La penosa pagliacciata del coronavirus di Bolsonaro

Jair Bolsonaro, il presidente del Brasile, racconta di avere il coronavirus.

Sì, lo racconta, perché nessun controllo è possibile delle sue affermazioni. Anche in passato aveva dichiarato di aver fatto test e di essere risultato negativo, ma nessuno ha potuto operare un controllo sulle sue affermazioni. Lo ha sempre impedito.

Sia come sia, la narrazione della sua malattia fatta in più conferenze stampa e in video pubblicati sui suoi social media, senza un giorno di ricovero in ospedale, ribadisce ciò che ha sempre detto a proposito del coronavirus. Niente più che una banale influenza.

” Mi sono sentito male domenica. Febbre alta. Lunedì è stata una giornataccia. Ora non ho più febbre e sto decisamente meglio. E mi curo con la clorochina. “

Tutto questo raccontato, ancora una volta senza mascherina, quella che lui proprio non sopporta al punto di avere varato decreti presidenziali per mettere al bando quelli dei governatori degli stati brasiliani che ne avevano previsto l’uso obbligatorio. E facendo ancora una volta propaganda a un farmaco la cui efficacia non solo non è provata ma spesso scientificamente negata per i suoi effetti tossici collaterali.

Nessuna parola di scusa per l’aver sicuramente diffuso il virus tra i suoi collaboratori, tra gli imprenditori e tante altre categorie sociali incontrate a raffica in queste settimane, tra i suoi fan chiamati ogni giorno a raccolta, senza alcun distanziamento ma anzi stringendo mani, elargendo selfie e abbracci. Sempre senza mascherina.

Nessuna parola di scusa per aver lasciato che in Brasile, il suo paese, l’epidemia dilagasse.

Questa ennesima mortifera pagliacciata accade in un paese che registra 65.000 morti e milioni di infetti. Con gli ospedali al collasso e i poveri, che lì sono tantissimi, abbandonati al peggior destino.

Che Dio salvi il Brasile!




Care ragazze: amare non si coniuga con soffrire

Vorrei parlarti dell’amore.

L’amore è un’istantanea a volte. A volte si ferma e resta.

Non chiedermi quando e se arriverà, perché non lo so. Nessuno sa quando ci coglie, però tu devi avere fiducia.

Di sicuro porta parole buone e gesti affettuosi. Porta carezze, non illusioni. Porta verità, sempre. Anche se a volte fa male.

L’amore è un luogo di sosta. Puoi riposarti sapendo di essere al sicuro.

L’altro è colui che riconosce i tuoi desideri, gli dà valore, li spinge verso orizzonti sconosciuti, non ne ha paura.

Nessuna gabbia, porte chiuse o avvitamenti.

Non esiste un amore, uno solo, di questo ne sono certa, esiste l’amore, il modo in cui tu saprai affrontare l’esistenza.

L’amore è rispetto, non te lo ripeterò mai abbastanza. Non contiene acredine, violenza e ricatti, se lo vedi in quella veste vuol dire che lui non c’è più.

L’amore esiste, eccome, ha un nome proprio scritto sulla sabbia e sul cuore, esiste anche quando se n’è andato.

Non potrai fermarlo, solo viverlo e dovrai affidarti.

L’amore ti chiede “come stai”, si occupa e preoccupa. E quando ti diranno che è una questione di impegno e sacrificio, tu non crederci.

L’amore non chiede il sacrificio, perché dovrebbe? È generoso e accompagna l’esistenza, sa farsi da parte se necessario e sa procedere in modo autonomo.

L’amore ama i suoi figli, il resto è narcisismo.

L’amore è cura, questo sì, quella verso se stessi necessaria per aprirsi all’altro. In questo senso è un atto di “egoismo” perché deve farti star bene, se ti farà male si chiama sofferenza.

L’amore permette la solitudine, non l’annulla né le sconfigge, la legittima e la riconosce, sa fargli posto nello scorrere dell’esistenza.

L’amore vede e ti ricorda la tua bellezza anche quando tu non la scorgi.

L’amore è tempo che passa su di te e si fa strada sulla tua pelle, più strade conterrai, più saprai di essere stata amata e di aver amato.

Vorrei parlarti dell’amore perché tu sappia che non potrà mai colmare o riempire ogni piano della tua esistenza, ma potrà renderla più bella.

Può avere il nome di un uomo, di una donna, di un fratello, di una sorella, ma anche di un posto, di una passione, di una storia.

Una cosa è certa, l’amore non “sistema” ma spinge, è movimento creativo verso la vita.

Può manifestarsi in mille modi, in mille sfaccettature e non permettere che sia solo un mero “riconoscimento”.

Nessuno deve e può legittimarti. Tu esisti al di là di lui.

Questo vorrei dirti dell’amore.

Ama l’esistenza ragazza mia, più di un uomo e basterà.

Penny ( Cinzia Pennati, SOS DONNE BLOG )

by LUDOVICA




Cambiare il corso della storia è possibile.

“Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione.”

Robert Kennedy

Pillole di saggezza, a cura di Rosella De Troia




Lager Egitto: denuncia l’ex primo ministro per tortura, scatta la rappresaglia del regime sui familiari

Mohamed Soltan è un difensore dei diritti umani egiziano che ha anche passaporto degli Usa, dove attualmente risiede. Il 1° giugno, avvalendosi della Legge federale per la protezione delle vittime di tortura, che consente di chiamare in giudizio funzionari di Stati esteri per torture ed esecuzioni extragiudiziali, si è recato alla Corte distrettuale federale del distretto di Columbia.

Lì Soltan ha presentato denuncia nei confronti dell’ex primo ministro egiziano Hazem al-Beblawy, che ritiene responsabile della tentata esecuzione extragiudiziale e delle torture subite in carcere. Arrestato nel 2013 in quella che è passata alla storia come la “Tiananmen del Cairo” e condannato all’ergastolo, Soltan venne rilasciato su pressioni del governo statunitense nel maggio 2015.

Al-Beblawy vive a sua volta negli Usa e rappresenta l’Egitto e diversi altri Stati arabi all’interno del Fondo monetario internazionale.

Come già in passato, la rappresaglia degli apparati di sicurezza egiziani contro la famiglia di Soltan è scattata di lì a poco. All’una di notte del 9 giugno, 20 agenti (parte in divisa, parte in borghese ma tutti armati) hanno fatto irruzione nella casa dei familiari di Soltan a Berket al-Sab, nel governatorato di Menoufia. Hanno perquisito l’abitazione, controllato i telefoni cellulari dei presenti, fatto alcune domande su Soltan e sono andati via.

Sempre alla stessa ora ma il 15 giugno, c’è stata una seconda irruzione nella casa di Berket al-Sab. Questa volta, senza esibire alcun mandato d’arresto e fornire spiegazioni, gli agenti hanno portato via tre cugini di Soltan: Mahmoud, Ahmed e Mostafa, rispettivamente di 21, 23 e 24 anni.

Lo stesso, in contemporanea, è accaduto nell’appartamento di uno zio di Soltan ad Alessandria. A essere portati via sono stati altri due cugini di Soltan, Hamza ed Esmat, rispettivamente di 20 e 23 anni.

Dopo due giorni di sparizione, i cinque cugini sono comparsi di fronte alla Procura suprema per la sicurezza dello Stato, il famigerato organo giudiziario che si occupa di indagini sulle minacce alla sicurezza nazionale, e sono stati accusati di “diffusione di notizie false” e di “adesione a un’organizzazione terrorista”.

Come succede sempre in questi casi, sono stati disposti 15 giorni di detenzionepreventiva e chi legge questo blog sa che ci saranno rinnovi su rinnovi. L’obiettivo di queste azioni di rappresaglia pare chiaro: far desistere Mohamed Soltan dal portare avanti la causa contro al-Beblawy.

Riccardo Noury, Amnesty International, per IL FATTO QUOTIDIANO




Non rompete il vostro cielo

“La civiltà che confonde gli orologi con il tempo, la crescita con lo sviluppo e il gradasso con la grandezza, confonde anche la natura con il paesaggio, mentre il mondo, labirinto senza un centro, si dedica a rompere il suo proprio cielo”.

Eduardo Galeano

Pillole di saggezza, a cura di Rosella De Troia




Imagine

Immagina che non esista il paradiso, 

è facile se provi, 
nessun inferno sotto di noi, 
sopra di noi solo il cielo. 
Immagina tutta la gente 
vivere per il presente. 

Immagina che non esistano frontiere,

non è difficile da fare, 
nessuno per cui uccidere o morire 
e nessuna religione. 
Immagina tutta la gente 
vivere una vita in pace. 

Puoi darmi del sognatore, 
ma non sono il solo. 
Spero che un giorno tu ti unirai a noi 
e il mondo sarà unito. 

Immagina che non ci siano ricchezze, 

mi meraviglierei se tu ci riuscissi, 
né avidità né cupidigia, 
una fratellanza di uomini.Immagina che tutta la gente 
si divida tutto il mondo. 

Puoi darmi del sognatore, 
ma non sono il solo. 
Spero che un giorno tu ti unirai a noi 
e il mondo vivrà unito.

John Lennon

Pillole di saggezza, a cura di Rosella De Troia




Lager Egitto: bande di criminali assoldate dal potere per massacrare i dissidenti.

I picchiatori del regime di nuovo in azione in Egitto: bande di criminali al soldo del potere, arruolate per compiere il lavoro sporco e reprimere soggetti e fenomeni scomodi. Baltagiya è un termine arabo il cui senso si è modificato nel tempo passando da ‘sicario’ a ‘teppista’ o ‘banda criminale’. Termine tornato alla ribalta di recente con l’aggressione di una settimana fa a Leila Seif e alle due figlie, Mona e Sanaa, davanti alla prigione di Tora, dove il figlio e fratello Alaa Abdel Fattah è recluso dal 29 settembre scorso. 

All’alba del 23 giugno un gruppo di donne in abiti civili ha avvicinato la madre e le sorelle di Abdel Fattah, impegnate in un presidio fisso all’esterno dell’istituto di pena, iniziando a molestarle per poi picchiarle selvaggiamente e rubare i loro effetti personali. Donne sconosciute, mai viste prima, come hanno confermato le stesse vittime di quell’aggressione. Un raid a tutti gli effetti, portato avanti con violenza e premeditazione.

“Tutti lo sanno, quelle donne non sono semplici passanti che si trovavano lì, fuori dal carcere, per caso. Si tratta di una banda organizzata, capace di svolgere un ruolo ben preciso con estrema efficacia potendo contare sulla totale impunità da parte della polizia e delle guardie penitenziarie, inermi davanti all’aggressione. Il nesso tra quell’episodio e l’entrata in azione delle Baltagiya è evidente”. Riccardo Noury è il portavoce di Amnesty International Italia, profondo conoscitore della complessa realtà egiziana e della concezione dei diritti umani del governo del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Sulla ritrovata operatività di queste bande fuori controllo lui non ha dubbi: “Il regime usa qualsiasi mezzo per mettere in atto una intimidazione di Stato – aggiunge Noury – Non è difficile reperire manovalanza per brutali azioni repressive in un clima generale di grande paura e di estrema povertà, dove le tensioni sociali non mancano. Il regime vede nemici dietro ogni figura, chiunque può passare in breve tempo da eroe a traditore della patria. Ed ecco spuntare le Baltagiya, composte da persone facilmente arruolabili, senza alcun legame ufficiale con gli apparati dello Stato, in grado di sostituirsi a polizia ed esercito per compiere simili azioni, ben sapendo che nessuno chiederà loro conto. In Egitto gli elementi in campo sono tanti sotto il profilo repressivo, polizia in divisa, sicurezza in abiti borghesi e questi gruppi violenti. Le bande sono spesso composte da donne, le stesse che mostrarono ostilità nei confronti dell’attivista Lgbt Sarah Hegazy, nel carcere di Qanater, dopo il suo arresto per aver sventolato la bandiera arcobaleno ad un concerto nel 2017 (poi morta suicida in Canada a metà giugno, ndr)”. Il rapporto di connivenza conviene ad entrambe le parti: gli apparati di sicurezza mantengono le mani pulite scatenando la violenza altrui e i banditi hanno i loro tornaconto. Quando non riesci a combattere il crimine la scelta più facile, seppur censurabile, è portarlo dalla tua parte. 

In Egitto le Baltagiya non sono una novità, le tracce si perdono a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, ma con un senso diverso e meno politicizzato. I criminali venivano arruolati, formati e ben pagati per svolgere raid violenti al posto della polizia ufficiale. Col tempo le cose sono cambiate. L’esperimento ha trovato piena attuazione soprattutto nei mesi convulsi della Rivoluzione di Piazza Tahrir, tra il gennaio ed il marzo del 2011, quando le bande entrarono in azione infiltrandosi nel movimento di libertà che chiedeva la fine del regime dell’allora Rais Hosni Mubarak, morto nel febbraio scorso. All’epoca furono numerose le denunce di violenze sessuali nei confronti delle donne che manifestavano nella piazza principale del Cairo.

Senza dimenticare la famosa ‘Battaglia dei Cammelli’, avvenuta il 2 febbraio proprio a Maydan Tahrir, con un attacco sferrato sulla folla dalla polizia a cavallo a cui si erano unite le Baltagiya per completare il piano. La pratica si è ripetuta nel tempo, a partire dalla strage dello stadio a Port Said, nel febbraio del 2012, quando testimoni oculari accusarono gli apparati dello Stato di aver assoldato le Baltagiya per infiltrarsi tra le tifoserie. Il bilancio di quella folle notte fu di 73 vittime.

Si passa poi alla repressione dell’agosto 2013 nei confronti delle manifestazioni dei Fratelli Musulmani, specie quelle nelle piazze del Cairo, dove le Baltagiya ebbero un ruolo determinante. Da allora il fenomeno sembrava sopito, fino all’episodio ai danni di Leila, Mona e Sanaa Seif. 

Maaty Elsandouby, esperto giornalista egiziano (si è occupato anche del caso di Giulio Regeni), è stato costretto a fuggire dal suo Paese nel 2017 ed oggi vive a Roma. Sulle Baltagiya ha qualcosa di interessante da aggiungere: “Spesso in mezzo a questi criminali ci sono anche agenti in borghese che coordinano le azioni. Io le conosco bene le Baltagiya, me ne sono occupato spesso in passato quando ero in Egitto. Il concetto è molto semplice, la polizia cerca informatori, ma anche persone disposte ad azioni violente contro obiettivi politici e civili. Il reclutamento avviene negli ambienti della malavita locale, tra ladri e l’area dello spaccio di droga. Criminali comuni e, nel caso dell’aggressione della settimana scorsa, anche prostitute che in cambio ottengono notevoli vantaggi”.

Criminali comunque, gente senza nulla da perdere e con tanto da guadagnare. Il profilo perfetto delle 530 persone in procinto di essere liberate dalle carceri nazionaliin base all’indulto concesso dallo stesso presidente Abdel Fattah al-Sisi all’indomani della fine delle celebrazioni dell’Eid, alla fine di maggio: “Il regime libererà soltanto ladri e assassini, non ci sarà spazio per i detenuti politici, da Patrick Zaki ad Alaa Abdel Fattah e gli altri, tutti in detenzione preventiva e quindi, stando alle dichiarazioni ufficiali, senza i criteri di legge per godere del privilegio. Eppure per Zaki basterebbe che il presidente del Consiglio Conte alzasse la cornetta per chiamare al-Sisi”, conclude amaro Riccardo Noury.

Pierfrancesco Curzi per IL FATTO QUOTIDIANO




Il diritto-dovere di sognare

Io penso che un uomo senza utopia, senza sogno, senza ideali, vale a dire senza passioni e senza slanci sarebbe un mostruoso animale fatto semplicemente di istinto e di raziocinio, una specie di cinghiale laureato in matematica pura .

Fabrizio De Andrè

Pillole di saggezza, a cura di Rosella De Troia




Questa non è giustizia! Lui, 72 anni, prete, stupra una bambina si 10. Pena dimezzata a due anni.

Ancora ItaliaTribunale di Firenze. Guardate l’immagine. Terribile e raccapricciante.Eppure non basta.Altra pena dimezzata. Questa volta non è un padre che stupra sua figlia ma un prete. Lei una bambina di 10 anni. Lui 72.Doveva riportarla a casa, invece si è appartato in macchina e ha iniziato a toccarla e farsi toccare e chissà che altro e chissà quante volte.Beccato in fragranza di reato. Neanche questo basta. Paolo Glaentzer, era stato condannato a 4 anni e quattro mesi di reclusione dal tribunale di Prato il 5 marzo 2019 per violenza sessuale su una bambina di 10 anni. Il tribunale di Firenze, in appello, gli ha ridotto la pena a 2 anni e mesi e 20 giorni di reclusione.

Il sacerdote ridotto allo stato laicale dalla curia dopo la prima condanna di un anno fa, ha beneficiato delle attenuanti generiche, che i giudici hanno ritenuto prevalenti sull’aggravante di aver commesso il fatto nell’esercizio delle funzioni di ministro di culto. 

Avete capito bene. Attenuanti generiche. Un prete è come un padre, forse di più, porta nel mondo la parola di Dio, chiunque si fiderebbe, potete immaginare una bambina.

Ma come possiamo andare avanti così ? Ma che giudici sono questi?

Lui ha stuprato godendo anche del suo ruolo di sacerdote, e i giudici gli riconoscono le attenuanti generiche?

Cosa gli avrà detto quell’ uomo per convincerla a stare zitta: Dio vuole così?.

Vi scandalizzate per questa frase? Bene, perché non se ne può più.

E pensateci a quel corpo, alla vita di questa bambina, a quest’uomo che non credo si sia fatto un giorno di carcere.

È come se la giustizia legittimasse lo stupro dicendo agli uomini che al massimo si prenderanno cinque anni https://sosdonne.com/2020/06/24/in-nome-della-giustizia-italiana-lei-ha-13-anni-lui-ne-ha-40-anni-ed-e-suo-padre-la-stupra-e-le-mette-incinta-condannato-a-soli-5-anni/ o due, pure con beneficio delle attenuanti generiche.

E non tengono conto di niente, nemmeno che loro avevano una posizione di “potere” quella di padre e sacerdote.

Cosa vi devo dire? Chiudiamo in casa le nostre figlie, ragazze e bambine, tenetele al guinzaglio, perché nessuno le difenderà.

Non la nostra giustizia.

Penny ( Cinzia Pennati, SOS DONNE BLOG )

Sono nauseata.




Se questo è un uomo…

“Mi dica, in coscienza, lei può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli ed educarli?

Questo non è un uomo libero.

Sarà libero di bestemmiare,di imprecare,ma questa non è libertà.

La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana”.

Sandro Pertini

Pillole di saggezza, a cura di Rosella De Troia