Gli strani affari petroliferi della Lega

Giovanni Tizian e Stefano Vergine sono due tra i migliori giornalisti investigativi d’Italia. Il primo ha una lunga esperienza di inchieste sulle varie mafie del nostro Paese, il secondo è un esperto di questioni economico-finanziarie e membro del team dell’Espresso che ha seguito la vicenda dei Panama Papers. Chi meglio di loro, quindi, poteva prendere in mano uno dei dossier più scottanti degli ultimi anni: quello sulla Lega (non più Nord).

E visto che uno dei principi cardine del giornalismo investigativo è quello di “seguire il denaro”, nel loro ottimo “Il Libro Nero della Lega (Editori Laterza), Tizian e Vergine provano a sbrigliare l’intricata matassa dei famosi 49 milioni di euro intascati “proditoriamente” dall’attuale partito al governo con il Movimento Cinque Stelle. Partendo dal punto fermo che quel denaro non doveva entrare nelle casse della Lega, si capisce come tutti quei milioni siano usciti dalla porta per rispuntare dalla finestra. Il tutto grazie a una serie di operazioni a tinte fosche e passando pure per una misteriosa holding lussemburghese, in teoria un Paese dell’UE che dovrebbe essere grande nemico sovranisti per il suo regime fiscale spregiudicato e controversi accordi fiscali tutti a beneficio delle grandi multinazionali. Quei poteri forti del mondo della finanza contro cui Matteo Salvini dice di voler combattere.

Ma le contraddizioni non finiscono qui, così come le azioni “discutibili”. Per conquistare il Sud Italia sono stati combinati matrimoni senza troppi scrupoli con ex democristiani, neofascisti e personaggi fin troppo vicini alla criminalità organizzata, ovviamente rinnegando praticamente in toto il sogno della “Padania Libera”.

Tra le more delle relazioni pericolose che la Lega salviniana ha instaurato con la russia putiniana, c’è un passaggio dell’ottimo libro di Tizian e Vergine che ci ha fatto saltare sulla sedia.

La trattativa per finanziare la Lega con soldi russi è iniziata perlomeno l’estate scorsa. Già allora l’obiettivo era nascondere il sostegno economico dietro una compravendita petrolifera. Lo dimostra un documento del 24 luglio. Un’offerta inviata da Gianluca Savoini, l’uomo di Matteo Salvini a Mosca, e ricevuta da una società russa che condivide gli uffici con due aziende intestate all’oligarca Konstantin Malofeev (presente al recente World Family Congress di Verona, ndr).

La trattativa è proseguita il 18 ottobre, con l’incontro all’Hotel Metropol, a pochi passi dal teatro Bolshoi e dalla piazza Rossa. Quel giorno Savoini è seduto nella hall dell’albergo con tre russi e due italiani. Dopo un’introduzione politica, Savoini lascia la parola ai “nostri partner tecnici” per discutere i termini dell’affare. A vendere il gasolio sarebbe Rosneft, dicono i russi.

A comprare sarebbe Eni, assicurano gli italiani. Si parla di 3 milioni di tonnellate di diesel. L’avvocato italiano dice che non c’è problema: assicura che Eni ha le capacità per comprarne anche di più all’occorrenza. Il diesel verrà venduto dalla major russa con uno sconto minimo del 4 per cento sul prezzo Platts, il principale riferimento del settore. Quel 4 per cento di sconto sarebbe il finanziamento per la Lega.

Una conferma, tra le altre cose, della crescente “contiguità” dei vertici della Lega con la più importante multinazionale italiana?

 

Luca Manes per RE:COMMON

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