C’è il concreto rischio di una terza guerra del golfo e di una crisi petrolifera catastrofica

Ci siamo? Forse. Non facciamo vaticini, ma ignorare quello che accade (e che ancora deve succedere) dalle parti del Golfo Persico) significa avere due belle fette di salame sugli occhi. Il mantra che andiamo ripetendo da giorni è corto e netto: lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia dal quale passa (contrabbando compreso) almeno il 25% del greggio mondiale, rischia di essere “tappato”. Trump, Israele e i sunniti della regione hanno dichiarato guerra (per ora solo diplomatica) all’Iran. L’escalation è chiarissima, tra ultimatum e “contro-ultimatum”. Gli ayatollah hanno reagito minacciando fuoco e fiamme e, per non essere fraintesi, hanno detto che se non si vende il petrolio iraniano (per le sanzioni americane, estese urbi et orbi) non si venderà manco quello delle altre nazioni del Golfo. Perché loro metteranno i catenacci a Hormuz.

Petrolio e noli marittimi

E domenica si è avuto un primo segnale che conferma i nostri timori e le previsioni più pessimistiche degli analisti. Due petroliere saudite sono state attaccate (pare che siano state mitragliate) a Fujairah, al largo degli Emirati, da non meglio precisati “barchini-pirata”, a circa 70 miglia dallo Stretto. Qualche altra fonte parla di quattro navi prese di mira. Non bisogna avere studiato strategia e sicurezza globale per capire chi potrebbe esserci dietro codesto “avvertimento”. Danni? Pochi. Almeno quelli materiali. Allarme? Rosso. Perché non occorre incendiare le navi, ma solo elevare la soglia di rischio, facendo lievitare alle stelle i noli, per l’incremento dei premi assicurativi. Tradotto dal “diplomatichese”, significa che se gli iraniani prendono anche solo a sassate le petroliere (senza affondarle) il greggio, comunque, aumenterà di prezzo.

Rotta di collisione

E se al posto della fionda dovessero usare (di straforo) qualche mina magnetica, allora bisognerebbe cominciare a tirare fuori dai garage le biciclette. Perché il costo della benzina comincerebbe a salire di botto. La partita è sofisticata. E mortale. Se ne sono accorti subito a Londra, dove Lloyds, broker e grandi gruppi assicurativi, in caso di affondamenti, resterebbero in mutande. “The Bible” (l’Economist) ha raccolto l’allarme (o, meglio, il grido di dolore) e ha sparato in copertina l’inghippo, parlando di “Rotta di collisione” e alludendo apertamente alla possibile catastrofica chiusura di Hormuz. Dietro la scusa del Trattato sul nucleare siglato con gli ayatollah, denunciato unilateralmente dagli Stati Uniti (che si sono messi il diritto internazionale sotto i piedi) covano, però, ben altre ragioni. Più profonde e, sinceramente, inquietanti.

Israele tra sunniti e sciiti

Netanyahu, Trump e bin Salman, sceicco-padrone dell’Arabia Saudita, vogliono chiudere la “pratica” Iran. Con le buone o, più probabilmente, con le cattive. Israele da un pezzo si prepara alla guerra in Libano, contro Hezbollah, e a quella in Siria, contro le Guardie rivoluzionarie di Teheran. Netanyahu parla di serie minacce al Golan e alla Galilea. E per questo si è sciroppato gli schiaffi di Hamas a Gaza: non vuole combattere su due fronti. I sauditi, mortali rivali degli ayatollah nel braccio di ferro sunniti-sciiti (scatenato dalla degenerazione delle cosiddette “Primavere arabe”) hanno colto la palla al balzo. Vogliono far pagare a Teheran la sanguinosa guerra civile scatenata nello Yemen e le foie di dominio regionale, che si stanno concretizzando anche in Irak. Per più di un terzo sciita.

Catastrofe economica

Il governo di Baghdad, per inciso, ha già annunciato che se ne frega di Trump e che continuerà ad acquistare, come se nulla fosse, il petrolio iraniano. Così come faranno russi, cinesi, indiani e turchi. E l’Italia? Per ora abbozza. Presi dalle loro liti da cortile napoletano, i nostri “capataz” non hanno tempo, voglia e capacità di interessarsi di cose ben più serie. Se però nella crisi Usa-Iran tutto dovesse andare a ramengo (cosa possibilissima) se ne accorgerebbero di colpo. Così come il resto dell’Italia. Isole comprese. Non vogliamo spaventare nessuno, ma gli analisti più scafati, prima a mezza voce e ora in modo sempre più chiaro, parlano di “possibile catastrofe”, non solo umanitaria ma anche economica. Esistono studi molto accurati sull’impatto che potrebbe avere una guerra in Golfo Persico e il sicuro blocco dello Stretto di Hormuz.

Greggio a 500$ il barile?

Certo, prendiamo decisamente con le pinze le previsioni di un esperto in energia come Pebo Escobar, citato dall’ex diplomatico americano Michael Springmann, che parla di greggio “a 500 dollari al barile”.
Basterebbero, però, anche “solo” 150 dollari per far saltare il banco a livello planetario.
D’altro canto, l’algoritmo dell’elemosina sul piano globale è presto tracciato: boom dei costi del petrolio, più guerra dei dazi doganali Stati Uniti-Cina, più crisi della domanda estera, più agonia della domanda interna, più aumento dei costi del rischio sistemico, uguale recessione.
Metteteci pure la faccia di Trump e fatevi il segno della Croce.

Piero Orteca per bocche scucite

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