GIUSTIZIA PER SOUMAILA, UNO DI NOI

Veniva dal Mali, paese bellissimo e dalla storia secolare, meta del turismo internazionale. Soumaila Sacko, 29 anni, aveva dovuto scappare. C’era la guerra nel suo paese divenuto un inferno per le ricchezze del sottosuolo che fanno gola a tanti e perché al centro della contesa geopolitica tra i grandi del mondo.
Era qui in Italia da qualche anno. Documenti a posto, gran lavoratore, si spaccava la schiena raccogliendo i frutti della nostra terra, da nord a sud, come migliaia di altri lavoratori extracomunitari.
Lo hanno ucciso come un cane, a colpi di fucile, mentre aiutava due amici, anche loro in regola, a prendere delle lamiere da una vecchia azienda abbandonata. Voleva aiutarli a costruire una baracca dove passar la notte alla fine di giornate da sfinimento, sotto il sole rovente calabrese.
Sì, perché baracche offriamo a chi, con il suo lavoro, mantiene in piedi la nostra agricoltura. E Soumaila non rubava lavoro agli italiani. I nostri, quel lavoro non vogliono più farlo.
Ne ho visitati tanti di questi accampamenti miserabili. Al nord e al sud. Inferni, letamai dove neanche un animale dovrebbe vivere. Soumaila e quelli come lui invece si, accettano anche questo pur di mandare un po’ di soldi a casa. Ho visto le manifestazioni degli amici di Salvini contro ogni ipotesi di costruire alloggi civili nelle zone agricole del nostro settentrione. Eppure senza i Soumaila le loro terre marcirebbero. Per loro, invece, si concedono al massimo lamiere, nelle periferie più degradate e mal servite. Altra fatica e altro dolore, quello dell’offesa alla propria umanità. Chilometri e chilometri da fare a piedi per raggiungere i campi dove farsi sfruttare.
Sì, perché le paghe dei Soumaila sono paghe per “negri”. E per le donne, ancora peggio. In tante sono sottoposte ad ogni abuso, compresa la violenza, se vogliono lavorare. Il caporalato ingrassa dal Piemonte alla Sicilia e sarebbe davvero interessante sapere chi se ne occupa nel nostro nord. Avremmo incredibili sorprese se sono vere le tante denunce che mi arrivano.
Soumaila era un ragazzo di pace. E di giustizia. Era divenuto sindacalista, difendeva i diritti di quelli come lui. E il nostro diritto a definirci umani e civili. Soumalia era ultimo tra gli ultimi, ma la testa sempre alta.
I media hanno raccontato che chi ha sparato, ha mirato a un ladro. Che vergogna. Una squallida bugia. Quella fabbrica è abbandonata da anni. E’ sotto sequestro perché era usata come deposito di rifiuti tossici. 135000 tonnellate. L’intera zona è punteggiata di capannoni abbandonati, nati e morti solo per arraffare i finanziamenti previsti dalla legge 488.
In rete si è scritto di tutto nella barbarie che accompagna, crescente, i nostri giorni.
In molti hanno ipotizzato che questo omicidio sia figlio, come altri, della guerra agli immigrati e agli africani di certi leader politici. Altri, invece, hanno subito minimizzato. Era lì per rubare. Un fatto di mafia, il razzismo c’entra niente.
Saranno le indagini, si spera rapide, a dirci la verità. Quindi è bene, per ora, non lasciarsi andare a inutili e ignobili strumentalizzazioni.
L’unico fatto certo è che è stato ucciso un lavoratore. Hanno tolto la vita ad una brava persona e a un sindacalista. Un povero di cui resta solo una foto, quella dei suoi documenti. Hanno tolto il pane e la speranza ad una famiglia. Ferito la coscienza democratica di questo paese. Umiliato, ancora una volta, donne e uomini che lavorano per noi.

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