Coronavirus, Africa, pianeta Terra: deve cambiare tutto.

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Nel 2020 il mondo intero si è trovato improvvisamente coinvolto in una triplice crisi: a quella ambientale già di per sé preoccupante (anche se ancora in presenza di troppi negazionisti) si è aggiunta quella sanitaria che ha imposto una drastica e generalizzata riduzione della mobilità delle persone e dell’attività di molte imprese, innestando una profonda – e ancora non quantificabile – crisi economica. Quest’ultima a sua volta si sta rivelando più complessa delle precedenti perchè interessa contemporaneamente sia la domanda che l’offerta e colpisce un gran numero di settori. Proprio per questa sua complessità la crisi sta interessando paesi e continenti con tempi e intensità diversi. Nessuno tuttavia pare destinato a restarne immune.

Fattori in gioco e diversi impatti

Diversi sono i fattori che spiegano perché l’impatto della crisi vari tra paesi: l’apertura agli scambi internazionali e la mobilità internazionale delle persone che ne deriva, l’organizzazione e l’adeguatezza dei sistemi sanitari, la capacità dei governi di motivare i cittadini ad accettare forme di distanziamento sociale e di mettere in campo risorse economiche sufficienti a contrastare le conseguenze della riduzione dell’attività produttive sulle persone e sulle imprese, la dipendenza delle economie sia dalla domanda estera che dall’offerta di beni essenziali o di semilavorati necessari per completare le catene del valore.

Alle diverse combinazioni tra questi fattori si è in queste settimane fatto riferimento per spiegare sia il diverso impatto della pandemia sui contagi e sui decessi che le misure adottate in Cina, nei paesi del Sud est dell’Asia, nei paesi europei e negli Stati Uniti. Molto meno si è parlato di cosa sta succedendo nel continente africano.

Scure sull’Africa

All’inizio, quando ancora la capacità di diffusione del virus era sottostimata si è ipotizzato – e sperato, vista la debolezza dei sistemi sanitari – che, data la limitata mobilità internazionale degli africani, il continente ne potesse uscire immune o quasi. Una previsione smentita subito di fatti: gli ultimi dati ormai dicono che i contagi in Africa hanno superato i 12.000 e continuano ad aumentare. Tanto che alcuni paesi hanno già deciso di adottare misure di lockdown e sia i singoli governi che le organizzazioni internazionali hanno già definito i primi interventi per il potenziamento dei sistemi sanitari e a sostegno dei dell’economia.

Diventa quindi urgente capire quale sarà l’impatto di questa nuova crisi sui paesi africani.

A questo fine occorre innanzitutto ricordare che la maggior parte di essi non si è ancora del tutto ripresa alla crisi del 2008 che ha causato una sostanziale dimezzamento del tasso di crescita, da valori intorno al 6%  –  che avevano fatto sperare che finalmente anche l’Africa stesse iniziando a beneficiare dei vantaggi della globalizzazione – a tassi poco superiori al 3% a partire dal 2015.

E’ quindi facile che la nuova crisi non solo azzeri i tassi di crescita ma li porti in zona negativa. Tanto più quanto più tempo ci vorrà per fermare la diffusione del virus. Le prime stime disponibili parlano infatti di una riduzione attesa del prodotto interno lordo compresa tra il – 0,8 e il – 1.1%. Una riduzione probabilmente inferiore a quella di molti paesi europei, ma che colpisce paesi molto meno sviluppati, con sistemi sanitari più deboli e con meno risorse pubbliche per farvi fronte. E quindi con una capacità di risilienza ridotta e con il rischio di subire per più anni un ulteriore indebolimento del processo di crescita.

Questi andamenti sono il frutto del sovrapporsi di due tipi di fattori – esogeni ed endogeni – che se analizzati in dettaglio consentono sia di capire meglio quello che sta succedendo e succederà nei prossimi mesi, che di individuare gli interventi necessari sia di tipo congiunturale che strutturale.

Fattori esogeni

Tre sono i principali fattori di crisi di natura esogena:

  1. l’elevata dipendenza di molti paesi dalle esportazioni di materie prime
  2. la rilevanza del settore turistico nella formazione del reddito
  3. il peso sui redditi delle famiglie, e quindi sulle economie delle comunità di provenienza, delle rimesse degli emigrati.

La crisi ha già causato una netta contrazione della domanda di prodotti petroliferi determinando un vero e proprio crollo dei prezzi del petrolio e gas naturale (intorno al 50%) che, se i paesi produttori non raggiungeranno un accordo sulla riduzione dell’offerta, è destinata a durare anche nei prossimi mesi.

Con almeno quattro  conseguenze:

  1. una riduzione del contributo al prodotto interno lordo
  2. una contrazione delle entrate pubbliche dovute alle royalty
  3. un rinvio, se non un blocco degli investimenti in impianti di estrazione già programmati, con la riduzione di posti di lavoro diretti e indiretti
  4. una diminuzione delle riserve di valuta necessarie a sostenere le importazioni. 

E’ ciò che sta già succedendo per esempio in Mozambico dove la Exxon ha dichiarato la sospensione del progetto di costruzione dell’impianto di estrazione di Gas naturale di Rovuma. Inoltre, accanto a quello che succede per i prodotti esportati e alle conseguenze sulla bilancia dei pagamenti, è importante tenere conto che i prezzi dei prodotti importati – soprattutto prodotti alimentari di base dei quali molti paesi africani sono importatori netti – sono in crescita con conseguente contrazione anche delle importazioni e della capacità di far fronte ai bisogni primari della popolazione. Le previsioni indicano una contrazione di esportazioni e importazioni pari al 35%, con una riduzione di entrate stimata intorno ai 270 miliardi di dollari.

Il secondo settore colpito dalla crisi è quello del turismo e con esso quello dei trasporti, in particolare di quelli aerei. Effetti destinati a durare piuttosto a lungo e comunque ben oltre la fase acuta della crisi e che nei paesi africani si faranno sentire in modo particolare perchè caratterizzati da una domanda turistica proveniente da distanze elevate. Se, infatti dovranno essere mantenute le misure di distanziamento sociale anche dopo la fine della fase acuta della pandemia, la riduzione della portata degli aerei sarà rilevante (si parla di ridurre il numero di passeggeri a un terzo degli attuali) con conseguente aumento dei prezzi e riduzione dei flussi. La perdita complessiva per il continente africano è stima per ora in 50 miliardi di dollari e in due milioni di posti di lavoro.

Infine è attesa una diminuzione importante anche delle rimesse degli immigratiche sono stimate in circa 50 miliardi annui. Subiranno una riduzione soprattutto quelle dei non permanenti, che non riusciranno, a seguito dei maggiori controlli ai confini nazionali, sia in entrata che in uscita, e all’aumento della disoccupazione nei paesi di immigrazione, a riprendere la loro attività. Ma si ridurranno anche le rimesse dei permanenti che perderanno il lavoro o dovranno accettare lavori meno remunerati.

Fattori endogeni

L’impatto dei fattori endogeni dipenderà invece dalla diffusione del virus, dalla capacità di contenerne la diffusione, dalla severità delle misure di lockdown e dalla capacità di farle rispettare in paesi con ampie periferie urbane al di fuori di ogni controllo. Maggiore e incontrollata sarà la diffusione e più severe le misure per il contenimento, maggiore sarà anche l’impatto su occupazione, reddito disponibile soprattutto tra i lavoratori informali e quindi sui livelli di povertà e, non da ultimo, sulle entrate fiscali.

E’ inutile negare che il quadro che emerge da queste considerazioni è decisamente preoccupante e che anche per l’Africa le conseguenze di questa crisi saranno probabilmente più gravi, sia per ammontare che per durata, di quelle che sono seguite alla crisi del 2008. Le prime stime indicano in 20 milioni i posti di lavoro, formali e informali, che potrebbero andare perduti. In altri termini l’Africa rischia di pagare per la seconda volta in pochi anni, e pesantemente, le conseguenze di un asseto economico globalizzato da cui finora ha ricavato ben pochi vantaggi che, se misurati dalla riduzione del numero di persone in povertà assoluta, sono andati soprattutto a vantaggio dei paesi asiatici, Cina in testa.

La crisi mette inoltre in luce un paradosso che pare aver accompagnato le scelte recenti di diversi paesi africani: per facilitare gli investimenti internazionali interessati soprattutto alle materie prime a all’accaparramento di risorse naturali – la terra in primo luogo – hanno fatto ponti d’oro a investitori che hanno spesso esercitato senza tanti scrupoli i loro potere e distrutto o messo in difficoltà i sistemi produttivi locali – quelli basati su agricoltura e pesca di autosufficienza – per ritrovarsi ora con quegli stessi investimenti bloccati da scelte unilaterali degli stessi investitori. E con i sistemi produttivi tradizionali distrutti.

Urgenza di soluzioni strutturali planetarie

La necessità di fronteggiare da subito la situazione è evidente. Il problema semmai è il come, dal momento che neppure i paesi più sviluppati, più dotati di risorse e con istituzioni di politica economica ben strutturate, hanno ancora definito chiare strategie e stanno procedendo per prove ed errori.

La convinzione che si sta formando tra gli studiosi è che questa volta non sarà sufficiente intervenire come nel 2008 soltanto attraverso la politica monetaria, inondando l’economia di liquidità e riprendendo poi a gestire imprese e istituzioni come nulla fosse successo e senza nessun intervento strutturale.

Non solo tutti i sistemi ne risulterebbero indeboliti e la finanza la farebbe ancora più da padrona, non solo assisteremmo ad un aumento del protezionismo per accorciare – o rinazionalizzare – le catene del valore, ma ci ritroveremo di nuovo a fronteggiare – avendo nel frattempo accumulato ulteriori ritardi – la crisi ambientale.

C’è quindi bisogno di soluzioni strutturali necessariamente concordate a livello planetario, che vadano a incidere sul modello di sviluppo pur tenendo conto delle specificità dei vari continenti e dei singoli paesi. Servono piani sovranazionali di investimento in infrastrutture e in tecnologie innovative e produzioni  ecologicamente compatibili che il mercato – data la sua natura anarchica e la sua incapacità di programmare sul lungo periodo – da solo non è in grado di realizzare. Non bastano certo le dichiarazioni sulla volontà di non perseguire più solo l’interesse degli azionisti, ma anche – o prevalentemente – quello degli altri portatoti di interesse di un gruppo di amministratori delegati di grandi fondi di investimento e di importanti imprese a dotare il mercato della lungimiranza che gli manca. E’ quindi scontato un maggior interventismo pubblico sia a livello nazionale che sovranazionale, ma servono anche strumenti nuovi in grado di incidere sul funzionamento dei mercati e sui comportamenti della finanza, delle imprese e degli stessi consumatori.

Più in concreto è necessario intervenire sia per contenere l’emergenza sanitaria, salvare vite umane e attenuare le conseguenze immediate del blocco di molte attività produttive riducendo l’impatto sulla disoccupazione e sul crollo dei redditi, sia per modificare l’organizzazione del sistema economico a partire da un ripensamento delle sue priorità, spostando la produzione verso i beni comuni e riorganizzandola in modo da mettere le persone al centro dell’attività di tutte le istituzioni e le imprese pubbliche e private.

Calando queste considerazioni generali sull’Africa è chiaro che è necessario innanzitutto agire per contenere la pandemia e contenerne gli effetti sulla vita e il benessere delle persone. E non sarà facile visto il livello inadeguato dei sistemi sanitari della quasi totalità di questi paesi.  Diversi governi  e la stessa Unione Africana hanno già stanziato fondi sia per potenziare il sistema sanitario che per sostenere i redditi e l’operatività delle piccole imprese. Ma occorre essere consapevoli che le risorse necessarie – stimante al momento intorno ai 130 miliardi di dollari – sono più di quelle su cui i paesi africani possono contare, specie se le entrate fiscali caleranno nella misura – anch’essa stimata – del 20-30%. Essi devono quindi poter contare sulla solidarietà internazionale che per la verità si è già mossa con il Fondo monetario, la Banca mondiale, singoli paesi come la Francia e istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea. Bisognerà comunque fare di più anche se non sarà facile visto che tutti i paesi stanno impegnando risorse consistenti per far fronte ai problemi interni. Una cancellazione totale o parziale almeno della parte pubblica del debito estero di questi paesi sarebbe di grande aiuto.

Ripensare radicalmente il modello di sviluppo

La triplice crisi, in generale ma soprattutto per i paesi africani, potrà però essere superata solo ripensando il modello economico dominante basato su una fiducia eccesiva nei mercati e nella loro capacità di garantire crescita e benessere. Invece che affidarsi solo alla domanda e alle proposte che provengono dalle imprese dei paesi sviluppati i paesi africani devono puntare su politiche che riducano la dipendenza dalle esportazioni di materie prime, aumentino le attività di trasformazione delle stesse anche condizionando ad investimenti in impianti di trasformazione le concessioni per l’estrazione di materie prime, va aumentata la produzione di beni alimentari di base e potenziata la capacità di trasformazione e più in generale la produzione manifatturiera e di servizi alla popolazione, dalla sanità all’educazione.

Tutti obiettivi che possono essere raggiunti non svendendo il patrimonio naturale, ma disegnando una coerente strategia di sviluppo locale che poggi sul rafforzamento delle piccole imprese, sul sostegno di forme di produzione collettiva soprattutto nel settore agricolo e della gestione dei beni comuni, su una diffusione capillare delle tecnologie a basso costo come quelle della comunicazione e sul rafforzamento degli scambi tra i paesi dell’Unione Africana, potenziando quel mercato interno che oltre che agire come volano di sviluppo può rappresentare un argine alle crisi importate da un sistema economico internazionale sempre più instabile.

Carlo Borzaga ( economista ) per NIGRIZIA

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