Cile: la rivoluzione non chiede permessi

Da più di due settimane il Cile si trova in piena crisi sociale e politica, così la chiamano i politici e i conduttori di programmi televisivi. In realtà, la crisi ha radici molto più profonde e da 17 giorni in tutto il Cile é scoppiata una vera  rivoluzione che non accenna a fermarsi. Anzi.

Chi vive nelle vicinanze di Piazza Italia, a Santiago, punto nevralgico della città per tutti i tipi di manifestazioni pubbliche, dal calcio, alle celebrazioni di fine anno o -come in questo caso- per proteste sociali, sa che tutti i giorni la piazza é piena di gente, soprattutto fra le cinque e le sette di pomeriggio.

Qualcuno sperava  che, dopo il rogo di cinque stazioni della metropolitana e dei danni provocati a più di altre quaranta, tutto  sarebbe tornato alla normalità. Il Governo ha usato ogni mezzo per recuperare la calma e l’ordine che avevano regnato fino a quel momento.

Speranze vane, illusioni. L’ordine sociale e economico su cui questo governo, come i precedenti, si è fondato, non regge più. Il peso inaccettabile del costo della vita, l’assenza di un welfare reale ed efficace, é stata la miccia che ha fatto esplodere la rivolta.

La “Rivoluzione dei 30 pesos” sembra la Comune di Parigi. Vivendola da vicino, ti senti parte di un libro di storia. Hai la sensazione che situazioni come quella che si é generata sono degne di trovare una menzione tra gli avvenimenti piú importanti della storia di un paese e di un continente.

Le manifestazioni di massa continuano ogni giorno più organizzate, con associazioni di categoria, sindacati, gruppi femministi, attivisti per i diritti umani, lavoratori del settore salute, studenti universitari, fra gli altri, che stabiliscono data, ora e luogo delle marce.

La gente vuole partecipare, ma deve anche vivere e lavorare. Per questo cerca di organizzarsi per poterci essere, soprattutto a partire dalle cinque di pomeriggio quando teoricamente starebbe per terminare la giornata lavorativa.

Ma le manifestazioni continuano anche la mattina davanti al palazzo de La Moneda e  gruppi di artisti si sono organizzati in tempi record con concerti nei parchi maggiori e nel settori cittadini più attivi come Recoleta, Quilicura, Parque O’ Higgins. Lí i giovani e le famiglie partecipano applaudendo a gruppi musicali e artisti famosi o di strada che animano con le loro performance il desiderio collettivo di un vero  cambiamento sociale. Sono molti i gruppi di artisti che durante la dittatura di Pinochet avevano portato avanti un messaggio forte di liberazione, uguaglianza, diritti, umanità e memoria, sia in Cile come dall’esilio. Oggi molti di questi gruppi tornano ad occupare i palcoscenici insieme alla nuova generazione di artisti, per unirsi in un unico canto di giustizia e libertà, riportando in vita le canzoni di Víctor Jara, de Los Prisioneros e degli Inti-Illimani.

Se uno segue i mezzi di comunicazione di massa, sembra che tutti stiano condannando la violenza, sia quella perpetrata da parte dello Stato attraverso le forze dell’ordine, sia quella da parte di piccoli gruppi di manifestanti  verso i beni pubblici e privati come le fermate della metro, degli autobus e i saccheggi e incendi di grandi supermercati, banche.

Lunedí scorso é arrivata a Santiago la Delegazione dei Diritti Umani dell’ONU, presieduta  dall’ex-presidentessa Michelle Bachelet. La pessima figura che ha fatto il Cile verso il resto del mondo é apparsa in moltissimi mezzi di comunicazione internazionali, soprattutto a seguito dello spostamento di paese della COP25 e dell’APEC. Questo ha significato un grande segnale verso il mondo e particolarmente verso i paesi parteipanti a questi summit che si sono dovuti finalmente accorgere per forza di ciò che stava succedendo e smetterla di fare finta di niente .

Gli abusi da parte dei militari durante lo Stato di Emergenza e dei Carabinieri piú tardi, sono stati registrati da numerose macchine fotografiche, dai cellulari degli stessi manifestanti e  di chi osservava dal balcone di casa. Cosí come si sono filmati incidenti e saccheggi. Grazie a questi video si stanno facendo verifiche per incontrare i responsabili dei singoli atti di violenza. E se la società civile denuncia gli abusi, le torture, i sequestri per strada e in casa, le violazioni sessuali e non sessuali, gli assassinii e i feriti da parte delle forze dell’ordine, dall’altro lato il Governo mostra ai telegiornali come sta minuziosamente cercando e trovando i delinquenti che hanno dato fuoco alle stazioni della metro. Per il governo, l’unica violenza è quella dei manifestanti. Non hanno alcuna intenzione di far davvero i conti con le ragioni profonde della crisi che vive il paese.

La popolazione chiede una nuova Costituzione, attraverso un processo di assemblea costituente e la rinuncia del presidente Sebastián Piñera. Il Governo risponde con riforme limitate che vanno a congelare il prezzo del trasporto, ad aumentare il salario minimo, a ridurre a 40 le ore di lavoro settimanale, ad aumentare le pensioni e a rivedere il sistema di imposizioni fiscali e di ridistribuzione ai Comuni. Poca roba rispetto a ciò che chiede la popolazione. Ritocchi di un sistema che era ingiusto e resta ingiusto.

L’ agenda sociale proposta dal presidente e dal nuovo gabinetto recentemente rinnovato con un rimpiazzo di ministri vecchi con ministri più giovani, non é sufficiente. Lo denuncia fermamente l’opposizione composta principalmente da Partito Comunista, Partito Socialista, Democrazia Cristiana, Partido Umanista e Frente Amplio.

Le interviste che vengono trasmesse in TV parlano di violenze da entrambi i lati. Le forze dell’ordine iniziano aa tirare fuori cifre dei carabinieri feriti da lancio di pietre (difficile da spiegare come questo sia potuto accadere, visto che erano tutti in tenuta antisommossa) e le cifre sui danni causati a livello economico con la distruzione dei beni pubblici. Ma come si fa a mettere sullo stesso piano qualche vandalismo e una repressione brutale che ha causato  20 morti, 160 persone con ferite oculari, 1659 persone ferite negli ospedali 181 azioni giudiziarie, di cui 19 per violenza sessuale, 5 per omicidio e 133 per altre torture?

La paura di essere sequestrata e torturata dalla polizia semplicemente perché stai camminando per strada credo che abbia sfiorato tutte noi che ci siamo trovate vicino alle manifestazioni.

Questo è successo e nessuno potrà mai cancellarlo. Solo far giustizia e punire i responsabili come chiede la gente che non si è fatta intimidire da tanta barbara violenza. noi ha moltiplicato la sua rabbia e voglia di cambiamento. Fa quindi davvero sorridere che politici e governo invitino i cittadini a chiedere permessi ufficiali prima di manifestare. Ci troviamo dentro a una rivoluzione e le rivoluzioni non chiedono permesso.

E proprio di questo parlano coloro che hanno fra i cinquanta e i sessant’anni e che hanno vissuto la brutale repressione della dittatura di Pinochet. “Questi giovani non hanno paura. A loro non importa se c’é il coprifuoco. Si riuniscono lo stesso” sostiene un riconosciuto giornalista. “In dittatura noi vedevamo dalla finestra due o tre che appiccavano un fuoco per strada e quando la polizia li beccava, gli sparava proprio lí”. Questo momento storico é anche motivo di sfogo e di fare memoria di ció che recentemente é stato, per coloro che ai tempi della dittatura non potevano parlare se non rischiando la vita. “Qui nel fiume Maipo e anche nel fiume Mapocho venivano improvvisamente trovati corpi morti dopo due o tre giorni, con mani e piedi legati con fil di ferro. Ma non si poteva raccontare e nemmeno commentare, né chiedere. Era come un sogno, come se non fosse successo niente” racconta un abitante della Regione Metropolitana, di quasi sessant’anni. “Quando fermavano le persone per strada, scorgevamo da dietro le tende che cosa succedeva. Ma nessuno diceva niente. Nessuno poteva commentare niente. Le persone semplicemente sparivano”. E di nuovo: “Io ricordo La Alegría Ya Viene e tutto il movimento che si montó con il plebiscito dell’88. Credo che fu il giorno più bello della mia vita, quando vinse il NO. Era come tornare a respirare. C’era speranza. Ma alla fine, potevi riunirti, potevi parlare di ció che stava succedendo, ma nel fondo non era cambiato niente. Hanno continuato a stare lí gli stessi di prima”.

La popolazione parla  di  nuova dittatura riferendosi al sistema di capitalismo estremo impiantato in Cile a partire dall’epoca Pinochet e che non é stato cambiato da nessun altro governo succeduto alla dittatura. La grande delusione non é verso un partito politico in particolare, ma verso tutta la classe politica che si é venduta agli interessi di pochi e ha negoziato su diritti non negoziabili.

Di fronte alla crisi di legittimitá che il Cile sta vivendo (e che si era giá manifestata nelle ultime elezioni dove era andata a votare meno della metà dei cittadini), il popolo cileno risponde con pratiche partecipative di base, attraverso Cabildi Aperti (assemblee municipali tematiche), autogestiti e senza un leader. Nelle manifestazioni e nei Cabildi non ci sono bandiere di partito. Si parla come popolo. Nessuno ha il diritto di appropriarsi delle rivendicazioni sociali dalla popolazione.

Tavoli di genere, ambiente, lavoro ecc sono al lavoro per elaborare proposte di radicale cambiamento che il giorno 7 novembre confluiranno in un documento nazionale che raccoglierà i risultati dei cabildi aperti di tutta la nazione. Questo documento sarà  usato come base ferrea e ferma nella trattativa con governo e partiti politici.

La situazione che il Cile sta vivendo é esemplificativa di una società che, in un certo modo, riflette le dinamiche mondiali: una piccola percentuale di ricchi che hanno o detengono il potere e una gran classe povera, con un cuscinetto di classe media suscettibile a scendere facilmente nella povertà e nell’indebitamento per poter vivere.

 

Cristina Bianchi da Santiago del Cile

 

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