Football Soccer - France v Romania - EURO 2016 - Group A - Stade de France, Saint-Denis near Paris, France - 10/6/16 France team group REUTERS/Christian Hartmann Livepic

Francia: il colonialismo nel pallone

 

Quando, nell’ottavo di finale mondiale,  Kylian Mbappé ha aperto il gas e come un’antilope nella savana si è lanciato a tutta velocità verso la porta dell’Argentina, mettendosi alle spalle con estrema naturalezza  Mascherano,  prima di circumnavigare Rojo, ccostretto ad abbatterlo causando il rigore del vantaggio francese, qualcuno in Camerun ha rivisto per un attimo le accelerazioni fulminanti di Samuel Eto’o. Nella lunga e impressionante fuga per la vittoria con cui ha stupito il Mondo, dopotutto, è emersa prepotente l’anima africana della stella del PSG, nata e cresciuta nella periferia parigina in una famiglia di sportivi di origini africane:  il padre Wilfred, originario del Camerun come suggerisce inequivocabilmente il cognome, è stato un dirigente dell’AS Bondy, la piccola squadra di quartiere dove Kylian ha messo i primi passi, mentre la madre Fayza, di origini algerine, ha praticato a lungo la pallamano a livello professionistico

Per questo, forse, anche se in teoria l’Africa aveva salutato il Mondiale già dopo la fase a gruppi, evento che non si verificava dal 1982, il giornale burkinabé “Courrier International” ha parlato provocatoriamente della Francia come della “sesta” squadra africana presente in Russia, risollevando una tematica vecchia come il Mondo e tornata ciclicamente al centro del dibattito non solo calcistico francese: “Con un pizzico d’ironia possiamo affermare che la Francia “africana” ha vendicato l’Africa”, hanno scritto.

Una provocazione a metà tra la critica nemmeno troppo velata al colonialismo e la battuta smaliziata, certo, ma con più di un fondo di verità. D’altronde bastava dare una rapida occhiata alla lista dei convocati di Deschamps per coglierne il senso.  Dei 23 Bleus prescelti per l’avventura russa, infatti, in 14 avevano radici africane, senza contare i giocatori originari dei Dpartimenti e regioni d’oltremare, come ad esempio il “martinicano” Raphaël Varane. Con tre “galletti” a testa la Repubblica Democratica del Congo (Mandanda, Kimpembe, N’Zonzi) e il Mali (Sidibé, Kanté, Dembélé), guidavano la classifica degli Stati più rappresentati, seguiti a ruota da Camerun (Mbappé, Umtiti), Guinea (Pogba), Senegal (Mendy), Angola (Matuidi), Togo (Tolisso), Marocco (Rami) e Algeria (Fekir). 

Non deve quindi stupire se, come testimoniato da un bel reportage della BBC, all’indomani dell’uscita di scena di tutte le ambasciatrici delle Afriche, molte delle tante comunità di immigrati africani presenti nell’Esagono hanno scelto di simpatizzare per i Bleus non solo perché si tratta del Paese di cui sono ospiti, ma soprattutto perché “la squadra della Francia è anche l’immagine dell’Africa, in un certo senso“. 

Un rapporto speciale

Quello tra l’Africa, in special modo quella Occidentale, e la Francia è un rapporto “particolare”, basato su una contiguità linguistico-culturale imposta attraverso decenni di dominio coloniale e di successivi flussi migratori.  “Normale”, quindi, che nel 1931  con la convocazione di Raoul Diagne, un erculeo centrale difensivo figlio di un politico senegalese e una donna guyanese, siano stati proprio i transalpini ad anticipare i tempi, diventando la prima nazionale europea a schierare un giocatore di colore  negli stessi giorni in cui a Parigi quasi cinquantamila persone visitavano l’Esposizione Coloniale, quella in cui gli avi neo-caledoniani di Christian Karembeu si esibirono nel ruolo di “cannibali” davanti ad una folla entusiasta in uno zoo umano.  

Sulla scia di Diagne, la presenza degli immigrati naturalizzati, o semplicemente dei loro discendenti, si è moltiplicata a vista d’occhio, trasformandosi ben presto in un’imprescindibile riserva di talento per la nazionale  francese. Tra gli altri, in quegli anni indossano per la prima volta il bleu l’algerino Ali Benouna, il primo algerino di sempre a militare nel campionato francese, ma soprattutto il marocchino Larbi Benbarek, alias la Perla Nera di Casablanca, probabilmente il primo, vero divo sfornato dal calcio africano, in futuro benedetto anche da Pelé, che dirà di lui: “Se io sono il re del calcio, allora Benbarek ne è il Dio”. 

Un processo d’ora in poi costante e inarrestabile, alimentato da un colonialismo mascherato da volontarismo nel reclutare i giovani atleti, ma successivamente rallentato dalle contingenze della Guerra d’Algeria, quando diversi giocatori dei Bleus, tra cui spiccava l’asso del SaintÉtienne Rachid Mekhloufi, hanno sacrificato la propria carriera sull’altare dell’indipendenza, abbandonando clandestinamente il Paese e si sono uniti alla squadra fantasma del Fronte di Liberazione Nazionale algerino, considerata un’organizzazione terroristica dalla Francia del generale De Gaulle. Questione di priorità: “Oggi la gente ragiona in termini di carriera, riconoscimenti e denaro. La Coppa del Mondo? Certo, anche io ci penso, ma allora non c’era nulla che potesse avere lo stesso valore delll’indipendenza del mio paese”, spiegava Mekhloufi.

La romantica esperienza della squadra del FLN, magistralmente raccontata da  Michel Nait-Challal nel libro “Dribbleurs de l’Indepéndance”, addizionata al processo di decolonizzazione in corso e alla fondazione del BUMIDOM (Bureau pour le développement des migrations dans les départements d’outre-mer) nel 1963, hanno letteralmente cambiato le carte in tavola, segnando una rottura netta col passato. 

Non a caso, quindi, in quegli anni la federazione francese si è guardata intorno e puntato gli occhi sui DOM-TOM, varcando una nuova frontiera del reclutamento.  La nazionale dell’epoca, punteggiata da giocatori “antillais”, avrebbe rispecchiato fedelmente quel passaggio di testimone, riflettendo in controluce l’evoluzione  etnica dei Bleus, anche se, almeno nell’immediato, non ne avrebbe tratto grossi benefici dal punto di vista sportivo. 

Questione di tempo. Il reclutamento dai DOM-TOM e dall’Africa Nera, espressione sportiva del neocolonialismo francese, ha iniziato a pagare i divendi  attesi nella seconda metà degli anni ‘70. Quando cioé il guadalupense  Marius Trésor, pilastro assieme allo sfortunato  “senegalese” Jean-Pierre Adams (finito in coma nel 1982 a causa di un’operazione mal eseguita al ginocchio e da allora mai più ripresosi) dell’impenetrabile Garde Noir, è diventato Il primo giocatore di colore ad indossare la fascia da capitano dei Bleus,  guidando una Francia sempre più multietnica e plurale dove si intravedevano i germogli della leggendaria “Generazione Platini”, verso la qualificazione ad Argentina ‘78: “Capii che portare al braccia quella fascia era importante non solo per gli antillani, ma per i neri in generale, ricorderà anni dopo Trésor.

Blanc, black, beur

Proprio quella nidiata di talenti, di cui avrebbe fatto parte anche il “maliano” Jean Tigana, uno dei quattro vertici del celebre “quadrato magico  di Michel Hidalgo,  non solo avrebbe reso finalmente i Bleus vincenti, portando nello stesso anno (1984) la Francia sul tetto delle Olimpiadi e su quello d’Europa, ma  sarebbe stato il perfetto trait-d’union  con la nazionale degli anni ‘90, simbolo dell’immigrazione di seconda generazione, nonché rappresentazione in miniatura del multiculturalismo della società francese, sempre attenta a temi come l’immigrazione e l’inclusione delle minoranze. Non a caso nel 1998, subito dopo del  trionfo nella finale con il Brasile della Francia dei vari Thuram, Karembeu, Zidane e Henry, sarebbe nato il mito della generazione “black, blanc, beur”, ammantato dalla retorica del mosaico di razze riunite sotto il tricolore francese, e cavalcato con entusiasmo in un celebre discorso dall’allora Presidente Jacques Chirac: “Questo trionfo ci ha fatto capire l’importanza della solidarietà, della coesione e ha dimostrato che la Francia possiede un’anima.  Oggi questa squadra tricolore e multicolore restituisce una bella immagine di una Francia forte e unita”. Sembrava una favola, e qualcuno ci ha creduto pure, ma  in realtà si trattava di una verità di comodo, un diversivo necessario alla classe politica per spostare l’attenzione dai problemi più urgenti e fornire al contempo un immagine del Paese rassicurante e inclusiva. Lo si è capito bene la sera del 6 Ottobre 2001, quando, su espressa volontà del Ministro dello Sport Marie-George Buffet, per la prima volta dai tempi dell’indipendenza a Saint-Denis si è giocata un’amichevole tra Francia e Algeria. Il clima, contrariamente a quanto auspicato dagli organizzatori che immaginavano la partita come un momento di tolleranza e integrazione, era teso, i tifosi algerini sommersero di  fischi la Marsigliese, e nella ripresa invasero il terreno di gioco, costringendo la polizia ad intervenire e l’arbitro a sospendere la gara sul 4-1 per i Bleus: “Il match è stato vittima della propria densità emozionale”, dichiarerà l’ambasciatore algerino in Francia, mentre un deputato dell’UMP se la legherà al dito, chiedendo attraverso un emendamento di perseguire penalmente in futuro gli autori del vilipendio all’inno. I tempi erano cambiati. Senza più la maschera populista a coprire la vera faccia del Paese, oltre che a nasconderne le mille problematiche sotto un velo di retorica unificante, un anno più tardi Jean-Marie Le Pen,  leader del Front National secondo cui “non aveva granché senso prelevare giocatori dall’estero e poi chiamare la Nazionale Équipe de France”, ha rischiato seriamente di ascendere al soglio presidenziale, ma è stato battuto  al ballottaggio da Chirac. Il padre di Marine non è stato, comunque, il solo a criticare il multiculturalismo e le mille anime dei Bleus, specialmente quelle nere.  Tra i più agguerriti detrattori c’era il filosofo Alain Finkielkraut: “La gente dice che la nazionale francese è amata da tutti perché è black, blanc e beur,. In realtà è black, black, black, e ciò la rende la barzelletta d’Europa”, dirà in una lunga intervista agli israeliani di Haaretz nello stesso anno in la rivolta delle banlieues infiammava le periferie, definite infelicemente “feccia” dall’allora Ministro dell’Interno Nikolas Sarkozy in visita ad Argenteuil,  e la Francia di Raymond Domenech giocava la sua prima, simbolica partita alle Antille.

Di neri, arabi, binazionali e quote, si è ritornato a parlare nel 2010 all’indomani dei Mondiali sudafricani. Ovviamente dopo una disfatta, quando nelle minoranze, magari in precedenza glorificate, diventa più semplice individuare il capro espiatorio al quale addossare tutte le colpe. Il tragicomico epilogo dell’avventura mondiale in Sudafrica, iniziata tra le polemiche scatenate dal fallo di mano di Henry nello spareggio con l’Irlanda di Trapattoni, e finita tra litigi in diretta tv, fughe incontrollate di notizie, allontanamenti coatti, talpe non meglio identificate e ignominiosi ammutinamenti, ha fatto arrossire di vergogna l’intero Paese, costringendo l’Assemblea Nazionale ad aprire persino una commissione d’inchiesta per indagare le cause dell’accaduto: ”Se i leader dello spogliatoio insorsero fu perché la gestione era pessima. Se metti 25 persone in una stanza chiusa, con un capo lontano, inevitabilmente qualcuno vorrà assumere il potere e ci saranno conflitti violenti”, ha spiegato Roselyn Bachelot, la Ministra dello Sport dell’epoca, passata alla storia per un discorso tutt’altro che conciliante esposto di fronte al Parlamento all’indomani della disfatta, dove si batteva il tasto della categorizzazione tra “caïds” e “gamins”, anche se lei ha sempre precisato di non aver dato una connotazione razziale a quelle parole.

Solo un anno più tardi, invece, al centro della bufera è finito Laurent Blanc.  Il commissario tecnico si era affannato a spiegare come, alla base della scelta della Federazione di limitare al 30% la presenza non francese nei vivai, non ci fossero motivazioni di stampo razziale, ma solo di binazionalità, salvo poi venire prontamente smentito da una serie di imbarazzanti  intercettazioni diffuse dal sito Mediapart in cui lo si sentiva invocare il ricorso alle “quote razziali” durante una riunione federale con il direttore tecnico dei Bleus, François Blaquart, la cui testa sarà la prima a rotolare in seguito al deflagrare dello scandalo: “Si ha l’impressione che si formi sempre lo stesso prototipo di giocatori: grossi, forti, potenti. E chi sono attualmente quelli grossi, forti, potenti? I neri. E’ un fatto. Credo che dobbiamo ripensarci, specie per dei ragazzini, avere degli altri criteri, plasmarli con la nostra cultura. Prendete spagnoli: loro non hanno di questi problemi. Gli spagnoli mi hanno detto una volta: noi di neri non ne abbiamo”.

Blanc, che tra le altre cose aveva proibito il buffet halal dopo le partite, lascerà il timone dopo il fallimentare europeo del 2012, ma nemmeno la Nazionale di Deschamps si rivelerà  immune alle polemiche di matrice etnico-razziale (vedi il caso Benzema), anche se  rimane innegabile che la spinta decisiva per la  rinascita del calcio francese dopo le macerie di Knysna sia arrivata proprio da quei binazionali così tanto osteggiati dall’ex difensore dell’Inter.  Ma soprattutto dai vari pôles espoirs disseminati per l’Esagono, da dove per esempio è fuoriuscito Kylian Mbappé, e di cui il nuovo Presidente Emmanuel Macron è il primo sponsor: “Grazie ai centri federali i club investono sui giovani indipendentemente dalle loro origini”. Dopotutto, per dirla alla Michel Hidalgo, “Équipe è la più bella parola del Mondo”. 

 

Vincenzo Lacerenza

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: