GUINEA CONAKRY: La maledizione della bauxite

Campi coperti di polvere, fango rossastro nei fiumi e aria divenuta irrespirabile. Sono le denunce raccolte da Human Right Watch (HRW) in Guinea-Conakry, nella regione nordoccidentale di Boké. Nel rapporto, dal titolo “What do we get out of it?” (Cosa ci guadagniamo? L’impatto delle miniere di bauxite sui diritti umani in Guinea), HRW documenta le violazioni dei diritti umani commesse dalle compagnie minerarie che estraggono bauxite nel paese africano.

Si utilizza per costruire aerei e automobili ma anche per le lattine delle bibite. La bauxite è la principale fonte per la produzione di alluminio e la Guinea è uno dei maggiori produttori al mondo. La crescita dell’estrazione di questa materia prima è stata rapida ed è cominciata nel 2015, quando altri paesi produttori come l’Indonesia e la Malesia hanno introdotto un blocco alle estrazioni. La bauxite guineana rifornisce il mercato cinese, quello di Stati Uniti e Canada ma anche quello europeo.

A trainare il recente boom, spiega HRW nel report, sarebbe stata proprio la Cina, principale produttore di alluminio, fornitore del metallo per la metà del mercato mondiale. Non è un caso che una delle due aziende indagate dall’ong abbia una partecipazione cinese. La Société Minière de Boké (SMB), infatti, è una joint venture tra la principale compagnia cinese produttrice di alluminio a livello mondiale, China Hongqiao Group, un’azienda di spedizioni di Singapore e una logistica della Guinea. La seconda società messa sotto la lente di ingrandimento è la Compagnie des Bauxites de Guinée (CBG), posseduta dal governo del paese africano e da compagnie minerarie multinazionali come Alcoa e Rio Tinto.

Terre e comunità devastate

Il rapporto mette in luce gli effetti di questi due progetti minerari sulla terra e sulla vita nelle aree rurali della regione di Boké. Secondo le testimonianze raccolte tra il 2017 e il 2018, sarebbero decine i contadini espropriati delle terre, nei 16 villaggi che si trovano vicino alle miniere di bauxite e alle strade che le collegano ai porti. “Si sono espansi sui nostri campi, nelle aree da cui dipendiamo per il cibo” racconta il leader di una delle comunità colpite. Agli espropri, poi, non sarebbero seguite adeguate compensazioni e le comunità non sarebbero state coinvolte nelle decisioni.

In Guinea, come in molti paesi africani, la terra è proprietà dello stato ma viene amministrata dai leader comunitari, attraverso il diritto consuetudinario. Per quanto la legge preveda la possibilità di ottenere dei titoli sulla terra, pochissime persone sono riuscite a ricevere un riconoscimento formale dei loro diritti sui campi.

Il rapporto di Human Right Watch sottolinea come, nel definire l’entità delle compensazioni, le compagnie abbiano sottostimato il valore delle terre. Le aziende minerarie, inoltre, hanno garantito a pochissime persone il necessario per poter riprendere l’attività economica. La CBG nel 2018 si è impegnata ad adottare un nuovo approccio che prevede la consegna di un terreno compensativo nei siti minerari riabilitati. Un impegno che lascia molti dubbi. La stessa ong, infatti, sottolinea la necessità che l’azienda garantisca la qualità della terra data in compensazione: che sia coltivabile e possa essere utilizzata dalle comunità.

Acqua e aria contaminate

Ad essere stato violato, secondo il rapporto redatto da HRW, non sarebbe solo il diritto alla terra ma anche l’accesso all’acqua. Le testimonianze raccolte parlano infatti di un abbassamento del livello e della qualità delle acque a causa della presenza della miniera. Si tratta di fiumi, corsi d’acqua e falde che la popolazione utilizza per tutte le attività della vita quotidiana. La realizzazione degli impianti estrattivi impedisce l’accesso fisico alla risorsa, costringendo le donne, che si occupano del recuperare l’acqua, a camminare per diversi chilometri. “Il fiume è stato inquinato da un fango rosso che arriva direttamente dalla miniera” ha raccontato uno dei leader ai ricercatori di HRW.

A preoccupare la popolazione e la stessa organizzazione non governativa è anche la qualità dell’aria respirata da chi abita vicino ai siti minerari. Le testimonianze parlano di una polvere che entra nelle case e che ricopre i campi coltivati. Nella regione però è difficile verificare la qualità dell’aria perché mancano un monitoraggio nazionale e dati statistici sulla salute della popolazione. Pur non avendo dati certi sull’impatto della bauxite sulla respirazione, HRW cita le indicazioni riportate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che sottolinea la pericolosità delle particelle minerarie che possono causare problemi respiratori e cardiovascolari.

Vietato protestare

Nel documento si legge che molti incontri tra la popolazione locale e le compagnie sono risultati fallimentari. Alle denunce non sono seguiti cambiamenti, dicono i leader comunitari. Proprio l’assenza di un dialogo costruttivo ha portato alla nascita di movimenti di protesta. Nei mesi di aprile e settembre 2017 centinaia di giovani scesero in strada per bloccare le operazioni minerarie. Le proteste vennero duramente represse dalle forze di sicurezza, portando alla morte tre persone. Per indicare il grado di frustrazione della popolazione HRW riporta la dichiarazione di un funzionario del ministero delle miniere: “La popolazione vede gli investimenti delle compagnie realizzarsi, le tasse raccolte, i camion pieni di bauxite estratta dalla loro terra agricola lasciare il paese, respira la polvere e si chiede: cosa ci guadagniamo noi?”

di Marta Gatti per Nigrizia

Segnalazioni, rubrica a cura di Sergio Falcone

You may also like...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: