In nome di tutte le donne uccise, dobbiamo riprenderci la vita

In nome di Monia e di tutte le donne uccise bisogna dire una cosa, o meglio, farsi una domanda.

Come mai non riusciamo a debellare la violenza sulle donne?

Perché si tende a minimizzare la vittima, e si nega la “crudeltà” ai carnefici, con relativo sconto di pena, anche all’interno dello Stato di Diritto?

Come mai quei luoghi che dovrebbero proteggerci e tutelarci diventano, alla resa dei conti, luoghi in cui avviene uno sconto di pena per il carnefice?

Racconto la storia di Monia, ma potrei sovrapporle tutte.

Le donne vengono uccise prevalentemente con armi da taglio, difficilmente con armi da fuoco, e questo dovrebbe già farci capire qualcosa sulla necessità di infierire da parte degli uomini violenti.

Monia ha ricevuto 17 sassate e un taglio alla gola con il vetro del tavolino che si era rotto durante la lite. 17 sassate.

Monia è stata nascosta in soffitta. Ha vissuto ancora 33 minuti. Un occhio, quando l’hanno trovata, era all’altezza dell’orecchio, e lo scrivo solo per chiedervi cosa è questa se non crudeltà?

La Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila ha dimezzato la pena all’assassinio di Monia da 30 a 17 anni. I giudici aquilani hanno ritenuto che non ci fosse l’aggravante della crudeltà, che era stata riconosciuta nel processo di primo grado.

La violenza sulle donne è un problema non solo legato al crimine, ma soprattutto culturale.

I rigurgiti di questa cultura a volte penetrano nei palazzi di giustizia e nelle sentenze.

Siamo intrisi di questa cultura anche inconsciamente, intrisi di stereotipi, e se non cambia il contratto sociale ed economico non cambierà quello culturale e non diminuiranno i femminicidi.

Pensate cosa succede quando una donna decide di denunciare un uomo o si rivolge ai centri antiviolenza. È lei che deve lasciare la propria casa e deve nascondersi da qualche parte, lei che fa un percorso riabilitativo di consapevolezza.

All’uomo violento cosa si chiede?

Solitamente è lui che resta in casa. A volte finisce in carcere e la storia si conclude lì.

Nessun percorso riabilitativo obbligatorio.

Perché siamo noi quelle che devono essere educate a non subire violenza?

Perché non sono gli uomini ad essere educati a non esercitarla quella violenza?

L’Italia è l’unico Paese dell’ Unione Europea che non ha una legge sull’educazione sessuale a scuola. Vorrà dire qualcosa.

Cambiare il contratto sociale implementando una legge sulla violenza domestica, aumentando le pene per le molestie sessuali sul luogo di lavoro, eliminando il divario salariale a parità di mansione tra uomini e donne, e introducendo il congedo parentale retribuito, forse, dico forse, qualcosa potrebbe cambiare.

Invece la nostra Italia ha dei Parlamentari che ci vogliono riportare all’era della pietra facendoci tornare agli assorbenti di pezza, o sono contro leggi per noi fondamentali come quella dell’aborto e del divorzio e, soprattutto, hanno voce, mentre noi spesso siamo tacitate o sminuite nelle testimonianze e nella parola.

Non ci sarà possibilità per le donne come Monia, morte per mano di un uomo, se non chiediamo a gran voce che il contratto sociale cambi, che la cultura sul femminile cambi.

Per questo dobbiamo continuare ad uscire dalle case, dai ruoli, da un’idea di noi al servizio del potere maschile.

Fare parte di associazioni, Case delle donne, movimenti femministi, Nudm, o quelli che volete, ma cercarci con forza.

Dobbiamo andare a votare e informarci. Sapere chi può rappresentarci. Chi parla di noi. Con noi. Per noi.

Resistere alla tentazione di sedersi nei nostri comodi divani.

E, continuare a indignarci quando una di noi viene uccisa, ferita, maltrattata, non ascoltata.

Continuare a scrivere, a protestare a lottare, a fare politica.

Perché solo noi sappiamo chi siamo.

Solo noi possiamo essere la voce di chi non c’è più.

Penny

Insegnante, scrittrice, madre

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