Coronavirus: le sanzioni americane impediscono agli iraniani di difendersi dal virus

E ora in campo scendono gli artisti iraniani, per chiedere al mondo: “Se il coronavirus non conosce frontiere”, chiedono in sostanza 234 di loro in una lettera aperta, “come può la nazione iraniana, soffocata dalle sanzioni, dare una risposta alla pari con gli altri paesi?” La lettera ha fra i suoi firmatari molti nomi noti: come il maestro di musica classica persiana Hossein Alizadeh, intervistato su questo blog durante una sua tournée in Italia, o la regista Rakhshan Banietemad, coraggiosa autrice di film di denuncia dei problemi sociali in Iran, o l’attrice e straordinaria musicista e vocalist Ghazal Shakeri.

“Questa crisi prima o poi passerà, con più o meno vittime – scrivono – ma resteranno i racconti, comuni o diversi, delle sue storie. Resterà la storia degli infermieri sfiniti che per tirare su il morale di pazienti e colleghi si sono messi a ballare nei corridoi infetti degli ospedali nascondendo dietro a questa finta allegria la propria disperazione per la mancanza dei mezzi e medicine. Resterà la storia dei medici rimasti fuori casa per settimane, senza mascherine e guanti, tra i malati in rianimazione, spesso curati per terra nei corridoi degli ospedali. Queste e altre resteranno indelebili nella memoria storica del mondo, e prima o poi, da voi o da noi, verranno raccontate”. Ma intanto il popolo iraniano oggi affronta due emergenze; il virus,e un’altra “che vi auguriamo di non conoscere mai: le sanzioni!”. Senza contare le perenni tensioni di guerra con gli Usa tra l’Iraq e la regione del Golfo, e la crisi profonda dell’economia iraniana, che rende ancora più difficile prendere misure come quelle che prende l’Italia, nonostante le conseguenze recessive.

Non è la prima volta che gli artisti iraniani scendono pubblicamente in campo in questi ultimi mesi, durissimi per l’Iran: un gruppo l’aveva fatto per richiamare l’attenzione sulla repressione delle proteste di novembre. Ma stavolta è diverso, stavolta lanciano un appello analogo a quello che ripetono da settimane anche le autorità della, chiedendo la fine delle sanzioni Usa ai danni delle importazioni di farmaci e strumenti medici. Formalmente le sanzioni non riguardano i beni umanitari, ma nei fatti è così, perché resta la difficoltà poste dalla “massima pressione” Usa nell’accedere ai normali canali finanziari, e gli operatori stranieri temono le sanzioni secondarie. “Dobbiamo avere il permesso di importare strumenti medici nel minor tempo possibile invece di passare attraverso un canale turco, e poi negli Emirati, e di nuovo in Turchia e finalmente in Iran”, spiega un importatore al Financial Times, tracciando uno dei tortuosi iter per aggirare le sanzioni . Anche il canale finanziario attivato dalla Svizzera proprio per facilitare le forniture mediche, pur salutato con favore dalla Casa Bianca, trova ostacoli da parte Usa. Eppure non c’è tempo da perdere, come dimostra un recente studio della Sharif University di Teheran: nel peggiore dei tre scenari possibili – quello in cui il governo non voglia o non possa imporre una piena quarantena, la gente non collabori e non vi sia accesso alla forniture mediche – il picco del contagio sarà raggiunto solo a fine maggio, con 3,5 milioni di morti.

Tutto questo mentre Trump mostra di non avere alcune intenzione di mollare la presa e allentare la sua strategia di “massima pressione”. 
“Gli Usa hanno mandato un messaggio chiaro all’Iran questa settimana: il contagio del virus non lo salveranno dalle sanzioni che soffocano le entrate dal suo petrolio e ne isolano l’economia”, ha sintetizzato la Reuters. Tanto che in questi giorni ha applicato nuove sanzioni nei confronti di cinque società negli Emirati Arabi Uniti, tre in Cina, tre a Hong Kong e una in Sudafrica perché accusate di commerciare con l’Iran in campo petrolchimico. 

Dura la risposta del ministro degli Esteri Zarif: “l’amministrazione Usa si fa vanto di uccidere i cittadini iraniani nel giorno del Nowruz, il nostro anno nuovo. La Casa Bianca porta la sua “massima pressione” ad un nuovo livello di disumanità con il suo pieno disprezzo per la vita umana”.

Già, il Nowruz: il nuovo anno persiano che è cominciato ieri in un modo che non poteva essere più triste: l’ultimo bilancio ufficiale è oggi di 20.610 contagiati e 1.556 morti . Le autorità hanno chiuso da tempo scuole e università, fermato poi le preghiere del venerdì e anche, ma solo nei giorni scorsi, chiuso l’accesso ai santuari più popolari di Qom e Mashad. Gli iraniani sono stati invitati a stare a casa, ma gli acquisti anche in vista della festa sono continuati nei bazar, anche se in tono minore. E molti non hanno rinunciato a partire per le vacanze. Il Nowruz, una ricorrenza che affonda nella tradizione preislamica persiana, è una festa carica di valenze simboliche legate al tema della rinascita. E’ un momento di festa, di socialità familiare, di uscite all’aperto, di vacanze in patria e all’estero. Ma quest’anno la ricorrenza è giunta dopo lunghi mesi di momenti drammatici per il Paese: dalle tensioni con gli Usa nel Golfo alle proteste nelle strade, dall’uccisione del generale Qassem Soleimani da parte Usa all’aereo civile ucraino abbattuto per errore dagli iraniani, fino al dramma del coronavirus. Lunghi mesi senza tregua, di timore e dolore, per il popolo iraniano, di cui ancora non si vede la fine. E’ questa fatica e preoccupazione che si colgono nelle parole e nella voce degli iraniani con cui accade di parlare in questi giorni. E proprio agli iraniani si è rivolto il nostro ambasciatore a Teheran, Giuseppe Perrone, mandando loro un messaggio di auguri in video via Twitter, in lingua persiana. Italia e Iran, ha detto in sostanza, sono legati da millenni di storia, di cultura e di civiltà, e sono ora accomunati anche nella lotta al coronavirus: una battaglia che tuttavia sapranno vincere.

Ma come ce la farà, l’Iran, se il suo sistema sanitario resta azzoppato dalle sanzioni? Una domanda ben chiara anche al presidente della commissione Esteri del Senato Vito Petrocelli, che ha chiesto che l’Italia e l’Europa agiscano sugli Usa . Un nuovo atto di fede in una possibile via d’uscita diplomatica viene intanto proposto dall’International Crisis Group, in un articolo su Foreign Policy a firma di Roberto Maley e Ali Vaez. 

I quali ipotizzano una de-escalation umanitaria in due fasi: la prima prevede che l’Iran conceda permessi temporanei a tutti gli stranieri in carcere (anche in vista di altri scambi di prigionieri) a fronte di un vero via libera Usa alle forniture mediche: la seconda vedrebbe Washington astenersi da un veto sul prestito da 5 miliardi chiesto al Fondo monetario internazionale da Teheran, che a sua volta dovrebbe fare un nuovo passo indietro sulle sue attività nucleari e prevenire nuovi attacchi anti-Usa delle milizie filo-iraniane in Iraq. Ma per Trump, ormai, la diplomazia sembra essere poco più di una illustre sconosciuta.

Luciana Borsatti per HUFF POST

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: