31 May 2019, Iran, Tehran: An Irani man burns the American flag during a protest marking the annual al-Quds Day (Jerusalem Day) on the last Friday of the Muslim holy month of Ramadan. Photo by: Saeid Zareian/picture-alliance/dpa/AP Images

Conflitto Iran-Stati Uniti. La miccia che può incendiare il mondo

L’escalation di provocazioni e dimostrazioni di forza dei pasdaran iraniani nello Stretto di Hormuz ha visto un proliferare in Occidente di interpretazioni sulle ragioni di questo atteggiamento così aggressivo. All’inizio della crisi, seguita al ritiro statunitense dall’accordo nucleare siglato con Teheran nel 2015, e all’imposizione di nuove draconiane sanzioni, molti analisti immaginarono che gli iraniani avrebbero cercato di resistere in modo sostanzialmente passivo fino alle nuove elezioni presidenziali americane del 2020, sperando in un presidente democratico a loro meno ostile.

Una previsione che si è dimostrata lontana dalla realtà: non solo l’Iran sta aumentando la quantità di uranio debolmente arricchito in suo possesso ma, nel Golfo Persico, lancia chiari messaggi sulla capacità che i pasdaran hanno di bloccare, o per lo meno di ridurre, il flusso di petrolio che passa dallo Stretto, vena giugulare dell’energia, dato che il 20 per cento globale di questa risorsa transita qui. L’interpretazione più accreditata è che queste provocazioni intendano spingere Washington a tornare al tavolo negoziale. In fondo, anche il presidente Trump, al di là dei suoi toni bellicosi, non vuole una nuova guerra in Medio Oriente (tanto è vero che ha nominato un negoziatore informale moderato); è ragionevole allora pensare che – come due bulletti di quartiere – entrambi sfoderino il coltello sperando che l’altro si spaventi e non si avvicini per azzuffarsi. Logica pericolosa, ma ben sperimentata nella storia delle relazioni internazionali.

Vi è sicuramente del vero in questo ragionamento che, tuttavia, non coglie gli aspetti interni alla Repubblica islamica e le motivazioni strutturali e decisive. L’aggressività all’esterno si accompagna a un forte irrigidimento interno: arresti di intellettuali e studiosi (soprattutto se con doppia cittadinanza), ripresa dei controlli contro le ‘mal velate’, ossia le donne che non seguono i canoni previsti di abbigliamento, contro le feste, la musica e i giornali meno allineati. Una mossa apparentemente controproducente: se stai accentuando la tensione all’esterno, dovresti essere più cauto all’interno. Invece no, il nizam (il sistema, come viene chiamato il regime) sta chiaramente rassicurando i propri sostenitori conservatori (che sono la minoranza della popolazione) e mandando segnali alla maggioranza, che di quel sistema non ne può più. La Repubblica islamica non intende cedere ed è pronta a difendere i propri pilastri ideologici e le proprie caratteristiche, costi quel che costi.

Chiunque abbia trattato con i pasdaran e con i conservatori più duri sa che la loro opposizione a ogni accordo nucleare si basava sulla certezza che, come hanno sempre detto, ‘se cediamo sul nucleare, ci chiederanno di cedere sui diritti umani, sul velo, su Israele… fino al collasso della Repubblica islamica’. Ora, i centri di analisi strategica iraniani sembrano essere pessimisti sulla capacità di tenuta nel lungo periodo: le sanzioni mordono e colpiscono un’economia corrotta e inefficiente. Se è vero che ogni nuovo embargo obbliga il sistema a divenire più efficiente, è indubbio che i costi si stanno scaricando su una popolazione provata e stanca. A questo punto vi è solo una scelta dicotomica: o Teheran accetta di parlare con Trump in condizioni di debolezza, obbligandosi a fare nuove concessioni e aprendo il vaso di pandora delle richieste esterne e interne di democratizzazione e di disimpegno regionale, o rilancia su entrambi i fronti. Pronta se necessario anche a rischiare un confronto militare limitato.

L’ossessione dell’attacco al cuore del sistema è stata del resto accresciuta dalle assurde posizioni di alcuni consiglieri di Trump, da sempre fautori di un irrealistico cambio di regime iraniano imposto con la forza dall’esterno. La posta in gioco non è quindi solo il nucleare o Hormuz, ma molto di più: capirlo dovrebbe spingere chi non vuole un conflitto, l’Europa in primis, ad attivarsi con molta più determinazione e forza per riaprire i canali della ragionevolezza, se non del dialogo. Prima che i due bulli, per paura e orgoglio, compiano un passo fatale.

Riccardo Redaelli per Avvenire

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