GUERRA ALL’AFRICA

Ci deve essere una ragione se la Germania, pur pagando qualche prezzo anche in termini di consenso elettorale ai suoi governanti, accetta di assorbire in un colpo solo un milione di siriani in fuga, e l’Europa in blocco non riesce a fare i conti con un flusso di immigrati dall’Africa che nelle sua punta massima non ha raggiunto nelle 200.000 unità. Deve esserci una spiegazione al fatto che questa Europa, Italia compresa, fa accordi continui con tanti paesi extracomunitari per regolare flussi di loro giovani che vengano a lavorare nei nostri paesi e invece alza muri e ferro spinato, rende il Mediterraneo un cimitero, quando si tratta di quelli provenienti dall’Africa.
Le ragioni sono, ovviamente, molteplici.
Con l’assorbimento di un milione di profughi siriani, la Germania si è assicurata l’avvenire. Quei profughi contribuiranno a mantenere in piedi il sistema pensionistico, immetteranno forze nuove nei livelli più bassi del mercato del lavoro calmierandone i costi. I siriani promettono di essere buoni lavoratori visti i loro alti livelli di istruzione e formazione professionale.
Questa è la ragione di fondo per la quale da decenni l’Europa è luogo di migrazioni da tanti angoli del mondo. Questo è stato vero anche con tanti paesi africani, i cui flussi sono stati ben accetti fino agli anni 90 riempendo le catene di montaggio anche del nostro paese. Le politiche dei visti erano uguali per tutti.
Gli anni 90 sono uno spartiacque importantissimo per capire cosa sta accadendo oggi.
Crolla il muro di Berlino, vengono meno le ragioni della guerra fredda e in Africa si apre uno scontro senza precedenti tra quanti erano alleati nella guerra all’Impero del male. Innanzitutto tra Francia e Stati Uniti. La Francia nella divisione del lavoro della guerra fredda era il gendarme primo del continente nero e soprattutto di un’Africa centro occidentale che ora faceva gola a Washington. Quei paesi erano il nuovo medio oriente petrolifero, contenevano materie prime in abbondanza e specialmente quelle più rare, strategiche, per le imprese del futuro. La battaglia mondiale sulle telecomunicazioni, sull’aerospaziale, sulla net economy, si è combattuta su suolo africano. E così quella sulla supremazia nucleare nel mondo. Interi paesi africani ne sono usciti fatti a pezzi. Lo scontro tra Francia e Stati uniti è responsabile della tragedia ruandese e del suo orrendo genocidio così come delle pagine iniziali del massacro continuo, ancora oggi in vigore, costato oltre dieci milioni di morti, nella Repubblica Democratica del Congo. Poi nella contesa si è inserita anche la Cina, affamata di materie prime per garantire i suoi tassi di crescita esponenziali. L’Africa cui le indipendenze avevano arrecato scarsi benefici perché svuotate sul nascere, assediata dal debito, ne è uscita con le ossa rotte. I suoi flussi migratori interni hanno costruito città, non campi, profughi votati alla disperazione. Quelli rivoltisi al suo esterno sono cresciuti. Si andava verso il Mediterraneo e la Libia faceva con i suoi cantieri e le sue ricchezze e occasioni di lavoro da cuscinetto tra Africa sub sahariana ed Europa. Poi quel cuscinetto è stato vanificato dall’intervento “umanitario” contro Gheddafi. I flussi si sono indirizzati verso l’Europa. E sono cominciati i problemi.
L’Europa che accoglie in un solo colpo un milione di siriani, la stessa Europa che fa trattati in tutto il mondo per ricevere ogni anno centinaia di migliaia di operai, assistenti familiari e badanti, ha sbattuto la porta in faccia a chi arrivava dall’Africa.
Perché? Primo perché è un continente in cui la crescita è rallentata. Secondo perché i crescenti processi di automazione e robotizzazione permettono alle sue industrie di non aver bisogno dei grandi numeri del passato di operai che svolgano lavori ripetitivi e poco qualificati. Le macchine sono in grado di risolvere il problema. L’Europa ha bisogno di forze qualificate e gli africani non le servono.
In Africa non c’è formazione professionale. Per la verità non esiste la scuola. Decenni di cosiddetti aiuti non hanno portato neanche a questo risultato minimo. Le politiche imposte dai grandi organismi internazionali per ripagare il debito , hanno prosciugato le già poche risorse destinate a questo fine. Uno sviluppo che non decolla mai non ha liberato risorse per creare nuova occupazione e per formarla.
Tutte queste cose sono figlie di una rapina che non finisce mai. L’Africa intera, l’Africa delle risorse, è solo questo. Materie prime a basso costo, i cui prezzi decidiamo noi, acquisite con lo strumento della violenza, della corruzione e della guerra, di dittatori feroci ma nostri amici, spesso sostenuti al potere da noi.
L’Africa deve darci questo. Materie prime di cui è vietata la trasformazione in loco. Deve darci tutto il suo sangue. I suoi giovani non ci servono. Giusto qualcuno, a lavoro schiavo, per le nostre campagne.
Quelli che scappano da questo orrore sono una parte infinitesimale della tragedia umana che si vive in tanti paesi africani. Gli altri, la maggioranza, non hanno neanche la forza o i mezzi per fuggirne. Per ora…
L’ondata crescerà. Senza scampo. E solo fare i conti con la miseria infernale che abbiamo imposto a un intero continente, potrà salvare loro. E noi.

 

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