, è il momento di agire, di studiare e di anticipare il virus. La pandemia avrà pesanti ripercussioni sull’economia mondiale e nessuno potra’ ignorare questo aspetto. Le epidemie, spero ora sia chiaro a tutti, non sono solo ipotesi, ma drammatica realtà.

2) È vero che le ricerche più promettenti di farmaci o vaccini contro il Covid 19 partono dalle ricerche sulla Sars a suo tempo abbandonate visto che quell’allarme rientrò in breve tempo?

E’ vero che sono in atto tantissimi studi scientifici volti all’identificazione sia di un vaccino efficace e sicuro, che di farmaci mirati alla neutralizzazione specifica del nuovo virus SARS-CoV-2. L’obiettivo, stavolta sicuramente mondiale, è quello di fermare il prima possibile la pandemia, per cui se quanto si è imparato dalla SARS e dalla Mers può essere utile a stoppare il virus allora è sicuramente un buon approccio scientifico da sfruttare. Ottimi progressi su un possibile vaccino sono stati, infatti, condotti dall’Università di Pittsburg, dove a suo tempo si era lavorato molto e bene sulla Sars del 2003. E quelle ricerche di allora stanno oggi permettendo di procedere spediti verso un possibile e efficace vaccino contro il coronavirus.

Per il passato, i vaccini convenzionali, sviluppati attenuando o inattivando il rispettivo patogeno, hanno ridotto con successo una serie di malattie infettive, tuttavia, i metodi stabiliti potrebbero non essere sempre adatti o addirittura fattibili in situazioni di epidemia. Valutando ciò che attualmente si fa per il virus dell’influenza, -poiché il verificarsi di una pandemia influenzale annuale è quasi certo-, pur essendo difficile prevedere le caratteristiche del virus e la gravità dei sintomi che induce, sono state sviluppate metodologie in grado di formulare vaccini antinfluenzali annuali e per ceppi virali predefiniti. Questo non è stato fatto, invece, per la SARS. Un aspetto notevole dell’epidemia di SARS fu l’efficacia delle misure di contenimento che bloccarono la diffusione della malattia e, probabilmente, per questo, gli sforzi per sviluppare un vaccino contro SARV-CoV furono interrotti. Quello che possiamo dire oggi è che le passate pandemie hanno aumentato la consapevolezza delle minacce globali alla salute umana ed è quindi fondamentale promuovere lo sviluppo di piattaforme di vaccini in grado di affrontare le sfide di situazioni di epidemia. 

3) Se questo è vero, è grave che quelle ricerche siano state abbandonate. Saremmo stati più attrezzati a rispondere all’attuale epidemia se ci fosse stato già un vaccino o un farmaco contro la Sars? E’ forse vero che allora la ricerca e la sperimentazione si interruppero perché purtroppo anche la ricerca è costretta in logiche di mercato? 

L’interruzione di una ricerca scientifica è sempre una cosa grave.

Cosa successe all’epoca della SARS? Una task force coordinata dall’OMS composta da rappresentanti di una dozzina di laboratori in tutto il mondo, nel giro di due settimane identificò il coronavirus SARS (SARS-CoV) come agente eziologico e subito dopo fu identificato l’enzima Angiotensina 2 (ACE2) come il suo recettore funzionale. Dopo l’identificazione dell’agente, l’implementazione di specifici test diagnostici e l’isolamento di individui infetti la diffusione di arrestò. Intanto, si dimostrarono efficaci anche alcune strategie antivirali, come l’uso dell’Interferone-α, così come furono vari gli approcci promettenti per lo sviluppo del vaccino anti-SARS. Tuttavia, poiché la malattia fu rapidamente gestita, si interruppero ulteriori studi e test clinici sui candidati al vaccino.  Poi mancarono i fondi e  le priorità divennero  altre. I grandi investitori sia privati che istituzionali non videro più un ritorno ai loro sforzi. Il blocco di quelle ricerche ci ha privati di una mole di informazioni che oggi avrebbero potuto aiutarci e rendere più rapida l’offerta di cure all’attuale pandemia.   

Cosa sta succedendo oggi? E’ stata isolata la sequenza virale, si sta implementando la sensibilità dei test diagnostici, si sta studiando per ottenere una strategia terapeutica mirata al trattamento specifico del SARS-CoV-2 mentre si testano farmaci “off-label”, il cui utilizzo è già approvato e che potrebbero attenuare i sintomi della Covid-19. 

In che modo nozioni sul virus della SARS avrebbero potuto agevolarci? I virus si trasformano a proprio vantaggio, in modo da poter continuare a replicarsi, quindi conoscere approfonditamente i meccanismi di replicazione di un determinato virus è molto utile. Ma è sempre d’obbligo l’utilizzo del condizionale, Covid-19 è una malattia ancora giovane per trarre conclusioni. Possiamo, invece, omettere l’uso del condizionale quando affermiamo che la ricerca scientifica va sempre incoraggiata, supportata ed implementata. Non ci si può ricordare del suo fondamentale ruolo solo all’occorrenza, come accadde oggi per la SARS.

4) Tutti cercano un vaccino. Tutti cercano un farmaco. Tutti propongono farmaci non specifici dichiarati “miracolosi”. Possono esserci speculazioni in questo caos? 

Sia che si tratti di un vaccino o di un farmaco specifico è necessario studiare la malattia per trovare la cura. Per poter parlare di vaccino, poi, abbiamo bisogno di sapere se le persone guarite sviluppano anticorpi diretti anti- SARS-CoV-2 e se questi siano in grado di bloccare il contagio. Per farlo abbiamo bisogno della sperimentazione animale e di tutta la fase pre-clinica e clinica. Per ottenere l’antidoto tanto desiderato sono necessarie tempistiche adeguate a garantire l’efficacia e, contemporaneamente, la sicurezza della popolazione mondiale. Quello che si fa oggi è solo utilizzare farmaci già approvati per altre patologie. E’ importante ribadire, però, che NON possono essere sponsorizzati farmaci senza alcuna evidenza scientifica di sicurezza e di efficacia. Il Favipiravir, noto a tutti con il nome commerciale Avigan, ne rappresenta un chiaro esempio. Il farmaco utilizzato in Giappone, e non in Europa e negli USA, è un antivirale il cui meccanismo d’azione è riconducibile all’inibizione selettiva della RNA-polimerasi RNA-dipendente del virus, che determina l’arresto del ciclo replicativo di alcuni – non si sa precisamente quali – virus a RNA. La sua fama nasce da un video diffuso tramite web e non da fonti scientifiche. Il video si diffonde in maniera “virale” e molte istituzioni e case farmaceutiche cominciano ad esercitare pressioni all’AIFA affinchè venga sperimentato. Ma del farmaco non si conosce abbastanza, anzi, con certezza si conoscono alcuni suoi effetti collaterali. Si è data forma, quindi, ad un protocollo sperimentale che, comunque, richiede ingenti risorse economiche, scarse in questo periodo. Questa speculazione, in questo momento drammatico, quanto potrebbe costare in termini economici e in termini di posti letto in terapia intensiva? L’appello degli scienziati è sempre quello, ovviamente, di pensare al bene comune. 

5) I tempi per la scoperta, i test e la produzione di un farmaco o di un vaccino sono lunghi. Sarebbero minori se queste fasi (ricerca, sperimentazione e produzione) fossero affidate non al mercato ma a uno sforzo globale, al mettere insieme risorse, competenze e saperi su scala mondiale? Cioè a una risposta comune e cooperativa di tutti i paesi del mondo? 

Come anticipato nella risposta precedente i tempi per la produzione di un farmaco necessitano di varie fasi precliniche e cliniche, più o meno lunghe ma necessarie. Ad oggi sono diversi i progetti di vaccino anti Sars-CoV2, ma se vogliamo massimizzare le possibilità di successo per porre fine alla pandemia da Covid-19, bisogna che ci sia uno sforzo coordinato globale. In questo momento è necessaria la collaborazione e l’unità di tutti. Verrebbero massimizzate le risorse e si accorcerebbero i tempi nei vari segmenti e, innanzitutto, in quello della produzione e distribuzione del vaccino o del farmaco che deve necessariamente, nell’interesse globale, essere diversa da una piattaforma puramente aziendale per assicurare a tutti, e in tempi brevi quanto verrà scoperto.

Lo stesso discorso deve essere applicato all’uso dei kit diagnostici. E’ giunto il momento di standardizzare anche quelli. Infatti, mentre sono tutti d’accordo ad effettuare il maggior numero di tamponi possibili al fine di individuare prima, e tutti, i potenziali malati, non esiste ancora un unico kit diagnostico. Ogni test è caratterizzato da una propria sensibilità e specifica diagnostica e questo può provocare in alcune zone la valutazione di soggetti “falsi negativi”. La frammentazione dovuta all’utilizzo di test eterogenei potrebbe ridurre il contenimento della epidemia e ancora peggio favorirne un ritorno. L’affermazione “l’unione fa la forza” è più che mai valida per combattere Covid-19.

di silvestro montanaro

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LE POCHE COSE CHE CAMBIEREBBERO IL DESTINO DELL’AFRICA E CHE NESSUNO VUOLE FARE

L’Africa è ricchissima. E’ il continente delle materie prime, soprattutto di quelle più rare e strategiche. E’ il nuovo medio oriente energetico visto che di “giant”, cioè di giacimenti di grandissime dimensioni, se ne scoprono, oramai, solo nel suo territorio e nelle sue acque.
Eppure l’Africa resta povera, un continente in crisi, dai modestissimi tassi di sviluppo.
Perché? Le ragioni sono tante, antiche e nuove, ma fanno capo, essenzialmente, a tre grandi problemi: corruzione, rapina delle risorse loro mancata trasformazione in Africa.
La ricchezza africana è trafugata dai grandi gruppi finanziari e industriali internazionali e dalle elite, quasi sempre da questi sostenute, attualmente al potere. In più le risorse delle quali il continente nero abbonda restano materie prime, come tali esportate a prezzi decisi nelle borse merci del resto del mondo, mai trasformate in loco, senza quindi mai generare sviluppo. Non c’è bisogno di particolari studi di economia per sapere che lo sviluppo si da solo quando le materie prime vengono trasformate generando così valore aggiunto.
Come affrontare questi nodi? Intanto alcune proposte che sicuramente genererebbero una decisa inversione di tendenza.

1) LOTTA ALLA CORRUZIONE
Vanno resi pubblici i trasferimenti superiori ai 100.000 dollari da parte delle imprese che commerciano con i paesi africani. Ciò metterebbe in crisi i meccanismi di corruzione messi in piedi da queste imprese nei confronti delle elite africane. Alcuni paesi hanno già adottato misure del genere, ma il principio va universalizzato per legge.
Vanno perseguiti e sequestrati i depositi bancari e le acquisizioni immobiliari di esponenti africani nei nostri paesi e le somme in questione vanno destinate a progetti di sviluppo delle comunità africane.

2) TRACCIABILITA’ DELLE MATERIE PRIME
Le aziende che adoperano materie prime di provenienza africana devono renderne pubblici i percorsi di acquisizione. Ciò metterebbe fine a una moltitudine di conflitti in cui bande armate saccheggiano i territori minerari commettendo ogni crimine. Le materie prime così acquisite non sarebbero più commerciabili e tante mattanze avrebbero fine.
Esistono già varie leggi in alcuni dei nostri paesi che tentano di misurarsi con questo problema. L’amministrazione Trump ha invece colpevolmente ridotto l’efficacia di una legge promossa in tal senso dalla precedente amministrazione Obama.

3) REGOLAMENTAZIONE ROYALTIES
Le royalties sono in sostanza le tasse pagate dalle imprese che acquisiscono materie prime al paese in cui queste esistono. E’ un mercato opaco e segnato dalla corruzione. Le imprese vogliono pagare il meno possibile e pagano i funzionari statali africani a tale scopo rubando risorse a quelle popolazioni. Accade così che per l’uranio del Niger si paghi un misero 5%, per i diamanti della Sierra Leone un vergognoso 3% e per i contratti energetici in Africa vengano pagate royalties infinitamente più basse che in altre aree del mondo. Una legge internazionale deve stabilire i minimi delle royalties da pagare.

4) TRASFORMAZIONE E SVILUPPO
L’Africa va messa in condizione di trasformare le sue materie prime. Ciò significherebbe sviluppo e occupazione. E’ insopportabile vedere che l’egoismo del resto del mondo proibisca di fatto, e con ogni mezzo, ogni forma di decollo dello sviluppo africano. E’ intollerabile, ad esempio, che la Costa d’Avorio, tra i primi produttori mondiali di cacao, non produca sul suo suolo neanche una barretta di cioccolato e non per sua volontà.
Un piano internazionale per lo sviluppo del continente africano deve dettare chiaramente un sostegno crescente alla trasformazione in loco delle risorse dei paesi che lo compongono.

E’ bene sottolineare che queste semplici misure oltre a metter fine a più guerre, a rendere più potenti le popolazioni africane nel controllo democratico dei loro budget nazionali, oltre a aprire la strada a speranze di occupazione per i loro giovani ,avrebbero poi l’effetto di bonificare anche le nostre società. La rapina in Africa rende potenti interessi criminali nei nostri territori capaci di finanziare, grazie alla quantità di maltolto e denaro in nero, l’inquinamento delle nostre istituzioni e della nostra vicenda politica.

 

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CHI AIUTA CHI ?

Ricordo una riunione di 15 anni fa. Intorno al grande tavolo c’erano i rappresentanti del meglio dell’umanitario e dell’attenzione verso l’Africa.
Sostenni che l’umanitario, il volontariato, stavano rischiando di perdere il loro valore originale, cioè quello di testimoniare che un altro mondo è possibile.
Già allora erano evidenti i segnali di una progressiva trasformazione di quella grande esperienza in industria dell’umanitario. Strutture pesanti, burocrazie, stipendi da pagare a fine mese, luoghi di potere e per scalare altri luoghi di potere. Un’industria che non aveva più l’obiettivo di sanare i mali del mondo, ma che ne aveva bisogno per mantenersi in vita. Che a ogni sofferenza accorreva con i suoi pannicelli caldi ma che aveva rinunciato a denunciare le cause di quelle sofferenze e a immaginare un futuro diverso. Si medicavano, alla meno peggio, le ferite di un mondo ingiusto che non si metteva però più in discussione. L’umanitario seguiva, in parallelo, il destino di una sinistra europea oramai assisa nel reale, con pretese di sua moderazione ma incapace di cambiarlo, e divenuta anch’essa parte del sistema.
L’Africa era la dimostrazione più drammatica di questa involuzione. L’avevo già girata in lungo e in largo. Avevo visto esperienze straordinarie di aiuto, ma la generalità degli interventi era sorda e burocratica amministrazione. Campi sterminati di profughi di guerra cui, come alle galline in un pollaio, si distribuivano i resti della tavola del mondo e di chi quelle guerre aveva voluto. Miseria esibita per raccolte fondi cui non veniva offerta una reale sponda di trasformazione e di reale giustizia. Che senso aveva spiegare i propri diritti agli abitanti delle baraccopoli di Luanda e poi non muovere un dito quando la speculazione li espelleva violentemente dalla città? Perché spiegare ai contadini di tanti paesi che erano titolari di diritti e lasciarli soli di fronte al land grabbing o alle espropriazioni selvagge delle multinazionali della palma o di altro? Aiutavamo sempre più noi. Pagavamo i nostri stipendi….
Il mio intervento non fu gradito. Il mio richiamo allo spirito originario del volontariato venne quasi deriso. Le mie proposte di un approccio più maturo e politico ai mali del mondo furono ritenute velleitarie. Il mio affermare, che il mondo si cambia solo con politiche di profonda giustizia, irriso.
Purtroppo ho avuto ragione. Haiti ha conclamato la deriva narcisista e autoreferenziale dell’umanitario. 11 Miliardi di dollari di aiuti evaporati senza affrontare minimamente il dramma di quel popolo. Serviti per pagare gli stipendi di un’orda di “ volontari”…..
La vicenda dei flussi migratori ha seguito questa orrenda direzione.
La parola d’ordine è stata accoglienza. Mai un ragionamento vero sulle cause della grande fuga e sui suoi responsabili. Mai un’azione che chiaramente puntasse il dito contro i veri signori dell’immigrazione che sono le potenze che ancora oggi occupano e dominano un intero continente costretto alla miseria per le loro smanie di rapina.
E che accoglienza…Quello che si è fatto in Italia è semplicemente vergognoso. Spesso, troppo spesso, affari sulla pelle dei migranti e su quella degli italiani. Accoglienza è integrazione, formazione professionale, attività culturale, lavori di pubblica utilità. Niente. Abbiamo semplicemente replicato l’orrore dei campi profughi. Stie e pollai in cui attendere un paio di pasti al giorno, alle volte di pessima qualità. E poi ciondolare tutto il giorno nell’attesa di niente. O finire nelle reti della criminalità.
E’ su questo che ha potuto giocare la politica dei demagoghi e che ha potuto crescere paura, diffidenza e strisciare il nuovo razzismo.
E’ stato questo il piedistallo di lancio dei Salvini fino al ridicolo di questi giorni. Diventa eroe nazionale chi ha speculato e specula sulle vite dei poveracci in arrivo e dei poveracci nostrani. Chi ha volutamente impedito un’equa distribuzione sul territorio dei migranti e dei profughi proteggendo i suoi territori a suon di barricate e scaricandone così il peso sulle periferie del centro e del sud Italia. Chi nel suo nord vive e prospera sul lavoro nella sua agricoltura degli immigrati ma si rifiuta di dar loro un tetto decente in cui passare la notte. Chi sono i signori del caporalato in terra leghista?
Diventa capitano coraggioso chi mostra il pugno ad un’isoletta, Malta, ma ha come alleati in Europa proprio quelli che in Europa hanno lasciato il nostro paese solo di fronte all’emergenza degli sbarchi, sbarrando le proprie frontiere.

E’ l’uomo del destino chi dice di aiutarli a casa loro, ma tace sui responsabili della miseria di un continente altrimenti ricchissimo e immagina solo un po’ delle solite briciole umilianti.
E’ tempo, con pazienza, di produrre nuova politica e nuova cultura.
Niente e nessuno fermerà la grande fuga dei disperati africani. Accogliere e salvare vite resta un dovere. Far solo questo, ma farlo bene, è però solo un pannicello caldo e ipocrita che lascia immutate le cause vere del problema. E’ accettarle come irremovibili.
Se vogliamo battere il razzismo e i demagoghi, dobbiamo tornare a far politica. Cercare, promuovere e batterci per la giustizia. Metter fine alle guerre, liberare l’Africa dagli avvoltoi che sono gli stessi che aleggiano nei nostri cieli. E’ di questo che il mondo ha davvero bisogno.

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LETTERA A SALVINI DA PARTE DI UNA CHE FA LA PACCHIA

Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce ,poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…
Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo “clandestini”.
Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram. Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa.
Lo conosce il Delta del Niger? Non credo. Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì.
Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.
E’ dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare. E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane.
La vedo già storcere il muso. E’ pronto a dire che non sono fatti suoi, vero?
Sono fatti suoi, invece.
Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.
Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita.
Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori. Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia pe noi. Lo avete fatto penzolare da una forca…
Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.
L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…
Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.
Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.
Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni.
Ancora una volta, la pacchia l’avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite. Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore.
Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti.
Vuole che torniamo a casa? Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro.

 

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AFRICA E’ BELLO: LE REGINE DI OMOU SY

Oumou Sy , nata nel 1952 a Podor, in Senegal, è una stilista che viene  definita “la regina dell’alta moda senegalese”.

Ha fondato l’associazione Metissacana, che sostiene lo scambio culturale ed economico tra i continenti. Vive e lavora a Dakar.

È la stilista di haute couture più conosciuta a livello internazionale del Senegal . Le sue collezioni sono state esposte in sfilate di moda in Europa, Asia, Africa e Stati Uniti . Ha suoi negozi a Ginevra e Parigi.

Nel 1998 Sy è stata uno dei tre fashion designer africani a vincere il Principal Prince Claus Award; gli altri due erano Tetteh Adzedu del Ghana e Alphadi del Mali.

E’ una donna forte, simbolo dell’emancipazione delle donne africane, che si è fatta dal nulla sfidando le leggi patriarcali che nel suo paese volevano  le donne  ai margini del mondo.




VIA LIBERA NEGLI USA ALLA CORRUZIONE INTERNAZIONALE

“La trasparenza nei pagamenti dell’industria estrattiva ai governi è importantissima. Crediamo che questi principi, queste politiche e queste regole possano aiutare a proteggere la vita, la dignità e i diritti di alcune delle persone più povere e vulnerabili del mondo “.
Mons. Cantu, Presidente della Commissione per la Giustizia e la Pace Internazionale alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti è preoccupato, e a ragione, alla vigilia di una decisiva votazione al Congresso degli Stati Uniti oramai dominato dai repubblicani di Trump di un’importante legge su questi problemi.
La legge, nota come disposizione di trasparenza Cardin-Lugar, richiede alle società minerarie e petrolifere quotate negli Stati Uniti, come Exxon, Chevron e diverse major petrolifere cinesi, di rendere pubblici i dettagli delle centinaia di miliardi di dollari che pagano ai governi di tutto il mondo in cambio dei diritti di prelievo sulle loro risorse naturali. Rendere trasparenti queste transazioni, significa impedire, specie in tanti paesi africani e in nazioni sottoposte a tirannie, che immense ricchezze siano a beneficio di pochi e corrotti potenti locali. Le loro opinioni pubbliche avrebbero una potente arma per imporre una gestione trasparente e democratica delle ricchezze nazionali.
Il Congresso americano ha votato contro il rafforzamento e la messa in pratica di questa legge. Trump e i suoi si sono giustificati affermando che la legge metteva in una posizione sfavorevole le imprese americane. In pratica, impedendo meccanismi corruttivi, favoriva le imprese di altri paesi non sottoposte alla stessa normativa. Niente di più falso.
Questa decisione pone gli Stati Uniti in opposizione a una tendenza globale più ampia verso una maggiore trasparenza e responsabilità nel modo in cui vengono gestiti i proventi del petrolio, del gas e delle miniere. Trenta altre grandi economie in tutto il mondo, tra cui Regno Unito, Canada, Norvegia e tutti i 27 membri dell’Unione Europea, hanno leggi che richiedono alle loro compagnie petrolifere, del gas e minerarie di rivelare i loro pagamenti ai governi. Decine di importanti compagnie petrolifere europee e russe hanno già pubblicato i loro pagamenti ai governi.
La verità è quindi un’altra. E’ stata la corruzione a fare delle compagnie minerarie e petrolifere americane le leader nel mondo e ad assicurar loro una posizione dominante di mercato cui non si vuol rinunciare. Costi quello che costi.
Anche il perpetuarsi di crudeli dittature e della miseria per milioni e milioni di esseri umani.
“Queste operazioni privano alcune delle persone più povere del mondo della ricchezza petrolifera che è giustamente la loro. Dati i massicci conflitti di interesse del Presidente Trump e gli ampi attacchi della sua amministrazione alla regolamentazione in oggetto, sembra che le nostre istituzioni vengano sempre più piegate al favorire gli interessi commerciali di pochi potenti. È così che iniziano le più corrotte dittature”, ha affermato Corinna Gilfillan, dirigente della sezione statunitense di Global Witness.
Intanto, l’amministrazione Trump ha svuotato di capacità di incidere sulla realtà un’altra legge contenuta nel Dodd-Frank Act. Quella che richiedeva alle imprese americane di tracciare la provenienza delle materie prime che utilizzavano nei loro cicli produttivi. La legge, voluta da Obama, rendeva pericoloso l’acquisto di materie prime frutto di saccheggi e violenze, come ad esempio nella Repubblica Democratica del Congo dove sono morte milioni di persone vittime delle bande armate in conflitto per il controllo delle aree minerarie ricche di coltan e altri minerali rari. Per un po’ la gente di quel paese aveva respirato. Ora è tornata a regnare la paura.




MEDIORIENTE: VOGLIONO AFFAMARE L’IRAN

“Abbiamo raggiunto la maggior parte dell’infrastruttura militare iraniana in Siria. Non vogliamo una guerra, ma siamo pronti per qualsiasi scenario. Non permetteremo che esista un avamposto terrorista iraniano pronto ad attaccarci dalla Siria , così come già accaduto in Libano con Hezbollah. Gli iraniani devono aver chiaro che se a noi vogliono riservare pioggia, noi a loro risponderemo con un diluvio. “, avverte il ministro della Difesa Avigdor all’indomani dell’attacco israeliano a circa 20 basi militari iraniane in Siria. La grande, e temuta, guerra che può infiammare il Medioriente sembra essere oramai iniziata. Se Teheran sa di poter contare sull’appoggio degli hezbollah libanesi, dei palestinesi di Hamas e del governo siriano, Israele non è certo da solo. E tra i suoi alleati può contare su insospettati alleati in quella che sarà una guerra non tanto tra Israele e Iran, ma tra le realtà contrapposte del mondo arabo.
Israele e Arabia Saudita, infatti, non sono mai stati così vicini. E’ loro comune interesse mettere nel più remoto degli angoli l’Iran. E’ il loro nemico di sempre. Aiuta gli hezbollah in Libano, soccorre Assad in Siria, appoggia Hamas in Palestina da un lato minacciando Israele. Dall’altro è il potente concorrente sciita al monopolio sunnita del medioriente . Si batte contro il predominio saudita sia in campo petrolifero, che nei rapporti col mercato europeo. Appoggia le rivolte, come in Yemen, contro lo strapotere di casa Saud.
E’ stata l’ azione congiunta di Israele e Arabia Saudita a spingere gli Stati Uniti di Trump a uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. La conferenza stampa di Netanyahu, pochi giorni prima dell’annuncio di Trump, in cui si raccontava che l’Iran avrebbe violato più volte quell’accordo e che starebbe continuando a lavorare ad una propria bomba atomica, è stata solo l’ultima delle pressioni sull’alleato americano.
Ma come stanno veramente i fatti su quell’accordo?
Innanzitutto va detto con chiarezza che se qualcuno non ha voce in capitolo, quella è Israele. Lo stato ebraico non ha mai aderito al trattato internazionale di non proliferazione delle armi atomiche. Ne possiede già tante, continua a produrne e mai ha permesso ispezioni internazionali.
L’unico organismo titolato a verificare il rispetto o meno dell’accordo sul nucleare in Iran è l’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’energia atomica. Bene, l’Aiea ha certificato, non una, ma 11 volte, la piena ottemperanza iraniana dell’accordo.
Ad averlo violato, e più volte, nel suo aspetto più importante, sono stati gli Stati Uniti. L’accordo prevedeva infatti che, oltre a cancellare le sanzioni legate al programma nucleare, gli Stati Uniti non ostacolassero la reintegrazione dell’Iran nell’economia mondiale. Non solo Washington non ha ottemperato a quest’obbligo – intralciando le transazioni finanziarie fra le banche europee e l’Iran -, ma esponenti dell’amministrazione Trump hanno più volte apertamente scoraggiato le imprese occidentali dall’investire nel Paese.
Alla luce di ciò, la scelta di Washington di rinnegare unilateralmente il trattato, riapplicando le sanzioni a chiunque abbia rapporti economici con Teheran, rappresenta una nuova e ancor più grave infrazione alla legalità internazionale da parte americana. Contrariamente a quanto affermato da Trump, la decisione di uscire dal trattato non è motivata dal desiderio di impedire che l’Iran entri in possesso dell’arma nucleare. Al contrario, proprio un definitivo collasso dell’accordo renderebbe possibile una simile evenienza. L’accordo sul nucleare iraniano offre, infatti, strumenti di monitoraggio delle attività nucleari di quel paese che sono senza precedenti e che verrebbero a mancare qualora l’intesa nel suo complesso dovesse fallire. Ritornerebbe possibile che gli iraniani ricomincino a lavorare ad una propria bomba atomica. In più sarebbe il via libera alle ambizioni mai nascoste dei sauditi di avviarsi sulla stessa strada. Più volte casa Saud ha affermato che è insostenibile che il proprio paese debba consumare 4 milioni di barili di petrolio al giorno per sopperire al proprio fabbisogno energetico e che un nucleare civile sopperirebbe allo scopo con grandi economie di scala. Ci troveremmo, insomma, di fronte ad una pericolosissima escalation nucleare.
In ogni caso il vero obiettivo di Trump sembra essere quello di reimporre l’assedio economico che esisteva nei confronti dell’Iran prima della firma dell’accordo nel luglio del 2015, al fine di favorire un cambio di regime a Teheran. Tale obiettivo è condiviso da una nutrita schiera di falchi ed elementi neoconservatori che hanno progressivamente occupato numerosi posti chiave all’interno dell’amministrazione Trump. E soprattutto da Israele e Arabia Saudita. L’Iran è in gravi difficoltà economiche. Il rial, la moneta nazionale, ha perso un terzo del suo valore dagli inizi dell’anno e già più volte ci sono state manifestazioni di protesta contro il governo. La scommessa è , ancora una volta, di scardinare il sistema di potere degli ayatollah per fame. Scommessa persa in partenza se si tiene conto che sempre, di fronte a una minaccia esterna, la popolazione iraniana si è stretta intorno ai suoi dirigenti, specialmente alla loro parte più integralista e estremista.
L’orologio della storia si sposterebbe indietro di qualche decennio ma gli affari sauditi prospererebbero e così il mercato delle armi e il potere israeliano in Medioriente.




CHI SIAMO E PERCHE’ VALE LA PENA SOSTENERCI

Di solito del nostro quotidiano si dice che viviamo nella società dell’informazione. Una società profondamente democratica resa tale proprio dal flusso continuo delle notizie. Tutti sappiamo di tutto. Niente di più falso e spudoratamente bugiardo.
Il flusso delle informazioni è come quello del rubinetto di casa vostra. Scorre acqua, mai la stessa e ogni goccia vale l’altra. Il flusso è indifferente e non ha priorità. A casa vostra siete voi a determinarne almeno la quantità. Nel flusso di notizie, invece, a decidere sono in pochi. Pochi potentati che ne determinano sia la quantità che la qualità. Sono loro a costruire l’immagine del mondo giorno per giorno. A decidere ciò che esiste perché nella società dell’informazione esiste solo ciò di cui si parla o che si vede nei tanti media a nostra disposizione. Quei pochi potentati danno vita e visibilità, ovviamente, a ciò che loro interessa. Oscurano tutto il resto. Non amano le inchieste e l’informazione critica. Preferiscono il gossip e la propaganda dei loro interessi. Ciò che realmente conta e decide, resta nell’ombra.
Noi non ci occuperemo di tutto. Non serve, non ne vale la pena. Punteremo l’attenzione sui temi fondamentali che realmente determinano il presente e il futuro di tutti noi. La vera agenda che muove il mondo. Le ragioni profonde delle guerre; l’acqua; l’impatto delle nuove tecnologie sulla vita quotidiana; i giochi di potere sulla salute e l’alimentazione mondiale; i diritti umani; l’avanzare del più barbaro e occulto dei poteri, cioè quello finanziario; i conflitti tra superpotenze; la crisi della società fondata sul lavoro; i poteri energetici; il nuovo colonialismo; le ragioni profonde dei grandi flussi migratori che sconvolgono il nostro pianeta.
Raia wa dunia in swaili significa cittadini del mondo. Fin dal nome questa pagina fa le sue scelte. Lo swaili è parlato in tanti paesi africani da circa 130 milioni di persone. Noi non ne conosciamo una sola parola, ma nelle nostre scuole si insegna francese che è la lingua di un piccolo paese del mondo, la Francia, che di abitanti ne ha appena la metà. La storia, le ragioni del nostro pianeta, funzionano così. Ancora oggi, persino le lingue parlate, rispondono ad una legge chiara e spietata, quella del più forte.
Di questo tenteremo di parlare in questo sito, delle ragioni e degli interessi di fondo che governano il nostro mondo. E lo faremo dalla parte delle ultime e degli ultimi, la maggioranza assoluta e sempre più povera, che lo popolano. In un tempo in cui si costruiscono nuovi e temibili muri, in cui tornano a prevalere interessi di campanile e l’odiosa idea, foriera di nuovi terribili conflitti, del “prima noi”, scegliamo di informare e ragionare da cittadini del mondo. Quello che unisce le donne e gli uomini di tutta la Terra è infinitamente più grande delle loro differenze. Solo la ricerca di soluzioni comuni, il rifiuto della guerra e la messa al bando di ogni egoismo, può affrontare e risolvere i grandi problemi del nostro mondo.

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TENEBRE AFRICANE PER BOLLORE’

“Io…Io sono Vincent Bolloré! “. Il tono di voce dell’uomo è sprezzante, autoritario, quello di chi sa di avere potere, tanto potere, e vuole incutere paura. Dall’altro lato della scrivania siede un altro uomo, gli occhialetti che gli pendono sul naso, intento a scartabellare tra una montagna di documenti. Alza lo sguardo solo per un attimo, per nulla intimidito, poi torna al suo lavoro rispondendo freddamente. “ Lo so bene…Ora mi dica…”.
Serge Tournaire è uno dei nove giudici istruttori del polo finanziario del Tribunale di Parigi. Si occupano di corruzione e sono temutissimi. Personalmente ha la fama di duro, di chi non guarda in faccia a nessuno. Figlio di due modesti funzionari pubblici, applica ai politici e ai grandi imprenditori lo stesso trattamento riservato ai delinquenti comuni.
Il magnate della finanza francese, l’outsider di quella italiana tanto da essere soprannominato Attila dai suoi diretti concorrenti nel nostro paese, l’imperatore d’Africa, con ai suoi piedi presidenti e ministri, vivrà le ore più terribili della sua vita umiliato da un uomo cui interessa solo far giustizia.
L’accusa è pesante. Aver corrotto funzionari pubblici di due paesi africani, Togo e Guinea Conakry, per ottenere importanti appalti pubblici, innanzitutto il controllo dei porti di quei paesi. Un giro di favori impressionanti per fare in modo che in quei paesi divenissero presidenti due “ amici ” che immediatamente si sarebbero sdebitati. La gestione del porto di Conakry venne tolta brutalmente alla società francese Necotrans e affidata al gruppo Bolloré. Questa vicenda decretò il fallimento di Necotrans. Il gruppo, che fatturava circa un miliardo di euro, finì sul lastrico e gran parte delle sue attività vennero rilevate per appena 20 milioni di euro proprio da Bolloré. Un uomo che non fa mai prigionieri.
Quella per l’Africa è una vera passione di Bolloré. Le basi della sua fortuna vengono da lì. Soprattutto dal controllo ferreo, attraverso la gestione di porti e ferrovie, di gran parte del traffico merci di quel continente. Un potere enorme e non solo economicamente. Qualsiasi affare, qualsiasi traffico, ha bisogno di terminali in Africa. E Bolloré è da tempo uno snodo, un punto di passaggio obbligato, con le sue 200 agenzie presenti in 41 paesi di quel continente.
Un impero costruito attraverso una rete di amicizie e protezioni potenti in patria e facendo perno sulla presenza dominante della Francia in Africa occidentale e centrale. Gestito con pazienza e astuzia, chiamando a collaborare il fior fiore dell’intelligence francese. L’ex numero 2 dei servizi francesi, l‘ex capo dell’antiterrorismo transalpino, fanno parte della cerchia ristretta che tutto sa e tutto decide nel gruppo Bolloré.
L’Africa ha reso potente Bolloré. La ricchezza, e i legami stretti lì, gli hanno permesso la scalata al gotha della finanza europea e delle telecomunicazioni.
L’Africa e i suoi misteri possono decretarne la caduta.




UN GENOCIDIO PER LA NOCE MOSCATA

Le isole Banda erano davvero un paradiso. Un arcipelago di isolotti, in quella che chiamiamo oggi Indonesia, ricche di una natura rigogliosa e spettacolare. La loro popolazione, non più di 20.000 abitanti, viveva una vita agiata. Commerciavano e la loro merce era ambitissima in Europa. Quella merce era la noce moscata e veniva prodotta solo su quelle isole.
La noce moscata è il seme dell’albero tropicale myristica fragrans e possiede diverse proprietà: stimola la digestione, blocca le fermentazioni intestinali, attenua la nausea e il vomito. Nel XVII secolo, i nobili erano usi portarsene sempre un po’ dietro per scioglierla nel vino o nel cibo, nel caso si presentassero all’improvviso situazioni conviviali. Si pensava avesse proprietà afrodisiache ed eccitanti, che fosse un eccellente rimedio contro la peste e utilissima per profumare gli ambienti. Ed era pagata a peso d’oro.
Un affare enorme che scatenò una spaventosa sequenza di guerre tra spagnoli, portoghesi, inglesi e olandesi desiderosi di averne l’assoluto monopolio. Alla fine prevalsero gli olandesi con la loro potente Compagnia delle Indie occidentali che grazie ad un potente esercito e alla sua flotta colonizzarono l’Indonesia e presero il controllo delle isole Banda. La loro mentalità commerciale si scontrò immediatamente con quella della popolazione delle isole Banda. La gente lì si autogovernava, non esistevano gerarchie e soprattutto aveva uno spirito libero che mal si relazionava con l’avidità degli olandesi. Commerciavano con chi volevano e non avevano alcuna intenzione di affidare il monopolio della loro produzione agli olandesi. Nel 1621 Jan Pieterszoon Coen, governatore olandese di Batavia, l’attuale Giakarta, arrivò alle isole Banda con una grandissima flotta. L’intera popolazione venne sterminata tranne poche centinaia di uomini salvati come know how umano delle coltivazione degli alberi della noce moscata. Le isole furono suddivise in 68 appezzamenti affidati ad altrettanti olandesi quasi tutti dipendenti o ex dipendenti della Compagnia delle Indie. A lavorare nelle piantagioni furono migliaia di schiavi del cui commercio l’Olanda era grande protagonista.
A dire il vero gli olandesi conquistarono tutte le isole Banda tranne una che era rimasta sotto il dominio inglese. Su quest’isoletta gli alberi della noce moscata crescevano così bene che se ne trovavano anche sugli scogli.
Dopo anni di guerre e tensioni per il suo possesso, olandesi e inglesi arrivarono a un accordo. Gli inglesi cedettero l’isola, l’attuale Pulau Run, agli olandesi in cambio di un’altra isola dall’altra parte del mondo. Quell’isola era Manhattan, l’attuale New York…
In pochi anni, il controllo totale della produzione di noce moscata permise agli olandesi di diminuire l’offerta e raddoppiare i prezzi della noce moscata. I profitti furono enormi, ma quello che prima era un paradiso, si trasformò in inferno.