Coronavirus in Africa: la strage silenziosa

Nel più popoloso e ricco Paese africano, la Nigeria, qualcuno ha cominciato a dire apertamente che qualcosa, nei numeri, non va. E che quelle “morti misteriose”, nel mezzo di una pandemia, forse poi tanto misteriose non erano. Stato di Kano, Nigeria, periodo tra aprile e maggio. I becchini non sanno più dove seppellire i corpi, le famiglie vogliono fare in fretta perché lo stigma del Covid-19 è un marchio “disonorevole” da allontanare da casa e molti ospedali chiudono perché tanti medici e infermieri, sprovvisti di mascherine, guanti e camici, semplicemente non si presentano più. 

Eppure, a livello ufficiale, i contagi e le morti da coronavirus sono ancora pochi: al 20 aprile, nell’intera Nigeria, si contano appena 600 casi e 20 morti, il 4 maggio i casi salgono a 2.800 e a 93 i morti. Fino a ieri: 14.554 i casi e 409 i morti. Numeri tutto sommato contenuti per un gigante di 200 milioni di abitanti. Ma ora c’è l’inchiesta ufficiale di una task force a raccontare altro: in 8 delle 44 province dello Stato di Kano almeno il 60% dei 979 morti registrati soltanto ad aprile è stato dovuto a Covid. Insomma, sono almeno 587 i morti che tuttora non esistono nei conteggi ufficiali del coronavirus in Nigeria, morti catalogate per altre cause, il 56% delle quali avvenute in casa e solo il 38% in ospedale. A oggi, il bilancio ufficiale di questo Stato del nord parla di soli 50 morti per coronavirus dall’inizio della pandemia. Ma Musa Abubakar, becchino al cimitero locale di Abbatuwa, dalle solite due-tre fosse al giorno notte arriva ad aprile a scavarne più di quaranta. «Dal primo giorno di Ramadan a oggi sono state seppellite 300 persone», racconta già l’11 maggio riferendosi alle ultime due settimane e mezzo di lavoro. E dunque, se si andasse a ripetere in tutte le province di tutti gli Stati nigeriani l’inchiesta appena conclusa a Kano dalla task force inviata dal ministero della Salute – che accusa le autorità locali di non cooperare nemmeno sul fronte dei tamponi – a che livello salirebbe il bilancio ufficiale di vittime da coronavirus? E, se questo è il trend nella sola Nigeria, quanto c’è di reale nella narrativa ufficiale che racconta di un’Africa che ha contenuto i contagi, attestandosi sui 207mila casi e 5.642 morti, percentuale bassissima sul totale globale? Che il numero di tamponi effettuati nel continente fosse infinitesimale era già chiaro. 

Non è un caso se l’unico Paese ad avere condotto una quota di test importante (850mila), il Sudafrica, sia anche quello che conta più contagi in Africa (43.400): laddove lo si cerca, insomma, il virus c’è, eccome. La Nigeria, dall’inizio della pandemia, ha effettuato appena 76.800 tamponi, nonostante un budget di 83 miliardi di naire (190 milioni di euro) stanziati per la pandemia. A inizio aprile, mentre il Paese registra focolai importanti soprattutto a Lagos, la voce di “morti misteriose” a Kano e in altri Stati confinanti comincia a correre veloce. Per settimane, però, le autorità locali negano, spingendo il governo centrale a inviare una squadra di esperti. «Il picco è stato nella seconda settimana di aprile», conferma ora il ministro della Sanità Osagie Ehanire, riferendo i risultati raccolti dalla task force. Picchi simili si registrano in altri stati del nord: nelle prime tre settimane di maggio nello Stato di Yobe si contano 471 morti, numero insolitamente alto secondo le autorità. Per Muhammad Lawan Gana, commissario locale alla Salute, gran parte delle vittime erano anziani con patologie come ipertensione e diabete, condizioni segnalate come frequenti comorbidità del coronavirus. Già nelle scorse settimane qualcuno aveva denunciato. 

«Siamo preoccupati perché il numero dichiarato di casi è ben lontano da quello reale, potrebbero essere quattro volte di più», spiegava il 28 maggio il dottor Francis Faduyile, a capo della Nigerian Medical Association (Nma). E il responsabile della stessa Nma della sezione di Kano, il dottor Sanusi Muhd Bala, osserva ora ad Avvenire: «La situazione a Kano è relativamente migliorata e calma, ma i casi di Covid-19 non sono certo scomparsi, sebbene siamo più in grado di contenerli e gli ospedali sono più organizzati. Le sfide comunque restano: basti pensare che tuttora molte persone nemmeno credono all’esistenza del virus, specialmente nelle aree meno colpite». Il peggio, qualcuno potrebbe pensare, è alle spalle. Ma è il direttore generale del Centro nigeriano per il controllo delle malattie, il dottor Chikwe Ihekwazu, ad avvertire: «Improbabile che la Nigeria abbia superato il picco della pandemia, è più prudente affermare che la Nigeria sia all’inizio di una pandemia ancora più grande».

Paolo M. Alfieri per AVVENIRE

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