Gli Usa contro tutti

La settimana che si è chiusa ha offerto un compendio del confronto fra gli Stati Uniti e tutti e quattro i loro nemici dichiarati. Segno di come anche la narrazione quotidiana della superpotenza si stia evolvendo verso la competizione diretta fra grandi (e medie) potenze. Che però ancora non è pronta a sfociare in guerra aperta, almeno a giudicare dalle fosche tinte dell’annuale rapporto della Heritage Foundation sullo stato delle Forze armate.
Nei confronti della Cina, si fatica a trovare un ambito nel quale Washington non abbia alzato i toni negli ultimi giorni. Il vicepresidente Mike Pence accusa la Repubblica Popolare Cinese di interferenze nella campagna elettorale per il midterm. La Marina ventila imponenti manovre nel Mar Cinese per rispondere alle provocazioni cinesi in quelle acque. Il segretario alla Difesa James Mattis annulla la visita a Pechino; ci andrà soltanto il segretario di Stato Mike Pompeo, anche per discutere del nucleare della Corea del Nord, paese nel quale il capo della diplomazia Usa passa in questi giorni per riprendere le trattative.
A proposito di Pyongyang – l’attore con cui paradossalmente la superpotenza è maggiormente in stallo e in difficoltà – Pompeo intende costringere l’interlocutore ad accettare una tabella di marcia di denuclearizzazione completa entro il 2021. Proposito irricevibile per il regime di Kim, che sulla Bomba fonda la propria assicurazione sulla vita, ma potenzialmente utile a entrambe le parti per guadagnare tempo e deflettere le tensioni. In ogni caso, la vera posta in gioco è provare a fornire ai nordcoreani sufficienti garanzie difensive per sottrarli alla sfera d’influenza di Pechino.
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno ammonito due volte Mosca a non minacciare la Nato in campo missilistico e cibernetico, offrendo all’Alleanza i propri servigi informatici. A ciò si aggiunge l’incriminazione di sette funzionari dell’intelligence russa da parte del dipartimento di Giustizia Usa per il furto di dati di atleti e agenzie antidoping. Con queste mosse Washington intende aumentare il livello di tensione con l’avversario e portare lo scontro cibernetico nel suo campo a scopo di deterrenza. Oltre a ricordare agli europei chi comanda.
Quanto all’Iran, l’amministrazione Trump tiene una posizione più attendista, in vista del pieno ripristino delle sanzioni a inizio novembre. La sentenza della Corte internazionale di giustizia a favore della cancellazione di una parte dell’embargo non intaccherà in alcun modo la campagna di pressione a stelle e strisce. Non a caso, la reazione si è limitata all’annunciato ritiro, del tutto simbolico, da un trattato già svuotato di sostanza. Invece, per ricacciare indietro dalla Siria gli iraniani, Washington si affida ai divergenti interessi fra la Repubblica Islamica e le altre potenze impegnate nel conflitto – Turchia, Russia, Israele – intenzionate come gli Usa a non far tracimare l’influenza persiana nel Levante.

da Limes on line

Segnalazioni, a cura di Sergio Falcone

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