Evo Morales non fa più sognare

Chi ha conosciuto la Bolivia prima che divenisse presidente, prima volta nella storia del mondo, un indio, Evo Morales, sa bene che quello non era un paese, ma un inferno.

Colpi di stato e dittature. La gran parte della popolazione ridotta in miseria e in una schiavitù di fatto. Ogni sciopero nelle aziende controllate da multinazionali americane, ogni protesta dei campesinos, era occasione di repressioni brutali e sanguinose. Il potere di pochi in Bolivia, e di chi li teneva in piedi dall’esterno come guardiani dei propri interessi,  si fondava sulla mitraglia e la brutalità più feroce

Durante i tre mandati di Morales, eletto a furor di popolo, sono successe molte cose positive, ad esempio il cosiddetto Processo di Cambio che ha portato gli originari (indigeni e meticci) a recuperare la dignità di uomini che gli era stata rubata.

La Bolivia si è emancipata dal potere nordamericano e ha ottenuto una stabilità economica e sociale senza precedenti, specialmente grazie alle nazionalizzazioni delle risorse naturali, dell’elettricità e telecomunicazioni.

In questi anni sotto la presidenza Morales si sono costruite importanti infrastrutture utili al Paese ( strade, centrali idroelettriche, funivie…) e il PIL è sempre stato positivo e i salari basici sono aumentati di molto. Spesso si parla di questa situazione socioeconomica come “il miracolo boliviano”.

Purtroppo ci sono stati anche cambiamenti negativi.

Ad esempio si sono centralizzati i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario ed è cominciato un controllo dei mezzi di comunicazione con minacce ai giornalisti dissidenti. Morales per mantenere il potere negli ultimi 2 anni ha cominciato a polarizzare la società fomentando odio fra vari settori e ponendo i presupposti per discriminazioni e razzismi. Spesso il suo agire è stato incoerente con i suoi enunciati. Ha smesso di ascoltare e di essere voce degli indigeni. Ha brutalizzato la  Pachamama (Madre Terra)  portando avanti una politica distruttiva dell’ecosistema (enormi dighe nella foresta, volontà di costruire centrali nucleari, disboscamento, cattiva gestione degli incendi amazzonici, concessioni ai cinesi per estrarre minerali con sostanze altamente inquinanti, ecc).

Molti boliviani, poi, hanno considerato gravissima la mancata lotta alla corruzione del governo e l’aumentata inefficienza e mediocrità di molti uffici pubblici dovuto al sistema di spartizione clientelare dei posti di potere. La gran parte degli appalti pubblici è stata concessa senza trasparenza e brevi manu portando a situazioni inaccettabili. Anni fa fece scandalo che una ragazza, amante di Morales, fosse a capo dei maggiori affari con la Cina.

Inoltre  grandi inefficienze negli ospedali e  una scolarizzazione mediocre. Il governo ha investito poco nella salute e nell’istruzione.

Nei primi due mandati Morales aveva saputo ascoltare la popolazione, specialmente i più emarginati e i più bisognosi, poi ha perso questa caratteristica, non accettando più critiche o punti di vista differenti. È diventato arrogante e presuntuoso.

La Costituzione Boliviana vietava un quarto mandato. Morales ha cercato di cambiare la Costituzione con un referendum. Il 21 febbraio 2016 i boliviani hanno votato no alla sua pretesa di ricandidatura. Ma, avvallato inspiegabilmente dal Tribunale Supremo Elettorale, lui si è ricandidato, nonostante le molte proteste di piazza. Avrebbe potuto sostenere un nuovo candidato da lui scelto per continuare il Processo di Cambio e quasi sicuramente avrebbe avuto forti consensi. Ma ha preferito tentare di perpetuarsi a vita. E lì tutto è precipitato, sprofondando la Bolivia nel caos attuale e favorendo l’avanzata delle peggiori destre golpiste.

Alle elezioni del 20 ottobre scorso gli exit poll davano Morales con un  7% di differenza in più sul suo principale rivale Carlos Mesa. Bisognava, in base agli exitpoll  andare al ballottaggio come prevede la legge elettorale che richiede o una maggioranza assoluta dei voti o uno scarto almeno del 10% tra i candidati principali.

Inizia lo scrutinio reale (che per trasparenza deve essere reso pubblico in tempo reale sul web) e all’84% del computo si confermano i dati degli exit poll. A questo punto la presidentessa del TSE, il tribunale elettorale, ordina di non aggiornare i dati nel web. Dopo 24 ore di assenza di dati si proclama Morales vincitore con un 10,14% di differenza da Mesa, quindi al primo turno, senza ballottaggio. Ingegneri statistici affermano che la variazione dei dati è inspiegabile da un punto di vista statistico. In varie città si sono incontrate migliaia di schede elettorali nell’immondizia e dentro automobili e case private; vari cittadini hanno denunciato che i propri familiari morti risultavano aver votato…

Per 3 settimane le città sono state paralizzate da manifestazioni e blocchi stradali in richiesta di nuove elezioni con un nuovo Tribunale Elettorale. Gruppi di affini al MAS (partito di governo) hanno cercato più volte di forzare i picchetti dei manifestanti con uso di dinamite, bastoni e fionde seminando terrore e violenza. Centinaia i manifestanti feriti e tre morti. Una deputata del MAS è ricercata dalla polizia per essere la mandante di un duplice omicidio e suo fratello l’esecutore. Hanno ucciso due oppositori. Nessuno del governo ha dimostrato cordoglio e non hanno dimesso la deputata.

Dall’altra parte si è aperta un’occasione insperata per vecchi arnesi del tempo delle dittature e dei colpi di stato. Fernando Camacho, da Santa Cruz, la roccaforte delle destre boliviane, conosciuto per le sue idee di destra, secessionistiche, razziste e maschiliste ha invitato all’insurrezione violenta. Bande organizzate hanno preso d’assalto le abitazioni di ministri, persino quella della sorella di Morales, incendiandole. Sono tornati in campo golpisti e fascisti forti dell’aiuto di circoli reazionari di chi si sentiva penalizzato dalle riforme in Bolivia, soprattutto dalle nazionalizzazioni.

La polizia si è ritirata in caserma non volendo un ingiusto bagno di sangue. L’esercito ha chiesto a Morales di rassegnare le dimissioni. E un Evo Morales, screditato, abbandonato anche da grandi protagonisti del Cambio, si è dimesso ed è in pratica fuggito lasciando dietro di se un deserto che rischia di soffocare per lungo tempo le ansie di giustizia della sua gente e di riportare al potere il peggio della politica boliviana riconsegnando la Bolivia agli appetiti del potente vicino americano.

 

Ivan Marchetti

 

 

 

 

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