Guerra in Siria, Ue: sanzioni per difendere il petrolio, non per salvare i curdi

Per difendere i curdi l’Europa tergiversa, usando parole dure senza provvedimenti concreti. Ma quando entrano in campo interessi economici l’atteggiamento cambia. E sono pronte a muoversi le cannoniere. Ieri in maniera sorprendente l’Ue ha messo sullo stesso piano le centinaia di morti provocate dall’invasione della Siria settentrionale e i giacimenti di petrolio a largo di Cipro, oggetto di una lunga contesa tra Ankara e uno dei più piccoli stati dell’Unione.

Una disputa che però mette a rischio i fatturati di Total ed Eni, le compagnie italiana e francese che hanno i diritti di sfruttamento. Contro la guerra c’è soltanto la “condanna” mentre a Bruxelles si è deciso di adottare “misure restrittive nei confronti delle persone fisiche e giuridiche responsabili o coinvolte in attività perforazione di idrocarburi nel Mediterraneo orientale”.

Non solo. Parigi ha spedito due navi militari per pattugliare le acque di Cipro: la scorsa settimana due delle fregate più moderne della flotta francese sono arrivate a Larnaca, formalmente per partecipare ad esercitazioni con la minuscola marina locale. In realtà, devono dimostrare la volontà di non cedere un miglio alle pretese petrolifere di Recep Tayyip Erdogan. Il ministro della Difesa greco Nikos Panagiotopoulos ha dichiarato di avere chiesto il sostegno francese “per rispondere alle provocazioni turche”. E ha aggiunto: “Credo che anche l’Italia farà qualcosa di simile”.

Non è la prima crisi in quel mare. I turchi hanno occupato parte di Cipro nel 1974, dando vita a un’autoproclamata repubblica autonoma del Nord: è il più antico conflitto irrisolto d’Europa, con l’isola divisa in due da un lungo muro. La scoperta dei giacimenti però è molto più recente ed ha riaperto quella ferita.

Nel febbraio 2018 la flotta di Ankara ha sbarrato la strada alla nave inviata dall’Eni per le esplorazioni petrolifere. Il governo Gentiloni ha protestato, facendo intervenire nella zona la fregata Zaffiro della nostra Marina. Dopo un confronto abbastanza teso, Roma preferì desistere e l’Eni rinunciare ai sondaggi. Trascorsi diciotto mesi di calma, a inizio ottobre i turchi sono passati all’offensiva mandando l’unità speciale Yavuz a esplorare proprio l’area del “blocco 7”: uno dei giacimenti assegnati a Eni e Total.

La missione turca ha provocato una dura reazione del governo cipriota, che lo scorso 4 ottobre l’ha definita “una pesante escalation nelle violazione della nostra sovranità”. E anche gli Stati Uniti – alcune concessioni sono della Exxonmobil – si sono allineati, tanto che il segretario di Stato Mike Pompeo ha parlato di perforazioni “illegali e inaccettabili”. Ma il ministro dell’Energia di Erdogan, Fatih Donmez, ha risposto che non intende rinunciare allo sfruttamento di quelle risorse: “Abbiamo già perforato due pozzi a est e a ovest di Cipro, Yavuz realizzerà il nostro terzo pozzo. Queste attività proseguiranno con determinazione”.

L’arrivo della flotta francese e le sanzioni annunciate dall’Ue adesso rendono la situazione esplosiva. Con Ankara che ieri ha ribadito di non volere cedere. Un altro fronte tra Turchia ed Europa, molto più determinata ad agire per proteggere i giacimenti che non per salvare le popolazioni della Siria.

Gianluca De Feo per Repubblica 

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