Emergency: “Se il virus entra nelle tendopoli dei lavoratori agricoli immigrati della Calabria, sarà un disastro”.

Sotto il sole già caldo della Piana di Gioia Tauro, il furgoncino di Emergency va. Fa tappa nei principali comuni della Piana (Rosarno, Rizziconi, Taurianova, San Ferdinando), di fronte alla ‘nuova’ baraccopoli e in mezzo alla campagna, dove sorgono gli insediamenti informali in cui vivono migliaia di braccianti, soprattutto africani. La navetta carica a bordo chi ha bisogno di farsi vedere da un medico ed è diretta a Polistena, uno dei principali comuni della Piana, dove in un palazzo confiscato alla ’Ndrangheta ha sede l’Ambulatorio di Emergency. Qui la ong offre gratuitamente servizi di medicina di base e specialistica – oltre a educazione sanitaria e orientamento – a chi non ha accesso al Sistema sanitario nazionale perché irregolare o comunque ai margini.

La comparsa di Covid-19, però, ha sconvolto anche questa routine, come ci racconta Mauro Destefano, coordinatore di progetto a Polistena. “Già da fine febbraio, da quando è stata dichiarata l’emergenza coronavirus, abbiamo istituito un protocollo di triage: una sorta di questionario che il sanitario sottopone alla persona che vuole accedere al nostro servizio, sia in ambulatorio che alle fermate della navetta. A seconda della sintomatologia, la persona può accedere o meno al nostro servizio. Se non può accedere, in base alla gravità dei sintomi, o si segnala al Dipartimento di prevenzione o si indica alla persona l’isolamento domiciliare, per poi monitorare gli sviluppi nel tempo. Per ora, fortunatamente, la spia rossa non si è accesa, ma dobbiamo tenere alta la guardia perché se il virus dovesse entrare nella baraccopoli, o in un insediamento informale, sarebbe un disastro…”.

Già, un disastro. Perché l’isolamento domiciliare, nelle condizioni in cui vivono queste persone, è pura utopia. Nonostante siano passati 10 anni dalla rivolta di Rosarno, e nonostante le promesse della politica locale, non si è mai trovata una soluzione ai bisogni abitativi dei lavoratori stagionali. La ‘nuova’ baraccopoli – 450 posti in tutto – si è riempita subito all’inizio della stagione, e tutti gli altri – circa 3mila persone – si sono dovuti arrangiare tra la ‘vecchia’ baraccopoli di San Ferdinando e i cosiddetti ‘insediamenti informali’.

Si vive in tende o baracche, in uno spazio vitale dove è quasi un insulto parlare di distanziamento sociale. “Questa emergenza ha fatto luce su quelle che sono le falle di questo sistema, a ogni livello. Tutto ciò che è stato gestito in maniera emergenziale, oggi viene fuori con particolare virulenza”, osserva Destefano. “Fin da subito abbiamo chiesto alle istituzioni locali e regionali quale tipo di intervento fosse previsto. Ma la risposta è stata nulla. E sono dieci anni che si aspettano soluzioni all’emergenza abitativa”.

Il punto è che – “fortunatamente” – il contagio in Calabria non è esploso, ma basterebbe una scorsa all’omonimo libro per bambini per ricordarsi che le cose possono cambiare e farlo rapidamente. “Per fortuna il contagio in Calabria non è esploso, però siamo sempre lì a incrociare le dita e sperare che non accada. È un paradosso che la Calabria sia tra le Regioni che più spingono per la ripartenza, pur avendo questa potenziale bomba sanitaria al suo interno, e pur essendo una delle Regioni più deboli sul piano della Salute: mancano i posti in terapia intensiva, gli ospedali non sono messi in sicurezza, ci sono strutture abbandonate da anni. Qualora dovesse venir fuori un numero più alto di contagi, qui la situazione può diventare drammatica in un baleno”.

Covid o non Covid, i braccianti intanto continuano ad aver bisogno di cure mediche. “Per gli irregolari, che non possono avere un medico di base, il medico siamo noi e basta. Ma l’accesso all’assistenza sanitaria, in queste zone, è difficile anche per i braccianti che, in teoria, ne avrebbero diritto”.

Ambulatorio
Ambulatorio Emergency

All’ambulatorio – dove arrivano grazie alle navette di Emergency, vista l’atavica insufficienza dei trasporti pubblici – si rivolgono soprattutto lavoratori stagionali: migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana, che tipicamente popolano la Piana da ottobre a inizio aprile per la raccolta agrumicola e dei kiwi (ma che quest’anno, a causa del mix infernale Covid-decreti Sicurezza, sono rimasti bloccati). Ma non solo: “tra i nostri pazienti ci sono anche molti irregolari che arrivano da Romania, Bulgaria, Ucraina, Marocco. Gli uomini lavorano nell’agricoltura; le donne sono soprattutto badanti”.

Per tutti, la cifra comune è la marginalità estrema. “Tra i braccianti africani, gran parte versa in una situazione di labile regolarità che non è molto migliore dell’irregolarità”, spiega Destefano. “Queste persone, anche se in possesso di permessi di soggiorno temporanei, hanno comunque difficoltà ad accedere al Servizio sanitario nazionale. In questi casi interviene Emergency a far da ponte, offrendo sia un servizio di medicina generale, sia di orientamento ai servizi dell’Asp e mediazione culturale. Se c’è bisogno di un percorso di cura specialistico, orientiamo il paziente a ottenere la tessera sanitaria (se possibile) o l’Stp (un codice che consente l’accesso all’assistenza sanitaria di base anche a chi versa in condizioni di irregolarità)”.

Quest’anno le novità introdotte dai decreti Sicurezza e il lockdown imposto dalla pandemia hanno generato una situazione ancora più difficile. “I braccianti che sarebbero dovuti andare via in questo periodo sono rimasti bloccati qui, anche a causa del Covid. Non possono lavorare, non guadagnano e in molti non hanno di che mangiare”.

Né la regolarizzazione di cui si parla in queste settimane può bastare, da sola, a risolvere la situazione. “Nella maggior parte dei casi, queste persone sono in uno status di precaria regolarità: le nuove tipologie di permesso di soggiorno sono difficilmente convertibili in permessi di lavoro”, osserva il coordinatore Emergency. “Avere un ricorso in atto, e quindi essere sulla carta regolari, non garantisce alcuna stabilità, anzi: non è possibile avere un contratto di lavoro, o comunque si hanno poche giornate registrate (motivo per cui nella stragrande maggioranza dei casi non è stato possibile accedere al bonus dei 600 euro)”.

Per Destefano, “è importante parlare di sanatorie per gli irregolari, ma bisogna comprendere anche i migranti ricorrenti. Anziché procedere con i ricorsi, bisognerebbe facilitare l’accesso a veri permessi di soggiorno. Allo stesso tempo vincolare l’ottenimento del permesso di soggiorno a una proposta di assunzione non può funzionare, perché molti non riescono ad avere una proposta di contratto in anticipo. Tra l’altro, nel caso dei braccianti, si tratterebbe di ottenere una proposta di contratto da un’altra Regione, come ad esempio la Puglia, dove molti vorrebbero dirigersi per la stagione che deve iniziare. Bisognerebbe fare un ragionamento più globale che consenta a queste persone di procurarsi da vivere. Finora li abbiano sempre considerati invisibili, ma la loro salute è un problema di tutti”.

Giulia Belardelli per HUFFPOST

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