Censis: L’Italia ha voglia dell’uomo forte. Alcuni perché…

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Non c’è da scomodare la Repubblica di Weimar, per spiegare il rapporto del Censis, con “l’attesa messianica dell’uomo forte”, che sgorga dalle viscere della società italiana.

Dall’incertezza.

In fondo basta la fotografia di fine giornata, col presidente del Consiglio che, a un certo punto, lascia palazzo Chigi per salire al Quirinale per parlare di manovra. Il solito incontro che doveva rimanere riservato, ma viene fatto trapelare, secondo un consumato copione per cui, quando è il difficoltà, Conte ha bisogno di farsi scudo di Mattarella, per placare gli effervescenti partner della maggioranza. E che, secondo un consumato copione, alimenta una ridda di voci sulla crisi, come se fosse imminente, dopo una giornata in cui, più volte, è rimbalzata la parola “voto”.

Non è dato sapere se come la pensi il capo dello Stato della situazione sia stato l’oggetto del colloquio, ma chi frequenta il Colle assicura che il suo pensiero ruota attorno ad un punto fisso. Che non è la stabilità a prescindere del governo, a dispetto dei santi e di ciò che le forze politiche vorranno fare, anzi su tutto ciò il sentimento prevalente è il disincanto. Il punto fisso è che la manovra dovrà essere approvata, perché va messo in sicurezza il paese, poi ognuno potrà assecondare questo o quell’istinto belligerante.

La parola che domina il rapporto annuale del Censis è “incertezza” (l’anno scorso era “cattiveria”, l’anno prima “rancore”), determinata dalle mutate condizioni sociali, dall’ansia di dovercela fare soli, indeboliti i canali tradizionali di protezione, dalla sfiducia verso partiti e politica. Incertezza è la parola chiave per raccontare la politica italiana in questa fase. La giornata di oggi è paradigmatica, con una lite su quattro spicci fino al punto di evocare il voto, la drammatizzazione di una salita al Colle, uno dei protagonisti, stavolta Renzi, come ieri poteva essere Di Maio che annuncia il proseguo del ballo per il prossimo anno “ne vedremo delle belle”, dopo aver una giornata in cui ha portato al parossismo la strumentalità della sua azione, perché non si è mai visto che, per piantare una bandierina, si minaccia la crisi sulla plastic tax.

Tutto questo è la cronaca di una palude, di un governo fermo, in un paese fermo o se preferite di un paese senza governo.

Il governo è incapace di decidere dalla prescrizione al Mes, dall’autonomia all’Ilva ad Alitalia, in una dinamica litigiosa in cui nessuno ha la forza, la leadership in coraggio di assumere una iniziativa e, ognuno, nella sua debolezza riesce solo a minacciare. Anche il voto, come se fosse uno sparo a salve, proprio sapendo che nessuno ha convenienza ad andarci. Questo accade in un paese la cui drammatica crisi è attestata dai quotidiani dati sull’economia reale, l’ultimo di ieri di Federmeccanica che attesta il 3,12 in meno di produzione industriale.

Ecco, nascono da qui, da questo intreccio sistemico, le pulsioni di cui parla il Censis, senza scomodare Weimar o il ’29. È la crisi di sistema che produce il desiderio di uomo forte, non l’uomo forte che produce la crisi di sistema.

Non è l’iniziativa politica di Salvini che sta terremotando il quadro, anche perché a ben vedere questa iniziativa non c’è. Al netto del tasso di propaganda quotidiana siamo di fronte a un’opposizione che non alimenta il conflitto sociale, mostrando in definitiva di non avere fretta di tornare al governo, in una situazione così delicata: enormi grane sul tavolo, come Ilva e Alitalia, casse vuote, soprattutto in relazione alle promesse del “meno tasse per tutti”, un rapporto difficile con l’Europa. In fondo a Salvini va bene così e sceglierà, senza fretta, il momento propizio per andare al voto: gli bastano 15 senatori dei cinque stelle che già ha e il gioco è fatto.

E allora, Salvini o non Salvini, il punto è altro. Magari il governo andrà avanti nell’incastro perfetto di debolezze e minacce e non ci sarà la “crisi di governo”, ma sta saltando il paese. È in atto una crisi più profonda anche perché non è governato.

La democrazia entra in crisi proprio se non è capace di decidere, a maggior ragione in una società così frenetica e presentista. Ecco il pericoloso desiderio di semplificazione dei processi di decisione, per cui, se si va avanti così, il paese si affiderà a chi chiederà pieni poteri, sia esso Salvini o un altro, in un’Italia, come il resto del mondo, dominato dalla precarietà e dalla paura.

E chi ha paura non è avvezzo ad affidarsi alla processualità e alla delega, figuriamoci a chi, dopo novanta giorni, non ha ancora affidato le deleghe ai sottosegretari, ovvero non è nel pieno della sua operatività, neanche formale.

Alessandro De Angelis per HUFFPOST

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