Genocidio Ruanda: tutti innocenti….

Cade quest’anno, in aprile, la commemorazione dei 25 anni della tragedia rwandese che è senza dubbio la più pura espressione delle contraddizioni e dei miti più insostenibili della storia contemporanea. Alla base c’è una guerra civile di estrema violenza, di cui nessuno accetta la responsabilità, seguita da un genocidio di cui si sono fornite molteplici spiegazioni e infine da una guerra di dimensioni continentali – dodici paesi implicati – che si è svolta in due fasi (1996-1997 e 1998-2003) e ha avuto come teatro la Repubblica democratica del Congo.

Il tutto su un terreno dove i luoghi comuni si accumulano come piatti sporchi: i belgi si sono limitati a passare da quelle parti; la Chiesa cattolica, che ha cogestito la colonizzazione (e ancor più la decolonizzazione) ne è rimasta lacerata pur rimanendo innocente; gli hutu (etnia largamente maggioritaria) sono un popolo di oppressi (o di assassini manipolati da dei capi diabolici, a scelta); i tutsi (etnia minoritaria) sono stati vittime della storia, ma hanno posto fine al genocidio e creato uno stato ultramoderno e molto ordinato; i francesi si sono smarriti nella regione ma non gli si può rimproverare nulla, essendo le loro intenzioni eccellenti; quanto alla comunità internazionale, è stata un po’ distratta ma si è riscattata fornendo aiuti di alto livello.

La guerra continentale è già stata dimenticata (facendo supporre che nessuno se ne sia mai accorto) anche se ha causato 3,5 milioni di morti, il più grande massacro dopo la Seconda guerra mondiale. Ma come aveva bisbigliato François Mitterrand mentre si cercava di capire se c’era stato uno o più genocidi, «voi sapete, in quei paesi…». Quello che stava accadendo quell’aprile 1994 non faceva paura a nessuno, perché non erano implicati dei musulmani… Solo degli africani neri che, come ha detto il presidente Sarkozy, non sono ancora entrati sufficientemente nella storia.

Ora il problema è che questa storia non è terminata. L’Europa ha pur avuto la Guerra dei trent’anni, la Guerra dei cent’anni e due Guerre mondiali. E ogni volta sono stati necessari molto tempo e molti sforzi per uscire dalle conseguenze dei conflitti. Della grande guerra continentale africana, che non è ancora conclusa, nessuno è interessato a capirne la cause e ad affrontarne le conseguenze.

Aspetti oscuri

Pertanto questo anniversario dovrebbe essere allo stesso tempo la promessa di un “mai più” e il discreto suggerimento che la “pace” ha un garante unico, il presidente rwandese Paul Kagame, al potere da 25 anni. Ciò vuol dire una cosa: che si continua ad affrontare questo mostruoso argomento con l’atteggiamento – un misto di negazione e d’indifferenza – che ha governato fino a ora il nostro modo di trattare la questione.

Vediamo quali sono gli aspetti storici essenziali che rimangono oscuri. Qual è stato il ruolo reale della Francia? Chi ha abbattuto, il 6 aprile 1994 nel cielo di Kigali, l’aereo sul quale si trovavano i presidenti Juvénal Habyarimana (presidente-dittatore del Rwanda dal 1973 al 1994) e Cyprien Ntaryamira (presidente del Burundi)? Che cosa è accaduto alle Nazioni Unite a New York nei primi giorni del genocidio e perché non c’è stato nessun tentativo d’intervento, visto che i Caschi blu erano presenti sul posto? Qual è la natura del regime istaurato dopo il 1994 dal presidente Kagame, universalmente considerato come l’“eroe” di questa saga insanguinata? Ha davvero Kagame «risolto il problema» e se sì come? E, del resto, c’è un problema unico che consenta di spiegare tutto e dunque di agire in avanti?

La faccenda è troppo spesso percepita come un enigma insolubile e quindi le “spiegazioni” si troverebbero ai due estremi opposti di ciò che possiamo chiamare “scienze umane”. Alla mia sinistra, i sostenitori di un’apertura costruttiva, che vedono la crisi permanente del Rwanda come il prodotto della colonizzazione, di una scissione artificiale di un popolo in due gruppi, vittime di un antagonismo di riporto, dell’imperialismo internazionale (compreso, in questo caso, quello della Francia che ha esagerato e degli Stati Uniti che non hanno fatto abbastanza) e degli scambi economici ineguali. Alla mia destra, abbiamo gli odi multisecolari dei tutsi e degli hutu, la violenza degli africani primitivi, la cecità delle politiche di aiuto e i complotti degli anglosassoni (quest’ultima “spiegazione” è una variante propria dei francesi).

E in pieno centro, totem indecifrabile eretto dal consenso quasi generale, il presidente Kagame. L’interpretazione che si dà del suo personaggio pre-orienta la prospettiva sulle cause e sugli effetti del genocidio. Il mago che si è posto al vertice di questa piramide di violenza amerebbe presentarsi come il conciliatore degli africani e l’araldo dei valori universali. Ruolo che gli calza male tanto per la pressione della storia quanto per il suo temperamento.

Consenso staliniano

Tuttavia gli va reso un merito: è riuscito a modificare il giudizio sul Rwanda sia nel suo paese sia nella comunità internazionale. La prospettiva secondo cui è visto – e attraverso lui il futuro del Rwanda – non è più tutsi o hutu, è politica e programmatica. Naturalmente sono ben presenti ampi segmenti di opinione pubblica per i quali Paul Kagame è buono (se si è tutsi) o cattivo (se si è hutu). Ma non è nemmeno certo che questi segmenti rappresentino maggioranze.

La «riconciliazione in profondità» di cui si vanta il regime di Kigali è certo un depistaggio e le elezioni vinte con il 98,7% dei consensi sono troppo staliniane per essere… reali. Nondimeno il regime è sostenuto dalla maggioranza della popolazione, per la quale il 1994 e le sue conseguenze rimangono un incubo.

Alcuni intellettuali e militanti non accettano questa semplificazione, di volta in volta per ragioni di morale pubblica, di politica a lungo termine e di fattibilità geopolitica. Si tratta di oppositori del regime, che in maggioranza, oggi, sono tutsi. Gli hutu sono troppo controllati, troppo contenuti, troppo manipolati e troppo scoraggiati per potersi permettere il lusso di essere oppositori attivi. Solo alcuni tutsi, che combinano una percezione chiara del regime, uno statuto personale semi-protetto e la speranza di poter trarne dei vantaggi, osano ancora tentare l’avventura dell’opposizione.

Poi ci sono oppositori hutu che non si capisce se siamo spinti da un grande coraggio o da un errore di lettura del contesto. Come Victoire Ingabire, condannata a 15 anni nel 2013 per cospirazione e per aver minimizzato il genocidio, in realtà per aver tentato di presentarsi alle presidenziali del 2010, e graziata il 14 settembre 2018 dal re Kagame. Da sottolineare che molti di coloro che sono stati uccisi negli ultimi anni, erano dei tutsi che rappresentavano per il regime di Kagame una minaccia più diretta.

La tenuta del tessuto sociale

Il regime rwandese si vanta di una crescita economica impressionante e oggigiorno le analisi hanno la tendenza a estrapolare il tasso di crescita per farne un tasso di soddisfazione. Anche qui è necessario porsi due domande. Qual è la vera ripartizione della ricchezza creata? Gli atti politici sono motivati soprattutto dall’economia o sono piuttosto un fascio di motivazioni complesse di cui la dimensione economica non è che uno dei fili conduttori?

Nonostante il persistere di una paura latente, non ci sarà a breve o a medio termine un ripetersi dell’orrore del 1994. Ma la crescita economica non è mai stata una panacea, soprattutto in un contesto così carico emotivamente e politicamente, e con tanti non-detti appesi agli uncini della storia. Ci sono governi che organizzano genocidi, ma non vediamo che cosa potrebbe spingere i tutsi a commetterne uno. Gli hutu, la cui massa permetterebbe loro di compierlo se lo volessero (e ciò è lontano dall’essere certo), non ne hanno né i mezzi politici né militari.

Il timore che può abitarci in questo 25° anniversario è molto più semplice: vedere l’attuale monarchia rwandese continuare ad vitam aeternam in un vuoto politico, fino al punto in cui il tessuto sociale che la sottende collassi sotto il suo stesso peso, in una sorta di Algeria dei Grandi Laghi.

 

Gerard Prunier per NIGRIZIA

 

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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