COLONIALISMO IN AFRICA: Faccetta nera, bella abissina….

«Sono state passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul».
Telegramma con cui il viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani comunica a Mussolini l’esito provvisorio delle rappresaglie italiane al legittimo attentato, del 19 febbraio 1937, compiuto dai partigiani etiopici contro lui stesso, la più alta carica italiana in Etiopia.
Rappresaglia molto più feroce di quella compiuta dai tedeschi dopo l’attentato di via Rasella a Roma, con l’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Infatti, l’attentato compiuto dai partigiani italiani a via Rasella provocò la morte di trentatré soldati tedeschi e la rappresaglia delle Fosse Ardeatine, con l’uccisione di 335 prigionieri italiani.
L’attentato compiuto dai partigiani etiopici contro il viceré Graziani, invece, provocò quattro morti italiani, tre morti etiopici e una cinquantina di feriti, tra cui lo stesso Graziani, ma la reazione italiana fu mostruosa: gli etiopici affermarono che i morti per le rappresaglie italiane furono 30.000, mentre i giornalisti francesi e inglesi dell’epoca, paesi anche loro possessori di colonie, ipotizzarono cifre
oscillanti tra i 1.400 e i 6.000 morti.
La cifra supposta dagli etiopici può sembrare esagerata, ma la cifra di 1.400 morti è palesemente falsa. Lo affermano i carabinieri e i fascisti di allora.
Facciamo due conti:
il colonnello dei carabinieri Azolino Hazon scrive che: «La sola Arma dei carabinieri passa per le armi, in meno di quattro mesi 2.509 indigeni», la maggior parte dei quali erano cantastorie e indovini, colpevoli di aver predetto che l’occupazione italiana dell’Etiopia non sarebbe durata a lungo».
«Alle operazioni repressive partecipa anche l’esercito […]. Tra il 20 e il 27 maggio il generale Maletti porta a termine la sua missione fucilando 449 monaci e diaconi.
Commentando quest’ultima strage Graziani scrive: «È titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le
viscere a tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco».
A questi morti si devono aggiungere le persone che carabinieri e militari uccisero, senza segnalarlo nei rapporti, e quelli fatti da squadristi e civili.
Queste le testimonianze di un giornalista accreditato dal regime e dei pochi civili italiani che rimasero inorriditi per quanto videro:
«Tutti i civili che si trovano ad Addis Abeba, in mancanza di una organizzazione militare o poliziesca, hanno assunto il compito della vendetta condotta fulmineamente con i sistemi del più autentico squadrismo fascista. Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada.
Vengon fatti arresti in massa; mandrie di negri sono spinti a tremendi colpi di curbascio come un gregge. In breve le strade intorno ai tucul sono seminate di morti. Vedo un autista che dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo
scempio si abbatte contro gente ignara ed innocente. […] Sono stato a visitare l’interno della chiesa di San Giorgio, devastata dal fuoco appiccato […] con fusti di benzina, per ordine e alla presenza del federale Cortese. Tutte le pitture sono andate perdute. Il Sancta Sanctorum è stato aperto e il ciborio contenente le tavole della legge è stato bruciato. Una cinquantina di diaconi che si trovavano
raccolti nella casetta campanaria sono stati legati col proposito di lasciarli dentro la chiesa mentre bruciava, ma l’intervento di un colonnello dei granatieri impedì lo scempio. […]Per tutta la notte, con un accanimento anche più feroce della notte precedente, si continua l’opera di distruzione dei tucul. […] Gli uomini si
tengono nascosti, perché rischiano di essere finiti a randellate dalle orde punitive. Episodi orripilanti di violenze inutili. Mi narrano che un suddito americano, per avere soccorso un ferito abissino, è stato bastonato dalle squadre dei randellatori».
«Si massacrò tanta gente – ricorda V. B. di San Posidonio – al punto di fare delle cataste umane, mucchi di cadaveri alti un piano, ammassati vicino ai muri e portati via con le ruspe. Fu una cosa vergognosa, orribile per l’Italia».
«Molti di questi forsennati li conoscevo personalmente – riferisce il vercellese A. Dordoni –. Erano commercianti, autisti, funzionari, gente che ritenevo serena e del tutto rispettabile. Gente che non aveva mai sparato un colpo durante tutta la guerra e che ora rivelava rancori ed una carica di violenza insospettati. Il fatto è che l’impunità era assoluta».
«Per tre giorni durò il caos, – racconta Dante Galeazzi – per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni in Addis Abeba, città di africani dove per un pezzo non si vide più un africano».
Ricapitoliamo: Graziani parla di un migliaio di morti, Hazon ne dichiara 2.509,
Maletti è responsabile di ulteriori 449 morti, fascisti e civili fanno «mucchi di cadaveri alti un piano», forse di più, anzi sicuramente di più, perché non tutti i testimoni di simili misfatti hanno voglia di parlarne.
Da questi pochissimi documenti è chiaro che superiamo abbondantemente
i 3.000 o i 4.000 morti (non sappiamo se nel migliaio di morti di cui scrive Graziani siano compresi quelli di Hazon e Maletti), per cui non teniamo in nessun conto il parere di chi ipotizza soltanto 1.400 morti, mentre dobbiamo dare più credito a chi ne propone 6.000 o addirittura 30.000.
L’eccidio delle Fosse Ardeatine fu un crimine orrendo.
E questo cosa fu?

Da CLANDESTINO ITALIANO, di Andrea Pizzorno, edizioni Sensibili alle foglie

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1 Response

  1. Francesco Cecchini ha detto:

    Nell’ immaginario di molti italiani, non solo di quei pochi, ancora in vita, che hanno perduto un’esistenza di privilegi, questa terra era una volta l’ Eritrea Felix. Se nelle vicine Libia ed Etiopia i colonialisti ed i fascisti avevano stuprato, torturato ed ucciso, qui si erano comportati bene, portando civiltà e benessere anche per gli eritrei. Ma è una falsità storica che la nostalgia per il paradiso perduto alimenta. I bianchi hanno costruito per loro stessi. Le infrastrutture, strade, ponti, ferrovie, fabbriche ed aziende agricole sono state costruite e formate per il proprio sviluppo economico e benessere. Hanno edificato ville ed alberghi dove vivere con privilegi, chiese dove pregare il proprio dio, bar, ristoranti e bordelli dove divertirsi. Non sono stati regali di civiltà al popolo eritreo. La missione dei coloni non è stata quella di migliorare le condizioni di vita degli indigeni. Eritrea felix per il bianco, Eritrea infelice per il popolo eritreo, una razza integrata al progetto coloniale come razza inferiore con funzioni subordinate e servili. La ferrovia Asmara Massaua , i ponti, le architetture di Asmara ed altro ,esistono ancora e sono utilizzate, ma non sono un regalo, bensì un bottino di guerra del popolo eritreo, che ha conquistato con l’indipendenza le opere degli italiani.
    Oltre a migliaia di morti, il colonialismo ed il fascismo furono responsabili in Eritrea di razzismo e sfruttamento, di crimini sessuali e di uno spietato sistema carcerario.
    Un genocidio africano.

    Africani sterminati in Abissinia.
    Il numero di morti eritrei dal 1890 al 1941 fu alto, anche se inferiore e di molto a quello dei libici e degli etiopi. Per dare un’idea del genocidio africano di cui l’Italia coloniale e fascista è responsabile, le perdite etiopi nella guerra del 1935 e 1936 furono 760.000, secondo il numero fornito dal Negus alla Società delle Nazioni. Un numero forse non esatto, ma che indica la dimensione del massacro. In Etiopia a questo numero immenso, vanno aggiunte le perdite della prima guerra italo etiope, 1895 – 1896, e dopo le stragi di bambini, donne e uomini dopo l’attentato a Graziani nel 1937 ed il massacro di Amazegna Wagni, nel 1939 ed i morti della seconda guerra mondiale in Africa Orientale.
    Gli eritrei che hanno pagato il più alto prezzo di sangue furono i soldati dell’esercito coloniale gli ascari. Le stime, però sono molto vaghe. Per i soldati italiani morti in terra d’Africa la contabilità è precisa, i soldati eritrei sono carne da macello, qualche migliaio in più o in meno ha poca importanza.
    Circa 2000 furono gli ascari morti nella prima guerra italo etiopica dal al ad Amba Alagi, Makallè , tra il dicembre del 1895 e l’ottobre del 1896. Nella seconda guerra italo-etiopica, 1935 1936, gli ascari morti sono da 3500 a 4500. Contro gli inglesi i morti eritrei si stimano essere 10000, solo 3700 nella battaglia di Gondar nel 1941 . Queste morti di soldati di un popolo dominato, arruolati, con la costrizione o con il miraggio di sfuggire la fame, per combattere sotto la bandiera del dominatore devono essere addebitate al colonialismo ed al fascismo italiano.

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