Dietro ogni donna che subisce violenza c’è il nostro silenzio


Dietro ad una donna che subisce violenza c’è una famiglia che non vede.

Dei vicini che non sentono.

Un quartiere che si volta dall’altra parte.

Una società che l’ha abbandonata.

Un sistema che nega.

Ci siamo noi.

Quando una donna non denuncia è perché un’altra lo ha già fatto ed è morta, oppure, se si è salvata il suo carnefice ha avuto una pena irrisoria.

Una donna che subisce violenza è una donna che vive in un palazzo, prende un ascensore, saluta, incontra, attraversa le strade della sua città, compra dentro ai negozi, finisce in ospedale, ha delle amiche, porta i figli a scuola, magari va in chiesa.

Una donna che subisce violenza è invisibile e il carnefice non è quasi mai un mostro spuntato all’improvviso dal folto di un bosco, ma suo marito o il suo compagno eppure il più delle volte, quella donna sembra arrivata da Venere.

Nessuno l’ha vista. Nessuno ha sentito. Nessuno sa.

Perché subisce? Mi chiedete sempre di fronte alle storie di femminicidi e violenza?

Perché non è stupida. Lei lo sa di essere invisibile.

Quando subisce violenza. Quando la denuncia quella violenza. E dopo, quando esce la sentenza, ovviamente se è riuscita a dimostrare la colpevolezza del carnefice.

Lei lo sa che noi non la vediamo.

Lei è la ragazza dell’ ultimo piano che ogni tanto si sente urlare la sera, è la mamma di qualche alunno che ha un livido sull’occhio e poi un altro sulla mano, è lo sguardo silenzioso di una figlia che trema appena la sfiori, è la donna che compra la frutta dal negozio all’angolo, è la vicina di banco all’università, la collega, quella che ci ha detto: un giorno o l’altro mi ammazza.

Lei lo sa che il mondo, soprattutto quello maschile, gira lo sguardo.

Si vergogna di sé stesso e ci vergogniamo noi donne di non riuscire a togliergli tutto il potere che detiene.

Perché una donna subisce così tanto da diventare in mano al suo aguzzino carne da macello? Perché non si ribella? Perché permette che lui le infilzi due spille da balia nella bocca?

Ve la do io una risposta: ha paura.

Sa di essere sola. Sa che è lei quella che deve scappare di casa. Nascondersi. E poi ci sono i figli.

Per fortuna ci sono i centri antiviolenza che non smettono mai di essere un presidio importante in questa lotta e devono elemosinare risorse per stare in piedi, il che per un Paese come il nostro è un’indecenza.

Poi ci siamo Noi.

La maggior parte degli uomini difficilmente parla di violenza sulle donne e condivide articoli e storie di femminicidi, in fondo è sempre una cosa che non li riguarda.

Ma c’è una parte di loro che inizia a dissociarsi da comportamenti violenti e, soprattutto, lo dice. Lo esprime.

Non basta stare in silenzio. Mi spiace e parlo anche a chi mi sta vicino: chi tace fa da concime al terreno della violenza sulle donne.

E fino a quando il negazionismo farà questa parte, le donne continueranno a subire e a morire.

E, allora, è alle donne che mi rivolgo. Quelle che hanno un compagno, un marito, un fratello, un amico.

Parlate con loro, raccontate storie e sentenze, descrivete cosa ci succede se diciamo un No, cosa ci succede se ci mettiamo una maglia un po’ più stretta, anche a costo di essere noiose.

Fate in modo che la violenza sulle donne non sia solo un nostro problema ma diventi anche un loro problema, qualcosa da cui dissociarsi con forza.

Solo così l’invisibile diventerà visibile. Solo così un’altra Lei sarà vista mentre attraversava le nostre città, magari avrà meno paura e si salverà.

Penny ( Cinzia Pennati, SOS DONNE BLOG )

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1 Response

  1. Avatar Chiara ha detto:

    Grazie Penny. Ti leggo sempre. I tuoi testi sono dolorosamente stupendi.

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