Coronavirus: sulla pelle dei sindaci..

image_pdfimage_print

E adesso, proprio sui cosiddetti “buoni spesa” un fronte si apre anche con i sindaci. C’è chi, come il presidente dell’Anci Veneto parla di “elemosina”. Chi, come quelli del Pd, difende la misura. Chi, come il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, di sinistra ma non organico, parla di “rischio boomerang”. Al fondo, accomunati da una preoccupazione: i soldi stanziati (i famosi 400 milioni) sono pochi e il governo non ha stabilito criteri di distribuzione, dunque tocca a loro. Al momento con ampi margini di discrezionalità. Più di un primo cittadino, contattato dall’HuffPost, dice le stesse parole: “Sapete che significa? Che domani mattina siamo noi che ci troviamo la fila davanti al Comune. E quindi poi se la prenderanno con noi”.

Poveri che già c’erano, nuovi poveri, poveri da Coronavirus, tracciabili, ma anche non tracciabili, come chi si arrangia con i famosi lavoretti (in nero): “Come diavolo fai a stabilire a chi dare le poche risorse?”. La fa facile il governo, che si è basato sulle tabelle della povertà del 2011. Nel frattempo si sono allungate. Fin qui, la storia del bonus. Poi i 4,3 miliardi. Lo spiega Leoluca Orlando a In Mezz’ora in più: “Non sono soldi stanziati per l’emergenza, ma rappresentano solo un’anticipazione dei trasferimenti statali ordinari, già spettanti ai Comuni, che li percepiscono nel primo semestre di ogni anno”.

Tradotto vuol dire che già era previsto che questa somma andasse ai Comuni, per pagare a fine mese stipendi e servizi. Solo che è stata anticipata. E, a questo punto, si pone un problema. A fine mese, dove si trovano gli altri soldi, se questo anticipo viene destinato ai bisogni primari delle persone rimaste senza lavoro a causa del Coronavirus. Che tradotto significa, far mangiare le famiglie, soprattutto al Sud dove si sono viste persone nei supermercati che avrebbero voluto il cibo gratis. Per questo, soprattutto dal Sud, è un coro. Jole Santelli in Calabria, ad esempio, parla “di annuncio roboante che rischia di generare aspettative dei cittadini nei confronti degli amministratori locali”.

Si capisce, dunque, perché si è “politicizzato” lo scontro. “Elemosina”, “presa in giro”, “carognata” dicono i sindaci del centrodestra. Decaro difende il provvedimento, De Magistris dice “bene, ma serve un reddito di quarantena”. È la fotografia di un ulteriore capitolo di un disordine istituzionale, che accompagna questa crisi sin dall’inizio. Prima il conflitto con le Regioni sulle misure di sicurezza, ora con i Comuni sul bonus, anzi sull’annuncio del bonus nella consueta conferenza stampa per dare i titoli ai giornali. La bozza, infatti, è cambiata più volte nella giornata di oggi, secondo la prassi che vengono presentati provvedimenti che sono dei work in progress.

Per intendersi, la bozza circolata ieri sera prevedeva 300 euro una tantum alle famiglie che avrebbero avuto diritto ai buoni pasto per un totale di 150mila euro per i Comuni sopra i 150 mila abitanti. In pratica una città come Roma avrebbe potuto sfamare 500 famiglie. La bozza attuale è radicalmente cambiata e con sé il metodo di suddivisione. L’80% dei 400 milioni, quindi 320 mln, è ripartito in proporzione alla popolazione residente in ciascun comune, i restanti 80 milioni in base alla distanza tra il valore del reddito pro capite di ciascun comune e il valore medio nazionale. Ora non si parla più di 300 euro una tantum per famiglia.

Torniamo al punto dolente. I criteri, per evitare che la scelta sia solo sulle spalle dei sindaci. Nel pomeriggio ci prova il capo della Protezione civile Angelo Borrelli a fornire qualche spiegazione in più: “La gestione dei buoni spesa sarà a cura dei servizi sociali e i Comuni potranno avvalersi degli enti del terzo settore e di unità di protezione civile per l’acquisto delle derrate. L’ordinanza sarà immediatamente operativa”. Rimane molta discrezionalità. Stando così le cose, i Comuni potranno o acquistare i buoni spesa o provvedere all’acquisto del cibo da distribuire alla popolazione. Ma la responsabilità ricade tutta sui sindaci che dovranno decidere a chi dare il contributo. I soldi ai vari Comuni vengono dati soprattutto sulla base del numero di abitanti e non sul reddito, soprattutto perché le tabelle non sono aggiornate. È chiaro perché tutti temono una guerra tra poveri.

Gabriella Cerami per HUFF POST

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: