Una mail al giorno per la libertà di Nudem, prigioniera in Turchia per aver cantato e suonato la chitarra.

Sta crescendo a livello mondiale campagna internazionale si chiede la liberazione della musicista curda Nûdem Durak incarcerata in Turchia. La musicista curda Nûdem Durak è stata arrestata nel 2015 e condannata a 19 anni di carcere. La sua unica colpa è di aver cantato canzoni curde. Oggi ha 32 anni e si trova nel carcere di Bayburt.

Per ottenere la sua liberazione in Francia è stata avviata una campagna internazionale alla quale partecipano artisti e intellettuali da Gran Bretagna, Irlanda, USA, Svezia, Senegal, Marocco, Algeria, Tunisia, Guadalupe e altri Paesi.

Come hanno fatto sapere gli organizzatori, personalità note a livello internazionale come Angela Davis, Noam Chomsky, Ken Loach, David Graeber, Peter Gabriel e Roger Waters chiedono la liberazione di Nûdem Durak. Il filosofo eco socialista franco-brasiliano Michael Löwy in un messaggio di solidarietà scrive: “Le sue canzoni fanno parte della tradizione degli oppressi e della cultura curda conservata per secoli. Per coloro che ancora credono nella pace, nella libertà e nella dignità umana, la carcerazione di Nûdem Durak è un’offesa insopportabile. Per questo deve levarsi un grido in tutto il modo, a Parigi, New York, Rio, Santiago, Berlino.“

Anche in Italia, la campagna, lanciata da Raiawadunia, va avanti. In questi tre giorni migliaia di mail hanno bombardato l’ambasciata turca al grido di ” Nudem Durak libera! “.

Facciamo in modo che ne arrivino tante di più e ogni giorno.

e-Mail
ambasciata.roma@mfa.gov.tr

Telefono
0039-06 445 941




Brasile: si dimette il ministro della giustizia.” Bolsonaro vuole impedire inchieste su di lui e la sua famiglia”

Sergio Moro, il giudice simbolo della Mani Pulite brasiliana si dimette da Ministro della Giustizia del suo paese e accusa il presidente Jair Bolsonaro di voler interferire nelle inchieste e nelle attività della Polizia Federale. Per questa ragione Bolsonaro e i suoi figli avrebbero sostituito, nei giorni scorsi, il direttore generale della Polizia Federale, Maurício Valeixo, con un uomo di loro stretta fiducia.

“Il presidente Bolsonaro mi ha detto più volte che voleva un suo uomo di fiducia da poter chiamare ogni momento, cui chiedere informazioni e che gli mandasse i risultati delle indagini. Questo è inaccettabile in uno stato democratico”.

Mauricio Valeixo stava indagando sulla partecipazione di Bolsonaro a una manifestazione golpista. Sotto il suo comando, poi, andava avanti l’ inchiesta sull’assassinio di Marielle Franco, attivista dei diritti umani assassinata da personaggi degli squadroni della morte legati alla famiglia Bolsonaro. Sotto la sua direzione procedeva la scottante inchiesta sulle Fake News,  adversários.identificando i finanziatori della rete di siti che appoggiano Bolsonaro nelle reti sociali disseminando bugie e screditando i suoi avversari politici.




” Se non l’avessi fatto io, l’avrebbero fatto altri.Ho solo fatto carriera…”

Nel suo racconto in onda a Piazzapulita su La7, Stefano Massini toglie il fiato con un intervento agghiacciante, facendo sue le parole della deposizione di Eichmann, il gerarca nazista responsabile di aver gestito e organizzato la macchina mortale dell’Olocausto. A sentirlo, tutto sembra normale e legittimo, in un impressionante ritratto della mediocrità umana. Nessun senso di colpa, nessuna domanda, bensì la piena banalità del male, come avrebbe scritto Hannah Arendt.




In Germania cresce la violenza dei neonazisti

Un video di un profugo picchiato al grido di “maiale”, interviste che lasciano senza fiato, un processo deragliato per le minacce agli inquirenti, una sindaca minacciata di morte e una comunità spaccata. Quanto l’estremismo di destra stia prendendo piede in certe zone rurali della Germania lo dimostra l’incredibile storia di Arnsdorf, villaggio di cinquemila abitanti a pochi chilometri da Dresda, in Sassonia. Dove la sindaca socialdemocratica, Martina Angermann, ha gettato la spugna giovedì scorso dopo essere stata minacciata di morte e perseguitata dai neonazisti e dall’ultradestra Afd e abbandonata dai suoi concittadini.

Le sue dimissioni clamorose ma non sorprendenti hanno indotto la ministra della Giustizia, Christine Lambrecht, a dichiarare che “quando le persone si ritirano dall’impegno sociale per minacce e intimidazioni, la nostra democrazia è in pericolo”. Ma viste le micidiali condizioni in cui ha vissuto a lungo Angermann, che dall’inizio dell’anno è in malattia per un esaurimento nervoso e ha ora chiesto di essere prepensionata, sembra una presa d’atto un po’ tardiva.

Il dramma di Arnsdorf comincia alla fine di maggio nel 2016, quando un profugo iracheno 21enne viene trascinato fuori da un supermercato, preso a pugni e insultato da quattro energumeni vestiti di nero. Qualche giorno dopo, qualcuno carica su Facebook un video dell’accaduto. I fatti sono inequivocabili: il profugo parla con la direttrice del supermercato – per lamentarsi di una scheda telefonica che non funziona, spiegherà la polizia più tardi – finché non sopraggiungono i quattro aggressori. Il video finisce con la voce di una donna che sospira “certo è un peccato quando vedi che c’è bisogno delle milizie cittadine”.

Quel che nel video non si vede, che emerge successivamente, è che l’iracheno viene legato subito dopo a un albero con dei cavi. Il profugo, peraltro, è il paziente di una clinica psichiatrica. E tra i quattro razzisti che lo hanno picchiato c’è un politico della Cdu, Detlef Oesler, ma anche due membri di una banda di motociclisti che simpatizzano con il movimento neonazista degli Identitari.

Martina Angermann, sindaca di Arnsdorf dal 2001, comincia ad essere insultata e minacciata di morte non appena difende il profugo. La 61enne definisce “brutale” l’attacco dei quattro, e la situazione diventa grottesca sin dai primi minuti. La Cdu chiede le scuse di Oelsner, che si rifiuta e, anzi, rincara la dose. “Siamo cittadini, non sudditi. Lo Stato ci appartiene”, fa sapere. I difensori dell’aggressione brutale parlano di “un atto di coraggio civico”. I fatti vengono mostruosamente distorti. Qualche mese dopo, comincia il processo contro i quattro.

Su Facebook compaiono video che accusano l’iracheno di aver rubato – bugia smentita dalla polizia – e il politico locale dell’Afd Maximilian Krah avvia una campagna d’odio contro la sindaca e una raccolta di firme a sostegno degli aggressori. Per comparire al processo, che si svolge a Kamenz, la sindaca mobbizzata deve passare attraverso una piccola folla di neonazisti, sostenitori di Pegida e dell’Afd che reggono cartelli contro la presunta “criminalizzazione del coraggio civico”, come racconta la Sueddeutsche Zeitung. Il profugo non c’è: è scomparso a gennaio del 2017, l’hanno trovato nel bosco, ufficialmente è morto di freddo.

Il processo si chiude in fretta, il giudice lo dichiara subito concluso perché gli accusati avrebbero comunque scontato pene leggere e per la scarsa rilevanza pubblica dell’accaduto. Un episodio, va ricordato, che era finito su tutti i giornali nazionali. Anche quest’epilogo giudiziario frettoloso puzza di marcio. L’emittente locale Mdr racconterà poi di inquirenti minacciati e di un processo sostanzialmente inquinato. Ma per Angermann, da allora, si spalancano le porte dell’inferno: isolata nel villaggio, minacciata di morte, mobbizzata sui social media. L’Afd voleva ottenere le sue dimissioni, giovedì scorso. Lei li ha preceduti facendo un passo indietro. Ma il suo passo indietro è anche quello di un altro pezzo di civiltà, è un’altra resa dolorosa per la democrazia in Germania.

Tonia Mastrobuoni per Repubblica