Cutolo, la giustizia e la vendetta

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Raffaele Cutolo, il sanguinario boss della Nuova Camorra Organizzata, resta in carcere. L’istanza per una sua messa agli arresti domiciliari per motivi di salute è stata rifiutata. Potrà curarsi in strutture carcerarie esistenti e predisposte a farlo. Bene.

Questa notizia ha scatenato la soddisfazione di quanti in questi giorni, giustamente, erano preoccupati da un possibile ritorno a casa di boss mafiosi con la scusa del coronavirus. Il caso Zagaria, cioè di un esponente del clan dei casalesi, posto ai domiciliari in casa della moglie per una tardiva assegnazione a una diversa struttura carceraria in grado di curare i suoi mali ha fatto, giustamente, gridare allo scandalo.

Quando però leggo: ” Giustizia è fatta. Questi criminali devono marcire in carcere fino alla fine dei loro giorni”, non ci sto. Mi rifiuto di accettare logiche del genere.

Nel caso specifico, cioè rispetto a Cutolo, ricordo le sue minacce, gli infiniti lutti da lui provocati, le scioccanti dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che mi raccontarono il mio essere vivo per miracolo. Uno di loro, un boss, mi disse che ero ancora vivo grazie alla donna che doveva incontrare. ” I miei killer ti videro vicino casa di un magistrato, in sua compagnia. Mi dissero che avremmo preso due piccioni con una fava. Ma io non mi fermai, non volevo perdere tempo. Quella ragazza era troppo bella e dissi che ci sarebbe stata una prossima volta…”. Avrei quindi tanti motivi per avercela con Cutolo, ma non riesco a odiarlo, a augurargli di marcire in galera fino alla morte.

Premetto che nei periodi più duri dell’assalto mafioso alla nostra comunità sono stato, dolorosamente, un sostenitore di ciò che oggi si chiama 41 bis, cioè un regime di isolamento totale dei boss mafiosi. Era purtroppo una necessità, nonostante fosse profondamente lesiva di ogni principio umano. Doveva essere una misura temporanea, dettata dall’emergenza, bocciata da più istanze giudiziarie internazionali perché violava il diritto del condannato a non essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti.

In Italia le emergenze, purtroppo, divengono regola. E si vive di simboli. Cutolo è simbolo del male e per questo, nonostante sia un vecchio ottantenne afflitto da molti mali, la cui pericolosità attuale è difficilmente dimostrabile, dovrà fino alla morte vivere in un regime di non vita. 22 ore al giorno in cella. Da solo. 2 ore al giorno in cortile. Da solo. Nessun contatto umano e tra poco neanche il diritto di abbracciare sua figlia che compiendo 12 anni non potrà più farlo.

Il regime del 41 bis è talmente “equo” da non vedervi sottoposto praticamente nessun “colletto bianco”, cioè nessuno di quei politici, imprenditori, servitori infedeli dello Stato, che fanno delle mafie una potenza.

Aggiungo poi che il fine pena mai, cioè l’ergastolo, mi fa orrore. Buttar via le chiavi di una cella è un insulto ai valori più veri della nostra cultura.

La pena serve da una parte a proteggere la nostra società, dall’altra a recuperare chi ne è oggetto. In ogni caso, nella nostra civiltà, non è mai vendetta.

Noi vogliamo giustizia, non vendetta. Abbiamo rispetto della vita di tutti, compresa quella dei nostri nemici.

E’ questo il confine inviolabile tra noi e loro.

silvestro montanaro

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1 Response

  1. Avatar sergio falcone ha detto:

    Mi associo e sottoscrivo

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