Ha vinto il cinismo. Chiusi ai migranti i porti italiani.

L’Italia non è più un porto sicuro. E da ieri rischia d’iniziare la stagione infernale dei focolai galleggianti. Il decreto arriva in serata mentre la nave Alan Kurdi della Ong tedesca Sea Eye naviga a poche miglia da Linosa e Lampedusa. A bordo 145 naufraghi salvati al largo della costa libica. È l’apertura di un nuovo fronte dell’emergenza: se l’Italia non è più un porto sicuro, a causa della pandemia Covid-19, di certo non esiste un porto sicuro in tutta Europa. E cosa accadrà da oggi, quindi, per chi fuggendo dalla Libia sarà soccorso in mare?

C’è un secondo scenario da immaginare: la Libia, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità, conta 18 contagiati dal Covid-19. Ma è impossibile stabilire, date le condizioni libiche, quanto questi dati siano attendibili e in quale modo Tripoli stia contrastando l’epidemia. Che potrebbe aumentare contagiando anche le migliaia di disperati che tentano di raggiungere l’Europa, e in particolare l’Italia, attraverso il Mediterraneo. Il rischio è che migliaia di persone tentino comunque di lasciare la Libia e, se soccorse, restino in mare per un periodo difficile da calcolare e con conseguenze difficili da immaginare.

Se l’Italia non è un porto sicuro, come può esserlo la Spagna con i suoi 13mila contagiati? O la Grecia che ne conta 1700? E la Francia con i suoi 73mila? Secondo il decreto, del quale riportiamo qui i passaggi principali, le navi che soccorrono i naufraghi dovranno portarli al sicuro nello stato del quale battono bandiera. Per l’Alan Kurdi, quindi, destinazione Germania: Berlino li accetterà? Lo stato tedescocontava ieri 99.225 contagiati e 1607 vittime del virus. Sarà disponibile ad aprire i suoi porti? Il probabile stallo che da ieri notte si sta verificando per la Alan Kurdi rischia di rappresentare una nuova frontiera dell’emergenza Covid-19: nessuno può sapere se a bordo vi siano contagiati. Nessuno può sapere se il contagio può toccare l’equipaggio. Nessuno può escludere che si creino dei focolai galleggianti.

A firmare il decreto, in evidente fretta per evitare lo sbarco della Alan Kurdi, ben 4 ministri: Paola De Micheli per Infrastrutture e Trasporti, Luigi Di Maio per Affari Esteri, Luciana Lamorgese per il ministero dell’Interno, Roberto Speranza per il ministero della Salute. Il decreto innanzitutto premette che “in considerazione della situazione di emergenza connessa alla diffusione del Corona virus, dell’attuale situazione di criticità dei servizi sanitari regionali, e all’impegno straordinario svolto dai medici e da tutto il personale sanitario per l’assistenza ai pazienti Covid 19, non risulta possibile assicurare sul territorio italiano la disponibilità di tali luoghi sicuri senza compromettere la funzionalità delle strutture nazionali sanitarie logistiche e di sicurezza dedicate al contenimento della diffusione del contagio e di assistenza e cura ai pazienti Covid 19”.

Poi aggiunge che alle “persone eventualmente soccorse, tra le quali non può escludersi la presenza di un contagio, deve essere assicurata l’assenza di minacciaper la propria vita, il soddisfacimento delle necessità primarie e l’accesso a servizi fondamentali sotto il profilo sanitario, logistico e trasportistico”. Per i soccorsi effettuati da “unità battenti bandiera straniera, che abbiano condotto le operazioni al di fuori dell’area Sar italiana, in assenza del coordinamento dell’Imrcc Roma” il decreto ricorda che “le attività assistenziali e di soccorso da attuarsi nel porto sicuro” possono “essere assicurate dal Paese di cui le attività navali battono bandiera, laddove abbiano condotto le operazioni al di fuori dell’area Sar in assenza del coordinamento dell’Imrcc Roma”. In sostanza: se l’Italia non coordina il soccorso i naufraghi sono destinati a sbarcare nel paese del quale la nave batte bandiera. E quindi, nel caso della Alan Kurdi, che batte bandiera tedesca, in Germania. Quindi il decreto dispone che “per l’intero periodo di durata dell’emergenza sanitaria nazionale i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di luogo sicuro”.

Antonio Massari per IL FATTO QUOTIDIANO

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