EBOLA IN CONGO: agire prima che sia troppo tardi

Nel novembre 2015, durante lo scoppio di Ebola nell’Africa occidentale, soldati, medici e giornalisti si incontravano ogni notte sulla terrazza dell’hotel The Cape a Monrovia, in Liberia, per condividere le paure della loro giornata. Alfred, un epidemiologo britannico dell’Università di Cambridge, ne aveva una terribile.
“Immaginate che un paziente con il virus salga su un aereo qui, nel terzo mondo, e porti la malattia in qualche baraccopoli a Calcutta, Hanoi, Nairobi o Caracas… Come potremmo fermare il virus allora? Sarebbe un massacro!” .
Dopo aver seminato 11.323 morti in sei paesi, la maggior parte tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, l’Ebola è scomparso grazie agli sforzi di questi paesi e degli aiuti internazionali.
Ora è riemerso nel suo punto di origine, la Repubblica Democratica del Congo. Non lungo le sponde del fiume Ebola che dà il nome al virus e dove è stato scoperto, ma su quelle del fiume che dà nome al paese, il potente Congo, quello che fa da confine tra Brazzaville e Kinshasa, le cui rive pullulano di insediamenti umani.
Questo nuovo focolaio di febbre emorragica, del ceppo Zaire, forse il più letale, è il nono negli ultimi 40 anni e si è manifestato in una comunità rurale nella provincia dell’Ecuador, i cui abitanti probabilmente lo hanno assunto mangiando grandi pipistrelli della zona che ne sono uno dei vettori. A 10 giorni dalla scoperta dell’epidemia, sono stati rilevati 21 casi sospetti, ci sono altri 20 probabili e 23 morti, di cui tre sono confermati come portatori del virus.
Il problema è che da questa zona, remota e mal collegata, ideale per isolare un focolaio in pochi giorni , il virus è saltato a Mbandaka, città con un milione di abitanti e porto fluviale molto attivo sulle rotte commerciali tra Kinshasa e Brazzaville, megalopoli da decine di milioni di abitanti e con condizioni sanitarie di base molto precarie. In questa città è già stato rilevato un caso e potrebbero essercene molti altri. Attualmente più di 500 persone sono in isolamento perché venute in contatto con la persona uccisa da Ebola.
L’incubo di Alfred, l’epidemiologo di Monrovia, potrebbe divenire tragica realtà.
Bisogna affrontare questa epidemia immediatamente. La comunità internazionale deve muoversi in fretta. Non come per l’epidemia del 2015 che si lasciò colpevolmente dilagare.

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