Coronavirus: è morto Patata, il clown che faceva sorridere i poveri del Brasile

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Alla fine è morto anche lui. Come altri cinquantamila brasiliani. Solo che lui, il Patata, al secolo Leandro Maduro Costa, 44 anni, era un notissimo clown. Era nato come pagliaccio e aveva vissuto da pagliaccio, rallegrando i pazienti e gli ammalati dei diversi reparti degli ospedali di Rio de Janeiro che ogni giorno andava a trovare portando allegria e aria fresca, tirando fuori dalla sua ampia giacca continue sorprese e sempre accompagnato da un piccolo pollo giallo di plastica. Girava protetto tra i letti dove la gente soffriva, tra febbri e crisi respiratorie, aggredita dal Covid 19. Aveva un solo, ultimo desiderio, espresso al suo amico e compagno storico di show: morire vestito da clown. “Me lo diceva sempre ultimamente”, ricorda Felipe Alves Giumares, nome d’arte Tamburello. “Felipe, mi chiedeva con la sua ironia: se muoio per primo seppelliscimi come il Patata”. Purtroppo non è stato così. 

Nato e cresciuto a Fazedinha, una favela di Rio, Leandro si era trasferito con la famiglia a Realengo per sfuggire alla violenza tra gang e della polizia. Amici e parenti lo ricordano come una persona sempre sorridente e allegra. Un carattere ereditato dal padre che sembrava un vulcano di battute e racconti di fantasia. Mai una lamentela, un momento di sconforto, una depressione. “Era solare, un ottimista”, ricordano al Guardian che gli ha dedicato un ampio pezzo. Si dava da fare con mille lavoretti. Nell’esercito da soldato, nella musica come Dj, quindi il successo come tecnico del suono del miglior gruppo funk della città carioca, Furaçao 2000, fino al suo impegno di attivista sociale che lo portò a realizzare un progetto comunitario: la Companhia do Amor. Ma il clown restava la sua vera passione.
Il 7 maggio scorso si è sentito male. Aveva i classici sintomi del coronavirus. Febbre alta, polmoni in fiamme, difficoltà a respirare, dolori forti alle ossa e alle articolazioni. Immaginava di aver contratto il Covid 19. Girava sempre per i reparti con gli ammalati. Lo aveva messo nel conto, sebbene prendesse tutte le precauzioni. Ma soffriva di diabete e aveva problemi cardiocircolatori: malattie croniche su cui si accanisce il mostro del nuovo secolo. 

La moglie Monique Santos, conosciuta nella chiesa della favela e da Leandro convinta che fosse anche lei un clown, ha raccontato che con alcuni parenti lo avevano portato in una clinica del quartiere. Gli avevano praticato una flebo e rispedito a casa. “Si era ripreso”, ricorda adesso in lacrime Monique, nome d’arte Rouxinol, usignolo. “Sembrava sulla via della guarigione”. E’ peggiorato, la febbre non passava. “Le sue labbra sono diventate viola e poi blu”, rammenta la giovane moglie. “Avevo paura per i bambini che intrattenevo come clown. Ho deciso di portarlo di nuovo in ospedale”. 

Lì, sdraiato su uno dei letti dove giacevano i tanti che aveva rallegrato con i suoi spettacoli e le sue battute, Patata ha scritto il suo epitaffio: un video poi postato su Facebook nel quale continuava a infondere coraggio alla sua enorme platea oltre a rassicurare la moglie e la figlia Mel Cristine che il giorno dopo avrebbe compiuto 14 anni. 

Nessuno ha potuto vederlo. Le visite erano vietate come avviene per tutti gli ammalati di Covid 19. E’ morto solo. E triste. Una telefonata nel pomeriggio di una domenica ha avvertito Monique che Leandro era deceduto. I bambini della Companhia do Amor hanno voluto omaggiare il loro clown con dei disegni appesi al cancello del gruppo sociale. L’intera Rio, commossa, ha voluto ricordarlo sui social. L’amico Felipe è disperato perché nessuno ha potuto vestirlo prima che lo chiudessero nel suo feretro. Ha mantenuto comunque parte della promessa: sulla tomba ha piazzato la bombetta nera e il finto naso da Patata.

Daniele Mastrogiacomo per Repubblica

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