A boy from the West Bank village of Sinjel, north of Ramallah, drinks from a carafe filled with water from a spring on April 3, 2014. Around 113,000 Palestinians in the West Bank are not connected to the main water supply, thus relying on springs, stored rainwater and water sold from tanker trucks, which is very expensive. TOPSHOTS/AFP PHOTO / ABBAS MOMANIABBAS MOMANI/AFP/Getty Images

DOPO IL MASSACRO DI GAZA, BOICOTTARE ISRAELE

I maggiori esportatori di generi alimentari israeliani stanno affrontando un’ondata senza precedenti di cancellazione degli ordini dall’Europa come risultato del recente massacro dei palestinesi a Gaza, ad opera di Israele.
SuperValu, la più grande catena di distribuzione alimentare in Irlanda, ha riferito la scorsa settimana ai media irlandesi di aver ritirato i prodotti israeliani dai suoi negozi. Questo dopo che movimenti di consumatori avevano messo in piedi vivaci e colorite manifestazioni chiedendo di eliminare i prodotti made in Israele dagli scaffali di vendita.
Le compagnie israeliane d’esportazione frutta e verdura, per le stesse ragioni, stanno affrontando corpose cancellazioni degli ordini dalla Scandinavia, Regno Unito, Francia, Belgio e Irlanda.
I media israeliani raccontano allarmati che altri grandi rivenditori europei hanno preso decisioni simili senza annunciarle pubblicamente.

In Italia, la Coop e la Conad hanno sospeso la commercializzazione dei prodotti provenienti dalle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati. Quindi, niente più agrumi e datteri «made in colonie israeliane nei territori palestinesi occupati», marchiati Agrexco, sugli scaffali di Coop e Noardiconad.
«Coop ha deciso di sospendere la vendita delle merci provenienti dai territori occupati da Israele in quanto tale origine è dichiarata solo nelle documentazioni commerciali ma non è presente sul prodotto». Si tratta di «una sospensione in attesa di ricevere maggiori specificazioni circa la provenienza» indicano fonti della stessa Coop. Infatti, «questa modalità di tracciabilità non permette al consumatore finale di esercitare un diritto di acquisto (o non acquisto) consapevole, mancando una reale distinzione fra i prodotti made in Israele e quelli eventualmente provenienti dai territori occupati. Si tratta quindi di salvaguardare un diritto all’informazione corretta sull’origine dei prodotti, importante per garantire la libertà di scelta dei consumatori, e non di una forma di boicottaggio generalizzato, strumento che Coop non usa».
Ma in sostanza il messaggio è chiaro. Non si accettano prodotti realizzati nelle colonie abusivamente costruite da Israele in Cisgiordania.

Questi i principali marchi israeliani che è possibile boicottare per fare pressione sulle autorità israeliane e costringerle a metter fine sia alle politiche di colonizzazione in Palestina che alla sanguinosa repressione delle pacifiche manifestazioni  palestinesi nella Striscia di Gaza:

– Sodastream ( bevande), Carmel (frutta e verdura) – Jaffa (frutta e verdura) – Kedem (avocadi) – Coral (ciliege) – Top (frutta e verdura) – Beigel (biscotti, aperitivi) – Hasat (agrumi) – Sabra (pasti completi) – Osem (minestre, snacks, biscotti, pasti completi preparati) – Dagir (conserve di pesci) – Holyland (miele, erbe) – Amba (conserve) – Green Valley (vino) – Tivall (prodotti vegetariani) – Agrofresh (cetrioli) – Jordan Valley (datteri) – Dana (pomodori, ciliege) – Epilady (apparecchi di depilazione) -Arance Jaffa

E inoltre:

AHAVA

Ahava significa amore in ebraico, ma nasconde una storia poco romantica. La fabbrica principale, e il suo lussuoso centro per i visitatori, si trova a Mitzpe Shalem, una colonia nella Cisgiordania occupata che possiede anche il 37% del marchio. Questa posizione offre ad Ahava un accesso privilegiato ai minerali e ai fanghi del Mar Morto, che sono gli ingredienti principali di maschere per il viso, lozioni esfolianti e creme idratanti.

Vino delle alture del Golan

Stando al sito web di questa azienda vinicola, la posizione dei loro vigneti di primordine è la migliore in Israele. Peccato però che si tratti delle alture del Golan, territorio occupato strappato alla Siria nella guerra del 1967. Le aziende Carmel, Tshibi e Barkan possiedono tutte vigneti nelle alture del Golan, mentre le aziende Teperberg 1870 e Binyamina operano in Cisgiordania.

Victoria’s Secret

Victoria’s Secret è stata presa di mira dalla campagna per il luogo in cui si approvvigiona dei tessuti. La più grande marca di biancheria intima americana si procura i tessuti presso la Delta Galil Industries, un’azienda con un magazzino nella zona industriale di Barkan, una colonia israeliana in Cisgiordania. Victoria’s Secret non è però l’unica azienda che compra i propri materiali da industrie che si trovano nelle colonie: Delta Galil rifornisce anche aziende come Walmart, Calvin Klein, Nike e Columbia, tra le altre.

Humus Sabra

il maggior produttore americano di humus è di proprietà del Gruppo Strauss, un’azienda israeliana che ha forti legami con l’esercito israeliano. La società ha infatti “adottato” la Brigata Golani, una “unità di elite” dell’Esercito Israeliano

Datteri Medjool

Questi datteri dolcissimi sono tra i principali alimenti palestinesi, e vengono tradizionalmente mangiati per interrompere il digiuno del Ramadan. Oggi però più di metà del raccolto di datteri medjool è prodotta da Israele, spesso nelle colonie situate in terra palestinese e specialmente nella valle del Giordano. Qui sono state registrate pratiche di lavoro illegale di notevoli proporzioni: nel 2008 si scoprì che 7000 bambini palestinesi lavoravano nelle aziende agricole produttrici di datteri nelle colonie. Inoltre, spesso si nasconde il fatto che i datteri provengono dalle colonie apponendo l’etichetta “prodotto in Israele”.

Acqua Eden Spring

Molta dell’acqua in bottiglia Eden Springs, commercializzata in università, enti locali e altre istituzioni, proviene dalle sorgenti di Salukia nelle alture del Golan occupate militarmente da Israele.

Hewlett Packard

L’azienda possiede EDS Israel, che fornisce il sistema di computer del Ministero della Difesa israeliano e produce attrezzatura di alta tecnologia come il Basel System, un sistema biometrico di permessi che controlla il movimento dei lavoratori palestinesi attraversi i checkpoint a Gaza e in Cisgiordania. L’attrezzatura HP è usata dal sistema carcerario e dall’esercito israeliano, e l’azienda ha anche investito nello sviluppo tecnologico degli insediamenti illegali, prendendo parte al progetto Smart City ad Ariel.
Il codice barra sulla maggior parte prodotti israeliani comincia con: 729

Per seguire gli sviluppi della campagna di boicottaggio:

https://stopagrexcoitalia.wordpress.com/

https://www.bdsitalia.org/

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1 Response

  1. Giuseppe Tadolini ha detto:

    Molto interessante. Però credo che il conseguimento di una pace giusta richieda di passare per una “pace possibile”, per raggiungere la quale si devono innanzi tutto cessare le ostilità.
    Mi chiedo: non è che le campagne di boicottaggio rischiano di irrigidire ancor più la politica israeliana e renderla ancora più aggressiva ? Non è che le campagne di boicottaggio rischiano di incrementare ancor più la già potentissima pervasività americana nell’area ?

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