…e dacci oggi la nostra dose di razzismo quotidiano

“Di dove sei?”.
“Eh, dipende”.
“No dico le tue origini”.
“Ah boh. Tipo Ghana”.
“Ah Ghana, quindi Africa”.
“Eh..si”.
“La conosci Jennifer?”.
“No”.
“E’ una mia amica tanzaniana. Ci sei mai stata in Tanzania?”.
“No”.
“Nemmeno io. Bellissima la Tanzania”.
“Si, suppongo di si”.
“Io comunque quest’estate sono uscito con una ragazza somala. Si chiama Janet. La conosci?”.
“No”.
“Ah ok. Pensavo vi conoscevate. Che tosta Janet. Davvero molto sexy. Ero proprio convinto che vi conoscevate”.

Questa è la tipica conversazione con un maschio etero basic (ma anche una femmina basic) che ti chiede, per ragioni che mai capirò, se tu che non l’hai mai visto prima, conosci quell’unico amico nero che ha conosciuto una volta a Maratea 10 anni fa.

E succede ogni fottuta volta.
Naturalmente gli ho risposto in malo modo. Chiedendogli se, lui che era di Napoli, conosceva un mio amico di Bologna che si chiamava Vladimir e lui mi ha guardata sconvolta come a dire “ma questa è scema”.
Perchè, certamente, visto che noi neri siamo tutti una massa di uguali che vive in una capanna di mille chilometri al centro dell’Africa, sotto un banano che ci copre tutti dal calore del sole battente, è lecito chiedere se in qualche maniera ci conosciamo un po’ tutti.

Alla fine di questa assurda conversazione ho realizzato che se facessi o dicessi la metà delle cose assurde di cui si rendono protagonisti alcuni bianchi quando si trovano ad avere a che fare con degli africani, mi darebbero subito la 104 senza nemmeno inoltrare la richiesta.
Welcome to Italy, where every black person diventa bell e buon lo sportello d’ascolto della gente che deve sfogare le proprie pulsioni razziste.

Europa, 2019. What a time to be alive (and black).

Djarah Kan

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