E’ MORTO MATTEO, UNO DI NOI

Matteo Marré Brunenghi aveva 46 anni e lavorava in subappalto per un’azienda di potatura in quel di Pegli, vicino Genova. E’ morto ieri schiacciato da un trattore. Poche righe in cronaca locale, per l’ennesima vittima di un mondo del lavoro che resta insicuro.
Di lui sappiamo solo questo. Niente altro. Ai suoi funerali andrà forse qualche parente. Saranno anonimi, eppure era uno di noi.
Praticamente nelle stesse ore decedeva Sergio Marchionne, manager di un grande gruppo finanziario industriale che sotto la sua guida ha desertificato il mondo del lavoro in Italia. Prime pagine dei giornali e dei telegiornali, lutto nazionale.
E’ la fotografia disperante dei nostri tempi. Un’immagine che sa di tragico, di spaventosamente teatrale.
Abbiamo costruito una società che affonda le sue radici nell’ingiustizia più assoluta. Pochi uomini e famiglie, alcuni consigli di amministrazione, hanno potere assoluto su tutto e tutti, detengono da sole gran parte delle ricchezze del pianeta mentre alla stragrande maggioranza dei suoi abitanti è assicurata una sempre più disperante sopravvivenza.
Dovremmo guardare a questa gente, alle leggi che hanno imposto, come ai grandi nemici dell’umanità. Invece, li celebriamo. I nostri media traboccano delle gesta insolenti di chi sfoggia ricchezze da capogiro e le sperpera pubblicamente e a batter loro le mani, a seguirne e commentarne quotidianamente le bravate, sono i disperati, oramai inebetiti, di tutta  la Terra, gli stessi che pagano le conseguenze, ogni giorno, di un mondo forgiato ad immagine e somiglianza di chi del mondo si fa beffe. Mai come ora il privilegio odioso di pochi viene esaltato.
Non ho niente contro Sergio Marchionne. Faceva il suo lavoro, era un manager super pagato per farlo nel modo in cui l’ha fatto. Ha osservato le regole in vigore. E’ giusto che i suoi padroni lo piangano.
Sarebbe giusto, finalmente, senza bestemmiare la morte di questo manager, che noi tutti piangessimo la morte di Matteo. Era uno di noi.
Aveva sogni e speranze come li abbiamo tutti noi. Piccole speranze e poveri sogni come quelli che coltiviamo anche noi. Spente in un mattino assolato dall’ingiustizia che affligge tutte le nostre vite.

Sarebbe segno di civiltà e coscienza. quella che sembra essersi smarrita in questi nostri tempi bui e folli, in cui la democrazia perde ogni giorno ogni senso e il pianeta è trasformato in un orrido colosseo che agli abitanti del mondo chiede ogni consenso e riserva solo le briciole.

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